Il ballo di Iréne Nèmirovski.
di cletus
Sabato sera, leggermente scazzato, ho messo piede in un orario impossibile in una piccola (ma ben fornita, ho appurato) libreria dell’Eur.
Reduce da “Le vite degli altri”, mi son lasciato prendere dalla solita sindrome che mi coglie non appena la compresenza di tanto scibile, tradotto in parole su carta e racchiuso in migliaia di volumi. Nella scelta del testo il formato è importante, cosi insieme a Dodici saggi danteschi di Borges, il Pasto nudo (che devo aver prestato e mai avuto indietro) e un omaggio postumo ad un grande che se ne è appena andato, Mattatoio 5, mi sono imbattuto in un agile volumetto, di cui avevo già letto qui in bottega la critica (positiva) di Mauro Baldrati.
Ho cominciato a leggerlo, fra gli schiamazzi di giovani europei, fiati puzzolenti di alcol, sotto le luci incerte di un pulman del Cotral. Restandone incantato per la leggerezza.
Poi ho fatto una passeggiata (forzata) di un’ora. E ieri, domenica, nella stessa porzione di tempo l’ho finito, comodamente seduto su una sdraio, al sole caldo di aprile.
La cosa che colpisce, come detto, è il tono. Limato all’essenziale, non una sbavatura, niente ridondanze. Una famiglia, una madre afflitta da sindrome di arrampicamento sociale, ansiosa di vantare il suo nuovo status, grazie al marito, un ex-usciere che ha conosciuto un’improvvisa ricchezza avendo indovinato un paio di speculazioni in borsa, una figlia, quattordicenne, vero perno e occhio critico di tutto il giochino. Siamo a Parigi, ma potrebbe essere una qualsiasi capitale europea.
L’autrice, riesce con una grazia unica, ad inserire fra porzioni di dialogo (grazie ai quali caratterizzare i personaggi) discrete notazioni personali, come la descrizione delle espressioni che condiscono i vari passaggi. Ci sono quadretti che meritano attenzione, la scena della preparazione degli inviti per un ballo, appunto, che la poveretta intende organizzare per consacrare il suo nuovo status, con l’escursus di varia umanità (e il lettore se l’immagina, via via che procede la descrizione), come un appello, e insieme, la sommatoria dei tic e le malefatte di questa società che l’autrice pare conoscere proprio bene. (In questo, rivela tutta la sua sconcertante attualità)
Fra vizi privati (partouze, amanti, gigolò) e pubbliche virtù, in genere orbitanti intorno al concetto “reddito” ne abbiamo un quadro piuttosto spietato di quello che doveva essere la “buona società” di allora.
La figlia, è l’elemento sano. Vuoi per la tenera età, vuoi per la capacità di vedere oltre il muretto delle squallide convenzioni che sia la madre, ma anche il padre, edificano con il loro fare neo-borghese.
Un grazie a Mauro per non aver detto nulla di più della trama. Mi atterrò anch’io, non volendo rovinare il piacere della lettura a chi avrà la ventura di leggerselo. Ma è una chicca, credetemi, che m’ha lasciato il piacere della scoperta di un’autrice che non conoscevo.
[Per la gioia di Ezio: edito da Adelphi, Piccola biblioteca n.527]
[tralascio l'ISBN]
Pubblicato da Cletus il 16.04.07 07:35