21.04.07

Zona disagio, di Jonathan Franzen

di Ezio Tarantino

Discomfort.jpgSe un giorno non avessi terminato la lettura di Correzioni di Jonathan Franzen con questa frase “Non credo che leggerò altri libri di Franzen.”, ora non credo mi metterei a scrivere e riferire agli avventori della Bottega, di Zona disagio (Discomfort zone), l’ultimo libro di Franzen, che ho da poco terminato di leggere.

Le ragioni che mi hanno suggerito di venire meno a quel proposito, sono meno personali di quanto siano di norma quelle che ci spingono a leggere o a rifiutare un autore.
Vediamo.

Al di là di quelle contingenti (la prima, il libro mi è stato regalato lo scorso Natale; la seconda: fa parte della lunga lista di libri accumulati in attesa di essere letti e che – con un altro proclama che, ne sono certo, presto o tardi butterò alle intramontabili ortiche – mi sono ripromesso di smaltire prima di comprarne di nuovi), le ragioni che mi hanno fatto aprire il libro, leggerlo ed apprezzarlo senza neppure accorgermene (esattamente come era successo per le Correzioni) le ho trovate perfettamente descritte all’interno del libro stesso.

Zona disagio è un frammento autobiografico della ancora giovane vita di Franzen (è nato nel 1959), stimolato dalla morte della madre, con conseguente riepilogativa visita nei luoghi della memoria, dagli anni dell’infanzia a quelli della post-adolescenza.
Apparentemente con la stessa inconsapevolezza con cui mi capita di leggere i suoi libri, in questo libro Franzen mette in scena la vita di un uomo qualunque. Di un bambino qualunque, un ragazzo qualunque (uno scrittore qualunque?)
Per lui parrebbe quanto mai appropriato il meraviglioso incipit di Altri paradisi di Walter Siti (“Mi chiamo Walter Siti. Come tutti”). La vita del giovane rampollo di una mediocre famiglia del Mid-west (o med-west, med come mediocre) è indistinguibile dalla vita di chiunque altro. Il giovane Jon non possiede quasi nessuna caratteristica che lo metta in rilievo, né positiva né negativa. Vive la sua tranquilla viva piena di problemi esistenziali cruciali (i vestiti fuori moda scelti dalla madre invadente, la paura di non essere accettato del gruppo, la sfiga con le ragazze…), e un precoce talento neppure troppo marcato per la lettura e la scrittura.
Tutto qui.
E’ proprio questa, credo, la forza (subdola) del libro e dell’esperienza esistenziale che traluce: l’empatia. La prossimità con l’esperienza non eroica, anzi francamente banale di tutti noi trova nella scrittura di Franzen un esempio paradigmatico e consolatorio.
Banale non significa "stupida", o poco interessante. Anzi. Significa poco originale, condivisa a largo raggio.
Prendiamo ad esempio il ricordo delle lezioni su Kafka, al College, al corso di tedesco. E’ davvero illuminante la folgorazione che Josef K., il protagonista del Processo, fosse veramente colpevole; e non paradossalmente colpevole per il suo ossessivo, ingenuo, troppo razionale proclamarsi innocente all’interno di un mondo totalmente irrazionale nelle sue manifestazioni più coercitive, il potere giudiziario e la burocrazia, ma proprio esistenzialmente colpevole, colpevole come verrebbe proclamato colpevole a Porta a porta: non assale forse come un bruto la signorina Bürstner, cercando né più né meno di violentarla (Franzen cita il brano nell’originale tedesco, perversamente allitterato di sublime lascivia: "... und dort ließ er die Lippen lange liegen" ("lasciando indugiare a lungo le labbra"). Josef K. è colpevole perché, spiega Franzen, "è un orribile, arrogante egoista, un insolente figlio di buona donna che si rifiuta di esaminare la propria vita e che per questo viene costretto a farla esaminare da qualcun altro".
La soluzione colpevolista è a ben vedere perfettamente coerente con la parabola esistenziale del giovane Franzen, un contestatore borghese, un rivoluzionario timido, che non fa uso di acidi e di nessun altro tipo di droga, che contesta i genitori cercando di evitargli il dolore che ha procurato loro il fratello maggiore (andando a convivere con una ragazza!). Poi facendolo lo stesso, ma con la discrezione di chi sa coltivare comunque uno spazio per i sensi di colpa.

Il libro si chiude con un racconto lungo in cui Franzen testimonia della sua passione per il birdwatching. Anche questa, più che una passione, è una ossessione timida, di cui vergognarsi, almeno al principio, e che la maggioranza dei suoi amici avrebbe qualificato come una incomprensibile bizzarria.
Gli uccelli rappresentano per Franzen il correlativo aggettivo delle sue tensioni morali. Gli uccelli sono gli ultimi, sono ciò di cui ha senso occuparsi, senza dover per forza condividerne il destino. Ciò di cui bisogna occuparsi, non come una irreale, ipotetica minaccia futura, ma come un problema del mondo circostante. In definitiva è proprio questo ad attirarlo a loro: la loro fortuna biologica di vivere poco, ma intensamente e con feroce determinazione ai margini delle discariche e senza troppe prospettive, circondati come sono dall’avanzare del progresso, del cemento, delle tracce dei turisti massificati. E lui è lì a riconoscerli tutti. A popolare il suo database di nomi esotici e misteriosi. Loro sono lo strumento con cui soddisfare la sua mania per il dettaglio, per l’osservazione scientifica del mondo cui non appartiene, se non come testimone. La sua maniera di differenziarsi, di essere diverso: guardare e dare un nome esatto alle cose, alle persone e agli animali.
Sostanzialmente privi di una cifra stilistica personale, gli scritti di Franzen si lasciano leggere da soli, senza essere disturbati dall’autore, anche quando ci racconta della sua vita.
E’ un pregio? Un difetto? (forse sì, per chi trovasse insopportabile la continua tensione alla onesta medietà, alla frase pulita, allo stile già orecchiato, ma preciso, nitido).
Tutto sommato ci andremmo volentieri a bere una birra, con Jonathan Franzen, chiedendogli anche noi, come faceva la moglie al ritorno dalle sue spedizioni di bird-watcher: "Allora? Cosa hai visto?"

Leggerò ancora libri di Jonathan Franzen?


Jonathan Franzen, Zona disagio. Einaudi, 2006. Euro 16,50

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Pubblicato da Ezio il 21.04.07 18:30

COMMENTI

L'ho letto. Mi è molto piaciuto. E' un po' come vedere il backstage di un film. In questo caso, il backstage de "Le correzioni". Ho appena comprato "Memorie di un artista della delusione" di Jonathan Lethem, restando sul genere. Chi vincerà?

da Federico il 24.04.07 20:33

ho letto che la critica americana ha stroncato questo libro.
Franzen eccessivamente egocentrico, dicono.
Può darsi, ma a me 'Zona disagio'è piaciuto molto.
Parlando di se stesso, Franzen sa rappresentare gli stati d'animo di molti suoi coetanei.

da laura il 01.05.07 19:00

Laura, non sapevo delle stroncature. Anche secondo me sbagliate. Come ho cercato di dire, Zona disagio "spiega" alcuni aspetti de Le correzioni. Che invece, i critici americani, avevano esaltato (anche qui, secondo me, esagerando).
Ciao,
ezio

da Ezio il 02.05.07 14:52

sono d'accordo con te, Ezio, sul fatto che il pur pregevolissimo ?Le correzioni' fosse stato eccessivamente esaltato dalla critica(senz anulla togliere al valore di Franzen).
Ciao
Laura

da laura il 27.05.07 21:24




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