Creature ostinate di Aimee Bender

Storie che sono qualcosa di cattivo. Eppure storie che sorridono. Donne ben vestite. Uomini che seviziano uomini più piccoli. Dita a forma di chiavi. Denti.
E tutto percorso da un’ironia e da una pietà umana che tagliano. Storie impossibili per l’amore con cui è raccontata la crudeltà, la gioia con cui è vissuta un’incomprensione cosmica.
Terzo racconto, intitolato “Via”: “Avevo dipinto un campo di grano, è vero, ma a guardarlo da vicino si capiva che attaccato ad ogni spiga c’era un coltello scintillante”
Quando guardi da vicino trattieni il fiato. Hai l’impressione che le parole si aprano, ti accolgano in uno spazio che non conosci e non riesci perfettamente a comprendere.
La narrazione diventa cosa. Si concretizza. Si costruisce.
Ci sono scrittori che scrivono racconti e scrittori che edificano mondi. Ci sono frasi che veicolano un significato e frasi che aprono porte.
Il mondo di Aimee Bender è mitologia. È leggenda. È immaginario collettivo traslato nel regno dell’assoluto, sottocultura televisiva che diventa fiaba, racconto perverso di una bambina psicotica.
Il suo sito si chiama “Flamable skirt”. Il suo primo romanzo si intitola “Un segno invisibile e mio”.
È questo il procedimento letterario con cui si travalica un genere (il cosiddetto “realismo magico”) strettissimo per un’autrice come la Bender. Per prima cosa si inventa un sistema di simboli (dietro al campo di grano ci sono coltelli) e li si carica di un significato personale, quasi intimo.
Poi si lascia che il simbolo avvampi, che l’incendio si espanda.
Non c’è una sola parola, una sola immagine di questo libro che non sia incandescente. Guardi da vicino questi racconti e ti senti un bambino che ha appena scoperto il sesso. Bruci e non sai nemmeno tu perché.
Di colpo, inspiegabilmente, ti ritrovi nudo.
C’è qualcosa di profondamente regressivo, in un procedimento come questo. Un ritorno all’infanzia culturale dell’Occidente, allo stupore degli antichi greci per gli elementi della terra. Un ritorno alla paura per le cose innominate, quando le cose non avevano ancora un nome.
Eppure questa regressione non conduce alla patologia. Il terrore non paralizza. L’atto fisico della scrittura non è più inibito. Se nel Novecento tutto era implosione (disgregazione interiore, terre desolate spolpate di ogni principio vitale), ora la rotta è diametralmente invertita: ora tutto esplode.
È un’esplosione continua, questa mitologia del Terzo Millennio: visuale, lirica, sentimentale, sessuale. È l’eccezionalità di un quotidiano che contemporaneamente si disgrega e si ricostruisce. Non è frammentazione: è la colla che tiene assieme i brandelli di un’esistenza parcellizzata, il filo che unisce i singoli, che fonda la comunità globale della comunicazione.
Perché questo sono i racconti di Aimee Bender, leggende postmoderne di un villaggio globale che si è finalmente fatto comunità.
C’è qualcosa di estremamente contemporaneo, in tutto ciò. Un medievalismo di ritorno che solo il popolo di internet, della rete sociale, dell’intersezione come valore può comprendere appieno.
Il racconto inizia e finisce. Il libro inizia e finisce.
Finiscono entrambi ma potrebbero non farlo. Perché in questo racconto e in questo libro c’è una sostanziale libertà della parola, una sostanziale autonomia del testo dal libro come oggetto.
C’è una sostanziale oralità nella parola di Aimee Bender. I suoi racconti sono chiacchiera popolare, passaparola. Sono popolati da esseri mutanti e prodigi della natura, ragazze da copertina e déi vendicativi. E tutto questo senza stupore, perché nessuno si stupisce guardando il telegiornale, perché per Ulisse era del tutto normale incontrare sul suo cammino un gigante con un occhio solo.
È sospensione del giudizio. Accettazione di un mondo in perenne mutamento, dove il nuovo (l’assurdo) non sconvolge più, ma si configura come “pura e semplice sopravvivenza” (Vattimo).
Gehlen l’ha chiamata post-histoire.
Aimee Bender dice: benvenuti.
Pubblicato da Giorgio Fontana il 05.05.07 11:28