Brucia Troia di Sandro Veronesi
di Cletus
Veronesi ha lavorato a questo romanzo da sempre. Nel senso che ha detto che è stato fermo per anni, via via apportando cambiamenti, ma che si è risolto a metterci mano, in maniera definitiva, all’indomani del successo, e dell’esposizione mediatica del suo precedente Caos calmo (ora film in lavorazione con Nanni Moretti come protagonista).
La prosa di Veronesi ti convince, quale che sia l’oggetto della sua narrazione. Scorre, in altre parole. Ha il gran merito di “farsi leggere”, lontano da sperimentalismi. Per chi volesse un’onesta restituzione, del nostro linguaggio, oggi, su carta, questo è l’autore che fa per lui.
Fuori da tecninicismi elegiatici però, il testo è inevitabile, si presta ad almeno un paio di letture.
La prima, appunto, come “corpus” narrativo. La struttura in capitoli (quindici, in tutto) a loro volta divisi a metà, con il dipanarsi di due storie parallele, che alla fine, guarda caso, si incrociano.
L’altra, nel merito della storia stessa. Una storia romanzata, certo, che trattiene a stento la pretesa sociologica, il "rischio ISTAT", di cadere in un banale excursus di storie di ordinaria emarginazione.
E’ bravo Veronesi a non cadere nel tranello. A fermarsi prima, senza andare in danno alla veridicità di quanto racconta. E credo che alla fin fine, sia questo che distingue un narratore da un sociologo.
Scritto in terza persona onniscente, ci fa compiere un viaggio a bordo di un di quei bus scoperchiati nell’Italia di provincia (non importa quale) degli anni a cavallo fra il ’60 e i ’70. Tratteggia, con abilità, i pomeriggi vuoti, l’innocenza di quegli anni, prima che l’avvento della tecnologia irrompesse, corrompendola ulteriormente, nella vita di ognuno di noi. Non c’è niente di nostalgico, in ciò, tutto “si tiene” in forza della storia, e in breve il lettore gira con lui, osserva volentieri le cose dal suo punto di vista, come sul set di un film, assistendo con benevolenza, alla ripresa di tutte le scene.
Cosa dire ? A tratti si intravedono periodi di scrittura quasi cinematografica, per gli amanti del genere, roba da manuale. A tratti invece, e qui il Veronesi che più mi piace, quando abbandonando ogni retorica, si lascia andare alla leggerezza delle considerazioni, con un tono sempre convincente, vorrei dire quasi lirico.
Un romanzo strano, che rompe gli schemi, che non somiglia a nessun altro. Che ci da quasi fastidio, nell’incedere lento verso il suo epilogo. Sono curioso di sapere come lo recensiranno gli altri, sia gli addetti ai lavori, sia coloro che transitano in bottega (se lo riterranno valido da leggere).
Quello che vorrei dire, è che mi sembra una prova onesta di scrittura, dalla quale traspare l’occhio, ora irriverente (attendiamoci gli strali con accuse di anti clericalismo), ora compassionevole, sulla miseria con la emme maiuscola, di quei nostri anni. In un certo senso, del nostro “l’altroieri”.
Brossura | 232 pagine | Bompiani | 2007
Pubblicato da Cletus il 29.05.07 08:19