03.04.07

Maestri dell’altro mondo, 5 / Chin P'ing Mei

Che è l’uomo? Che è mai il potere?

di Giorgio Morale

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Che è l’uomo, che è mai il potere?
Tutte le cose sono passeggere.
I flauti si sono incurvati, le arpe han perduto le corde.
I canti del passato da tanto non son più cantati.
Hanno avuto la loro giornata…

Quelli che amavano e facevan baldoria
da tanto in polvere debbon esser tornati

(Chin P’ing Mei)


Chin P’ing Mei? Ne ho letto dieci pagine e l’ho messo via”.
Così mi ha detto un amico esperto di letteratura erotica. Capisco che questo, che è il più grande romanzo della letteratura cinese, possa averlo deluso. Presentarlo come un romanzo erotico, sbattendo in copertina la raffigurazione di un amplesso, non reca un buon servizio al libro: attira lettori che poi ne rimangono delusi, mentre ne respinge altri che potrebbero essere in grado di apprezzarlo.

Un capolavoro della letteratura erotica come Le centomila verghe di Apollinaire su 140 pagine ne dedica più o meno 80, un 60 per cento circa, a situazioni esplicitamente erotiche. Alle stesse Chin P’ing Mei ne dedica più o meno 50 su 920 pagine fitte, circa un 6 per cento dell’opera, mentre 60 pagine di seguito sono dedicate alla morte del figlio e al dolore conseguente, che porta alla morte la madre Madama P’ing, Sesta Moglie del protagonista Hsi-Men.

In Chin P’ing Mei le scene erotiche colpiscono per il loro realismo e la loro potenza, comunicano il piacere dei sensi e il trasporto della passione, ma non hanno la leggerezza tipica di certi romanzi erotici: si avverte che saranno gravide di conseguenze – che la tragedia incombe. Il romanzo comprende ben altro: è molto più ampio lo spazio dato a banchetti e ricevimenti, affari e malaffari, viaggi, amene conversazioni, diatribe e battibecchi familiari, nascite e morti. Chin P’ing Mei dà conto della situazione patrimoniale dei suoi personaggi con la perizia di Balzac, offre descrizioni minuziose come un dipinto fiammingo, registra conversazioni con la grazia di Jane Austen, riferisce il deteriorarsi delle relazioni umane con la corrosiva lucidità di Saltykov-Scedrin.

La mia impressione è che Chin P’ing Mei sia uno dei libri terribili che ogni tanto una società ha la fortuna – o sfortuna – di avere. Penso, per l’Italia, a romanzi come I Viceré di De Roberto o Gli indifferenti di Moravia. Pietro Jahier lo definisce un “romanzo fiume che sviluppa la materia di cinquanta romanzi secondo i canoni occidentali”. E’ una sorta di Commedia umana, che ci dà un quadro della società cinese del Cinquecento con una galleria infinita di personaggi, dall’amico Ch’ang, cui mancano i soldi per l’affitto, al Gran Cancelliere, tanto potente che ha solo una persona, l’Imperatore, sopra di lui.

Si dice che Chin P’ing Mei sia stato scritto da un dotto del periodo Chia-ching (1522-1566), forse Hsu Wei. La prima edizione a stampa è del 1609. Risale al 1687 la prima condanna con un editto imperiale: “E’ certo che i romanzi licenziosi son atti ad esercitare una nefasta influenza sul mio popolo, depravando i costumi, ed avvelenando la sua anima”. La seconda condanna è del 1725. Pietro Jahier si domanda se non può darsi che “quella stessa condanna fosse determinata da mero istinto di conservazione del potere politico, anziché da intima convinzione della immoralità della denunzia, implicita nel libro, e artisticamente così convincente”. E mi sembra che le cose stiano proprio così.

La leggenda popolare riferisce che il libro sarebbe stato scritto da un erudito confuciano per vendicare l’uccisione del padre: regalò al figlio del suo nemico, appassionato di testi erotici, questo libro, in cui aveva narrato le malefatte che avevano portato alla morte il padre – l’attrattiva del sesso, quindi, come pretesto per una denuncia etica. Nonché come strumento di morte: infatti l’autore aveva strofinato sull’angolo di ogni pagina del libro un veleno che, agendo lentamente e calcolatamente, condusse a morte il lettore dopo l’ultima pagina.

* * *

Anch’io, come l’incauto lettore della leggenda, sono incantato dalla storia e non riesco a staccarmi dalla lettura. Ne ricaverò la morte anch’io?

Possiamo essere contagiati da un’opera, dal male che essa racconta? Fin dove ci si può spingere nella rappresentazione del male?

Yehoshua lamenta che ai giorni nostri il giudizio morale dell’opera d’arte sia pressoché scomparso. Egli affronta l’argomento ne Il potere terribile di una piccola colpa.

Che cosa intende Yehoshua per morale?
“Ogni affermazione assoluta e universalmente valida che indica ciò che si deve o non si deve fare nei rapporti umani… eccezioni alla legge morale devono a loro volta sottostare al criterio di assolutezza e universalità”.

Perché la letteratura dovrebbe essere considerata anche da un punto di vista etico?
Perché “la letteratura non esige dai suoi fruitori comprensione, bensì identificazione…”, ed esercita perciò “un grande ascendente morale e una pericolosa forza di persuasione spirituale”.

E cosa dobbiamo prendere in considerazione per valutare la moralità di un’opera letteraria?
“Ogni opera d’arte che descrive rapporti umani può essere esaminata, in un modo o nell’altro, da un punto di vista etico… L’etica… è onnipresente, ovunque esseri umani entrano in relazione tra di loro”.

A Yehoshua fa eco Coetzee, per bocca del suo alter ego Elizabeth Costello.
Nel romanzo omonimo Elizabeth Costello critica uno scrittore che descrive con bravura, ma anche con estrema crudezza, la messa a morte di alcuni nazisti attentatori di Hitler: “Leggerlo mi ha contagiato” dice “quel contatto col male si è trasmesso a me… Non si tratta di qualcosa di dimostrabile… E’ qualcosa che si può solo sperimentare”.
E avverte: “dobbiamo stare attenti al tipo di orrori. Noi in quanto scrittori. Non solo per il bene dei nostri lettori ma anche per noi stessi. Quello che scriviamo può esporci al pericolo… Perché se quello che scriviamo ha il potere di renderci migliori, ha anche quello di renderci peggiori… La domanda che mi pongo… è se l’artista sia effettivamente l’eroe-esploratore che sostiene di essere, se abbiamo o meno il diritto di applaudirlo quando emerge dalla grotta con la spada insanguinata in una mano e la testa del mostro nell’altra”.

* * *

Protagonista di Chin P’ing Mei è Hsi-Men. “Avete certamente sentito parlare della sua immensa ricchezza. Tutti i nostri funzionari sono… indebitati con lui. Oltre al suo grande negozio di medicinali e al suo dispensario, possiede quattro prospere botteghe di mercerie di seta: le sue giunche commerciali penetrano nelle province; esercisce la grande azienda del sale… e dirige un colossale commercio di incensi e di candele di cera; ha delle dozzine di direttori d’affari e di commessi; vi smarrireste irreparabilmente attraverso i suoi campi; e i cereali superflui marciscono nei suoi granai. Il Cancelliere T’sai Ching, della capitale orientale, è suo padre adottivo; l’Intendente Ti, suo cugino; Governatori e Censori sono suoi intimi amici, per tacere dei Mandarini minori. Oltre alla moglie titolare, una Wu di nascita, figlia del Comandante di Sinistra della Città… ha quattro o cinque mogli secondarie e danzatrici e cantatrici, e le varie ancelle che favorisce si contano a dozzine. Ha appena trentacinque anni e da qualsiasi punto di vista è un elegante e bel gentiluomo. Non potreste nemmeno figurarvi la sua potenza in amore; e, come se il suo vigore non fosse più che sufficiente, lo stimola ancora con certe pillole miracolose… delizioso conversatore… ha avuto la più varia e raffinata istruzione… è anche coltissimo”.

All’inizio è Hsi-Men a tendere le sue reti e condurre il gioco. Forte di posizione sociale, ricchezza e appoggi politici, riesce a ottenere tutto ciò che desidera. Il possesso sessuale per lui è la conferma del potere sociale e un modo per edificare il suo potere personale. Volontà di potenza che chiede solo di crescere. “La sua sete di sempre nuove avventure amorose era divenuta incessante e smodata; i suoi desideri eran così precipitosi che, anche mentre si trovava con una amante, agognava l’abbraccio di un’altra; si augurava di potersi fare in due per poter soddisfare la sua insaziabile brama”.

Appena appare Loto d’Oro, che diventerà Quinta Moglie di Hsi-Men, però, è lei a dominare la scena. Per Loto d’Oro il sesso è l’arma del potere, il modo per sbaragliare la concorrenza delle altre mogli e legare a sé Hsi-Men, rendendolo succube dei suoi voleri. Via via è lei a imporsi e a superare lo stesso protagonista in energia e magnetismo.

Loto d’Oro uccide il marito col veleno; fa degradare, incarcerare, torturare ed esiliare il cognato; spinge con le sue angherie la rivale Loto Fragrante a impiccarsi; addestra il suo gatto affinché uccida il figlio della Sesta Moglie di Hsi-Men, di cui è gelosa, cosa che conduce la stessa Sesta Moglie in pochi mesi alla malattia e a una struggente morte; si procura spie nelle ancelle a suon di ricatti e per vendicarsi non esita a spergiurare e tradire. “Ha il viso di un essere umano, ma il cuore l’ha di bestia” dice di lei la Prima Moglie, la virtuosa Madama Luna. “Tutto in lei è falso. Essa stessa non crede nelle proprie declamazioni e nei propri lamenti…”. E altrove si dice: “Striscia dappertutto, silenziosa come un fantasma… è una volpe a sette code. E’ capace di ogni sorta di stregonerie. Pensa alla sua insolenza”.

Sembra un contrappasso: il cacciatore Hsi-Men è invischiato nelle reti della sua preda Loto d’Oro. E’ quello che gli orientali chiamano karma. Così, di misfatto in misfatto, ci avvediamo della moralità del racconto, qui non mera cornice, come nella narrativa erotica. La degradazione di Hsi-Men ce lo conferma pagina dopo pagina. “Ritengo che tu sia stranamente capriccioso” gli dice una moglie. Un’altra: “Questo non può servire a nulla. Non farà altro che legarti entro un legaccio di setole di menzogne finché non saprai da che parte girarti”. E un’altra: “Non si sarebbe mai arrivati a questo, se tu fossi un vero uomo… Su te non si può minimamente contare!”. E lui? “Hsi-Men non seppe cosa rispondere a queste parole”.

* * *

“Alzò il capo del malato con la sinistra, e con la destra gli portò alle labbra il liquido.
‘Ma che sapore disgustoso,’ esclamò quello dopo la prima sorsata.
‘Il sapore non conta, la cosa importante è che faccia il suo effetto,’ disse lei, per quetarlo.
Quando aperse bocca per una seconda sorsata, essa gli versò a forza l’intero contenuto della tazza giù per la gola. Poi lo lasciò ricader sul guanciale, e con una rapida mossa balzò lontana dal letto.
‘Donna, quella roba mi brucia tremendamente dentro!’ gemette lui a gran voce. ‘Oh, oh! Non lo posso sopportare!’
Ora essa si portò rapidamente ai piedi del letto, e rotolò due coperte in modo tale che anche il suo capo rimase completamente e sicuramente imbavagliato.
‘Non posso respirare!’ La sua voce soffocata si sentiva appena da sotto le coperte.
‘Questo ti farà sudare come ha prescritto il medico,’ lo confortò lei. Un’altra volta la voce ricominciò a parlare, e, a un tratto, essa fu atterrita dal pensiero che potesse districarsi dalle coperte. Con rapida decisione balzò sul letto, si mise a cavalcioni sul suo petto, e con ambo le mani premette l’estremità delle coperte più strettamente che poté contro il suo capo senza abbandonare la presa. Due urli soffocati, un rantolo di more, e il malato non si mosse più”.

Può esistere una rappresentazione senza giudizio?

Di fronte a una scena come questa penso di no. Il narratore è distaccato e il racconto realistico, ma la materialità dell’esecuzione, la resistenza della vita e la fatica dell’atto criminale trasmettono, con una gravità che a tratti rende persino insopportabile la rappresentazione, l’inevitabile giudizio sull’azione, volontaria e non casuale. Come nell’episodio crudo e allucinante dell’assassinio nel Non uccidere del Decalogo di Kieslowski.

Ugualmente insopportabile è la scena della morte di Hsi-Men, “già premuto e consunto dai vizi e dalla lussuria”. La notte fatale Loto d’Oro fa prendere a uno stanco e malato Hsi-Men, desideroso solo di dormire, una tripla porzione di pillole afrodisiache. Mentre la donna maneggia il membro del marito, “all’improvviso ne scaturì un seme bianco, quasi argento vivo… All’inizio era davvero seme, ma ben presto seguì sangue scorrente senza sosta. Hsi-Men era svenuto… Loto d’Oro… durante la notte, senza sapere quanto gli potesse nuocere e spinta da un irrefrenabile impulso di sensualità, salì sul corpo dell’uomo e con i suoi violenti strattoni gli arrovesciò la pelle del membro, sbucciandoglielo irreparabilmente e mettendone al vivo la carne sanguinolenta…”.
Raramente amore e morte, eros e thanatos sono stati rappresentati con maggiore evidenza. L’unico paragone che mi viene in mente è con L’impero dei sensi di Oshima.

Il narratore onnisciente riflette: “Stimato lettore, una luna piena non riman piena per sempre; le amabili tinte di una nube non durano a lungo. Quando una buona fortuna ha raggiunto il proprio vertice, è regola che la scalogna cominci”.

* * *

Chin P'ing Mei non finisce con la morte di Hsi-Men, va avanti per altre 300 pagine. Mi ricorda il film Vivere di Kurosawa, che sembra ricominciare e prendere una nuova piega dopo la morte del protagonista: ed è una piega più esplicitamente etico-politica.

Dopo la morte di Hsi-Men: i dipendenti Han Tao-Kuo e Lai-Pao derubano il padrone di mille once di merci ciascuno; Loto d’Oro fa l’amore con il genero davanti alla tavoletta dell’anima del marito; la concubina Girasole si appropria di quanto più può, in combutta col nipote che l’aiuta a portar fuori casa la refurtiva; Loto d’Oro viene uccisa dal cognato, che così vendica l’assassinio del fratello, primo marito della donna; la concubina disonesta Occhio di Neve fugge con un servo trafugando oro e gioielli, ma è scoperta e punita e finisce col diventare serva di una sua ex serva, per poi finire prostituta nei bordelli e infine suicida; la figlia di Hsi-Men, maltrattata dal marito, s’impicca; suo marito viene ucciso perché una sua ennesima macchinazione viene scoperta…

Non c’è scampo. “Il numero dei nostri anni è predestinato. Non possiamo sfuggire al nostro destino”. “La povera signora ha fatto a qualcuno un torto in una precedente vita”. Come avverte il Dhammapada, “Non c’è luogo sulla terra/non caverna di montagna/non oceano né cielo/dove sfuggire le conseguenze/delle cattive azioni”. Anche gli spiriti vengono a ricordare i torti e a esigere riparazione.

E non si salva nessuno: gli amministratori e i giudici sono corrotti e pronti a vendersi al miglior offerente; persino i preti sono avidi e libidinosi; le cerimonie, impeccabili, sono la rappresentazione “ufficiale” del potere: l’illiceità sta nei fini, che divengono scoperti nella contrattazione in sede privata.

Intanto sullo sfondo le notizie dei grandi eventi storici sembrano l’eco su vasta scala delle nefandezze private. “Sopraggiunse quindi il giorno vergognoso in cui la cavalleria dell’Orda Dorata invase K’ai.feng fu, la Capitale Orientale dell’Impero, e portò via come prigionieri nel Regno nordico i due Imperatori – Hui Tsung, che aveva abdicato, e suo figlio Ch’in Tsung – con tutti i principi e principesse e la corte al completo. La Pianura Centrale era ora priva di governo; da ogni parte confusione e rivoluzione; tutti i freni dell’ordine pubblico erano rotti…”.

E proprio sul finire assistiamo a una sfilata di spettri, tutti i morti del libro, che ringraziano un monaco che con la sua preghiera ha dato loro l’opportunità di rinascere e reincarnarsi… E scopriamo che il figlio che Madama Luna ha avuto da Hsi-Men, nato la notte in cui il padre è morto, reca in sé l’anima del padre e compirà le stesse sue male azioni… se non arrivasse il monaco a richiederlo alla madre come suo discepolo, per educarlo e rompere il ciclo del male… E tutto è suggellato nei versi posti a chiusura.

“… Vedi, ogni evento da altro evento è stranamente riecheggiato.
Un potente dissoluto a morte prematura è dannato,
uno sfrontato furfante insidioso nel proprio vischio rimane impigliato…
Quella di Stelo di Giada e Madama Luna è pagina più brillante:
a loro il premio della virtù – pace e vecchiaia riposante.
Loto d’Oro? Il suo è fato lacrimevole che fa rabbrividire!
Ma la fragranza di questa storia durerà per mille anni a venire
”.

[Pubblicato da Giorgio Morale il 03.04.07 08:01

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