12.04.07

Sorvegliato dai fantasmi di Gabriele Dadati

di Giorgio Fontana

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Sorvegliato dai fantasmi è stato un esordio potente. Le numerose recensioni che ha avuto ne testimoniano ampiamente l’importanza. Scriverne a un anno dalla pubblicazione può dunque sembrare strano, ma ha un vantaggio: pone al riparo il lettore — e l’autore — da ogni grido di sensazionalismo. Impone una rilettura, una sorta di agio critico, di calma. Questo contributo vuole dunque essere anche una sorta di bilancio conclusivo, in chiusura di ciclo.

Il libro di Dadati è composto da nove racconti più una lettera dedicatoria a mo’ di conclusione. La qualità è lievemente diseguale, e anzi una certa discontinuità è forse l’unica pecca della raccolta. Ci sono pezzi che tradiscono comprensibili lentezze, immaturità, o un giogo ancora stretto verso certi modelli. Ce n’è uno — Quando saremo veri, già pubblicato come Millelire di Stampalternativa — che è molto piacevole ma suona un po’ fuori scala, nell’atmosfera chiusa e riflessiva del libro.
Ma ci sono, soprattutto, dei racconti che splendono di luce autentica, vere gemme che dimostrano tutto il talento dell’autore.

Sorvegliato dai fantasmi segue una poetica ben delineata e coerente. Ogni racconto descrive una prova, un tentativo, o un ostacolo, e il soggetto che vi sta di fronte è sempre solo. Il titolo originale del libro — lo cito perché è una buona chiave interpretativa — era Esercizi di solitudine. Io credo lo si possa intendere così: la solitudine è una facoltà da esercitare, e ognuno dei suoi personaggi è chiamato a farlo. Quasi sempre gli ostacoli rivelano una natura imprecisa, sfuggente. Il loro essere insormontabili non sta tanto nella loro difficoltà, quanto in una sorta di alterità metafisica. Le ossessioni dei protagonisti si trasformano — propriamente — in fantasmi, e questa parola prende un peso ben più che metaforico.
Fedele all’esergo di Emilio Cecchi, per cui “il mondo è frequentato dagli angioli e dalle fate”, nei suoi pezzi migliori Dadati evoca elementi corruttori del reale, che dissolvono lentamente la normalità di una situazione, la prosciugano per così dire dall’interno. Forse il cuore del metodo di Dadati sta in questo: nell’oggettivazione del proprio demone. È una strategia sottile, e che lascia ammirati per il modo in cui viene condotta, soprattutto a un’età così giovane. (E penso anche alla lingua mai banale, alla profonda consapevolezza stilistica, al nitore delle frasi: qui chiaramente lo stile non è fine a se stesso, ma veicolo ideale del concetto).
I temi attraverso cui questo impianto viene coniugato sono relativamente pochi, e ce n’è uno in particolare che ritorna come un motivo cardine: la maternità, spesso intrecciata con la morte. In ogni racconto di Dadati è presente una coppia, e in almeno due ritorna il tema dell’aborto. In tal senso, la lettera conclusiva alla madre è una sorta di estuario ideale per questo elemento, offrendo una specie di presenza concreta, finalmente reale, dove i fantasmi sembrano placarsi.
Naturalmente, il fatto che la coppia sia onnipresente non scalfisce di un centimetro l’impianto tematico della solitudine. Nelle coppie di Dadati è sempre uno solo a parlare — è sempre uno soltanto a dover affrontare i demoni, e l’altro è talvolta ridotto a uno spettatore incapace di comprendere. Forse solo nel calviniano L’avventura di due sposi questo meccanismo lascia spazio a una condivisione. (Ma di nuovo, e non a caso, il rapporto è appunto un’avventura).

Fra i pezzi che spiccano maggiormente ricordo Leros, una sorta di delirio sotto dettatura di King, che dimostra le qualità anche meramente narrative di Dadati. Ricordo Apocalisse, riassunto globale dei temi della raccolta, con quell’intersecarsi di sogno, malattia, vecchiaia, presagio (la Grande Guerra e la cometa del 1915 come momenti diversi, e percepiti diversamente, di un unico e ben più profondo pericolo), mistero e rapporto di coppia.
Ma ricordo soprattutto Chi non c’era, autentico piccolo capolavoro, massima rappresentazione di quella strategia di corruzione del reale. È la storia di un truccatore di morti nella cui mente si genera lentamente un’idea, un “incubo che lo ammonisce”: quella di essere l’unico ad esistere in tutta la sua città, e nel mondo intero. Questo spunto a prima vista banale prende “la forma di un complotto”. Il protagonista si fa sospettoso e umorale. La sua compagna (non a caso incinta) lo rimprovera senza capirlo, mentre vede crescere dentro di lei “una vita misteriosa in una coppia che non c’è più”. E la coppia non c’è più non perché lui si sia fatto distante. Ma perché (l’unico punto di vista che ci interessa è quello del protagonista) è lei a non esserci più davvero.
Seguono alcuni lampi improvvisi — delle telefonate a vuoto nottetempo, un cadavere che sembra risvegliarsi di colpo, e il tentativo di cercare qualcun altro che esista, e non trovarlo — che lentamente e in silenzio distruggono la vita del protagonista, lo annientano, fino alla meravigliosa conclusione finale, dove l’autore e il personaggio si fondono in una sorta di frenata collettiva, dove “la scrittura si interrompe” e il racconto — e la storia — terminano nel mezzo di una decelerazione improvvisa, senz’altro aggiungere.

In definitiva: questa è una scrittura con un destino. Resta da capire quale, e solo Dadati ce lo potrà dire, ma l’inizio è davvero promettente.

Pubblicato da Giorgio Fontana il 12.04.07 18:17

COMMENTI

Grazie, Giorgio. Voglio proprio leggere il libro di Gabriele. (Volevo già leggerlo, ma dopo la tua recensione sono ancora più curiosa - e certa che sia stato un esordio notevole).

da Gaja il 12.04.07 22:37

Non lo conosco, mi hai incuriosito, Grazie Giulia

da Giulia il 15.04.07 17:40




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