01.05.07

De Cataldo Neuburger, Gulotta: Trattato della menzogna e dell'inganno

di giuliomozzi

Questa immagine è tratta dal sito di un'associazione contraria all'uso del poligrafo, o macchina della verità: clicca sull'immagine per andare al sito dell'associazioneLuisella De Cataldo Neuburger, Guglielmo Gulotta, Trattato della menzogna e dell’inganno, Giuffrè 1996, pp. 324, euro 20,66

Non sono in grado di valutare scientificamente il Trattato della menzogna e dell’inganno scritto da Luisella De Cataldo Neuburger e da Guglielmo Gulotta; posso solo fidarmi della fama dei due autori, entrambi avvocati e psicologi, entrambi riconosciuti come seri professionisti nell’ambito della psicologia giuridica. Posso dire, questo sì, che è un libro a volte scritto assai male (ma solo gli scrittori, presumo, sono tenuti a scrivere bene) e tuttavia assai leggibile, curioso, spesso arguto e divertente.
Allora: uno che racconta storie, è uno che mente. Anzi: si dice che «racconta storie» di uno che copre, nasconde, scansa, elude la verità, buttandoci sopra una caterva di storie non vere (se la verità è una, c’è una sola storia vera; ma infinite storie non vere…). Quindi io, essendo un narratore, sono un mentitore. Un mentitore un po’ speciale: perché pretendo sì che il mio ascoltatore (il lettore) mi creda, in tutto e per tutto, mentre gli racconto la storia (mentre lui legge); tuttavia non pretendo che continui a crederci anche dopo, quando la storia sarà finita e io tacerò (quando finirà di leggere il libro).

Non so nemmeno se si possa davvero sostenere che io sia, in quanto narratore, un mentitore: in fin dei conti lo sanno tutti, che i romanzi e i racconti non raccontano storie vere; o se raccontano storie vere si prendono comunque la libertà di cambiare, trasformare, anche sconvolgere la verità. C’è quindi una specie di convenzione sociale, per cui
– se mia moglie mi dice: «Ti sei ricordato di chiamare l’elettrauto?», e io rispondo: «Sì!» pur non avendolo fatto (posso sempre telefonare tra due minuti, mentre lei non mi sente): bene, sono un mentitore, e merito rimprovero;
– se invece vi racconto le mie vacanze in Brasile, due anni fa, durante le quali mi trovai senza volerlo, a causa di uno scambio di persone all’aeroporto, implicato in un traffico internazionale di banane geneticamente modificate; situazione che affrontai fingendo di stare al gioco e spacciandomi per agente monomandatario di una catena francese (ma di proprietà al 49% della mafia austro-canadese) di supermercati della frutta; riuscendo alla fine a smascherare l’intera gang e a consegnarla alla polizia vietnamita dopo una rocambolesca fuga in elicottero dalla Svezia: bene, sono un romanziere, e non merito né rimprovero né biasimo: mi si dirà forse che la storia non era interessante, o non era avvincente, ma mai e poi mai mi si accuserà di aver mentito.

A questo si aggiunga che la menzogna e l’inganno, da che mondo è mondo, forniscono abbondante materia alle narrazioni. Quando il serpente dice a Eva: «Non morrete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3, 5), non sta forse ingannando la povera donna? E quando Caino risponde: «Sono forse il guardiano di mio fratello?», non sta tentando di ingannare la persona divina?

A me piace, nelle storie che scrivo, far parlare dei personaggi che mentono. Finora ho sperimentato menzogne di vario tipo: volontarie, involontarie, patologiche, parziali, totali, simulatorie, dissimulatorie… Ma è evidente che non si finisce mai di imparare: e il Trattato della menzogna e dell’inganno è una lettura davvero molto istruttiva.

Ad esempio il capitolo 2, «Il sistema menzogna», fornisce tutta una serie di descrizioni di comportamenti menzogneri e ingannevoli, scomponendo tali comportamenti nelle loro parti e fasi e analizzando una quantità di diverse strategie d’inganno. Il capitolo 5 s’intitola con la domanda: «Si possono scoprire le menzogne?» e insegna molte cose utili a chi voglia raccontare storie (ma, oso dire, utili in generale): ad esempio, sugli aspetti non verbali della comunicazione menzognera, sull’efficacia di alcuni metodi per la rilevazione della menzogna (il poligrafo o «macchina della verità», l’ipnosi ecc.). A pagina 265 si potrà trovare la spiegazione di che cosa sia il famoso «falso sorriso» che così frequentemente troviamo nei romanzi («“Ti amo, davvero: darei la vita per te”, disse Bob, sorridendo falso»). A pagina 276 – questo è un avviso per chi si diletta di romanzi gialli – si scopre che gli investigatori di professione, sottoposti ad appositi test, si mostrano capaci di sgamare un comportamento menzognero circa nel 50% dei casi, più o meno come le massaie (in pratica, è come se giudicassero “vero” o “falso” lanciando una monetina); mentre gli appartenenti ai servizi segreti, i più bravi di tutti, ce la fanno nel 64% dei casi. A pagina 97 si spiega – o si tenta di spiegare – il complesso meccanismo dell’autoinganno. A pagina 117 si mostra come i bambini al di sotto di una certa età – i sei, sette anni – non siano capaci di distinguere tra «errore» e «bugia». Eccetera.

Non arriverò a sostenere che il Trattato della menzogna e dell’inganno sia un libro indispensabile per chi vuole raccontare storie. Sicuramente è un bel libro. Leggendono ho imparato varie cose e mi sono anche divertito. Il punto è questo: quando noi immaginiamo una normale situazione umana, siamo sicuri di essere capaci di immaginarla bene? I personaggi delle storie che leggo sono spesso menzogneri – il che non significa che siano cattivi o amorali: esiste anche la bugia pietosa –: ma siamo capaci di ricostruire credibilmente un comportamento menzognero? E inoltre: sappiamo ricostruire credibilmente il comportamento della persona che viene ingannata? Ancora: sappiamo ricostruire credibilmente il comportamento menzognero di un mentitore non bravo a mentire? Sappiamo ricostruire il comportamento di colui che svela la menzogna altrui? E così via.

Certo: c’è una differenza tra rappresentazione realistica e rappresentazione credibile. Ma qui si apre un terreno di discussione pressoché infinito…

[Questo articoletto uscì anni fa in vibrisse, quand'era un bollettino inviato via email. gm]

[http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/catalogo_dei_libri_in_bottega/index.html] [tutti i libri sulla fenomenologia della lettura e della scrittura]

Pubblicato da giuliomozzi il 01.05.07 16:22

COMMENTI

verrebbe da dire, con eleganza britannica, "siamo tutti story-telling"...Però, poi, il senso della parola è proprio quello, in senso letterale. Piuttosto, per contrasto, sarebbe bello scoprire se esistono testi, altrettanto rigorosi (anche scritti "male", come dici che sia questo), che prendano in esame l'operazione dal punto di vista del lettore, in merito alla cosidetta "sospensione dell'incredulità", della sua predisposizione a credere qualunque cosa gli venga detta, letta. No ?

da cletus il 04.05.07 11:22




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