Del perché amo la letteratura italiana. Lettura di un racconto di Sergio Atzeni, ad essere precisi delle prime 23 righe
di Demetrio Paolin
Premessa questa lettura è particolare. C'è una prima parte autobiografica e una seconda che è più propriamente la lettura. Uno potrebbe andare pure direttamente alla seconda parte, che altro non è che la disamina delle prime 23 righe di un racconto di Sergio Atzeni dal titolo Meglio fuggire. Sempre, contenuto nella raccolta I sogni della città bianca (Il maestrale, 2005). Comunque leggere la prima aiuta a capire meglio cosa volevo dire nella seconda. Di seguito il resto.
Siamo in una pizzeria e discutiamo delle nostre rispettive carriere scolastiche, in particolare l'esperienza delle superiori.
Comunque io raccontavo le mie robe: di quando chiudemmo la caldaia per starcene qualche giorno in più a casa, di quella volta che mi finsi impiccato per far spaventare la professoressa, oppure delle giustificazioni che raggiunta la maggiore età compilavo da solo; del tipo: atterraggio alieni in balcone, la sveglia ha suonato, l'ho sentita ma l'ho pure ignorata e via dicendo. Raccontavo del mio libro di chimica, questa passata agli annali, che è stato nel cellophane per un anno, l'intero anno di quarta, e io sono stato rimandato (io ho sempre preso una o due materie dalla prima alla 4), ma l'anno dopo ho venduto il medesimo libro come nuovo e che a conti fatti ci ho guadagnato.
Mentre raccontavo questo e altro, mi rendevo conto di non essere poi così diverso sia dai ragazzi a cui oggi tento di insegnare qualche rudimento della lingua, sia da molti miei compagni di età e di amicizia che non sempre hanno fatto una buona fine.
Rimane divertente l'esclamazione di una mia prof che leggendo il mio nome su di un giornale, forse quando vinsi un premio di poesia, mi disse: "Sei il primo alunno che finisce sul giornale per non aver commesso il fatto".
Eppure c'era qualcosa che mi ha tolto da lì, che forse m'ha tolto dal mio stesso carattere, che ha anestetizzato il mio demone (lo possiamo intendere alla maniera di Epicuro?).
La domanda è arrivata pronta: "Ma alla fine perché poi tu hai fatto lettere?". Siccome era una chiacchiera informale, molto rapida e veloce come sono quelle davanti ad una birra o una coca e una pizza, la risposta è stata quasi inconsapevole: Perché mi piace la letteratura italiana.
Una risposta un po' così, ma poi se ci penso è vera.
A me piace leggere la letteratura italiana, mi piace proprio. Amo Rosa fresca aulentissima, il Cantico delle creature, Ciro Pers, Tasso. Mi piacciono Bruchiello, Berni. Ho letto pure le prose della Volgar Lingua, per dire. Senza contare Goldoni, Dante e ora leggo quasi esclusivamente letteratura italiana contemporanea.
Questo perché? Perché mi piace il suono della lingua, mi piace il modo che ha la lingua italiana di piegarsi a dire certe cose. Non ne siete convinti, dite che non è così?
Guardate, facciamo un esperimento. Prendo il libro che ho qui sulla scrivania e apro il primo racconto.
C'è un bar.
C'è un bar, sul lungomare. Una striscia di cemento, il lungomare che passa sulla sabbia - e taglia la spiaggia: sulla sabbia da una parte, e dall'altra. Proprio gettata sulla sabbia, la strada. E tutto attorno mare, e stagno. Acqua, negli occhi, sempre acqua, dappertutto.
Vado avanti? Sì:
Il mare: nigger. Scuro. Nero, il mare, di notte. Ogni notte. E' nero, il mare, dall'alto delle colline. La città distesa, addormentata, sulle colline, si specchia. E guarda. Poche luci sul mare. Luci di torcia. Lampade. Lampàras. Sul mare. Luzern. Luci. Piccoli coni luminosi sull'acqua scura. Vecchie barche, sul mare. Lampàre.(S.Atzeni, I sogni della città bianca, Il maestrale).
Sentite la lingua?
Guardate l'inizio: c'è un bar. C'è un bar, sul lungomare. E ancora: il lungomare che passa sulla sabbia - e taglia la spiaggia: sulla sabbia.
Una struttura ritmica perfetta, la rima in "ar", e le assonanze di sabbia/spiaggia a creare il suono delle onde: lo sciabordio.
E poi l'onda arriva, dove? Rileggiamo: "Scuro. Nero, il mare, di notte. Ogni notte"; ecco l'onda ricarica e arriva: "E' nero, il mare, dall'alto delle colline". Basta una variazione, un passaggio dall'alto del cielo, "la notte", alla terra, "le colline", per dare un verso, una direzione all'onda.
Le rime/assonanze interne danno il suono dell'onda.
Le leggere variazioni della prosa riproducono il movimento.
Ma le onde del mare si accatastano, le une dietro le altre, ripetendosi, uguali ma sempre diverse, ecco l'ultimo capoverso: "Poche luci sul mare. Luci di torcia. Lampade. Lampàras. Sul mare. Luzern. Luci. Piccoli coni luminosi sull'acqua scura".
Dove tornano come un'onda proprio: luci, lampade, mare.
E infine l'onda si frange sulla battigia e lo fa come era iniziata con una rima baciata:
Vecchie barche, sul mare. Lampàre.
Ditemi voi come si fa a non amare una lingua così.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 31.05.07 10:12