Guerre politiche, di Goffredo Parise
di cletus
Mentre io giocavo ancora negli scout, G.P. andava per il mondo, e scriveva di quello che vedeva, per conto di prestigiosi quotidiani italiani.
Sebbene il marketing non abbia confini, ho trovato un po forzoso, l’altro giorno, in libreria, lo “strillo” attribuito a Saviano (Gomorra) per “spingere” il testo in parola. Con tutto il rispetto per Saviano, credo che Parise abbia gambe robuste per camminare da solo, anche dopo morto.
Ne ho prese due copie. Una da regalare un amico, fissato con i viaggi avventura, e che ha girato, in lungo e largo, per quei paesi (Vietnam, Laos, Cambogia, Biafra). E ho iniziato a leggerlo.
Parise è un grande. La sua scrittura, scorre più e meglio di una telecamera a spalla. E’ l’occhio dell’uomo che si posa sulle cose, sui volti delle persone, dei luoghi. Il suo stile è asciutto, coinciso.
Rende delle descrizioni cosi precise, che sembra di essere sul teatro della battaglia con lui. Un qualcosa di simile, l’ho trovato solo in Thom Jones, nelle sue narrazioni (vissute in prima persona) dei combattimenti nella natura aspra del Vietnam.
Perché è da leggere questo libro ?
Perché è il racconto di un uomo, che si trova fra altri uomini.
Perché non concede nulla allo stupore, all’artefizio, alla capacità paracula di rendere, attraverso la parola scritta la realtà dei luoghi in cui è andato come “inviato”. Una grande lezione di stile, e fa impressione pensare che molti dei “pezzi” inseriti su questo libro, siano stati, all’epoca, pubblicati sul CorrSera. E’ letteratura, allo stato puro. Esente da svolazzi, riporta nel lettore, con la veemenza di uno schiaffone, la dura realtà di teatri di guerra, di usi, di altre nature, che albergano sotto lo stesso nostro sole. Angoli di mondo, che vengono osservati con l’occhio di chi, spogliandosi di ogni supponenza si cala nel dolore altrui, scavalcando a piè pari la sovrastruttura ideologica di un borghese di sinistra, e recuperando l’UOMO, che a qualsiasi latitudine, una volta spogliato di tutto ciò che è inutile, viene caratterizzato in quanto essenza (carne, sangue, sentimenti).
A colpire è la leggerezza, anche nell’affrontare le situazioni più crude. Il tono non è mai saccente, non suppone nulla Parise, ma lascia che a giudicare sia il lettore, sulla base di un resoconto quanto più onestamente attinente ad una restituzione quasi fotografica, per immagini, di quanto ha avuto la ventura di incontrare in questi viaggi.
Ho scoperto questo autore relativamente tardi. Un paio d’anni fa l’ho approcciato con l’Odore del sangue. Ho preso di recente i suoi Sillabari (ripubblicati da poco per Adelphi, in un unico volume).
Questo testo m’ha lasciato qualcosa dentro. Era da tempo che non leggevo parole cosi toccanti, precise, che arrivano a segno, lasciando in chi legge, tutto lo sgomento per la consapevolezza della complessità dell’animo umano (toccante l’immagine di una mamma biafrana che ruba l'ultimo boccone al proprio piccolo, un qualcosa di molto prossimo alla morte, ridotto a poco di più di una larva, in uno dei tanti campi profughi, e che viene prontamente schiaffeggiata da una infermiera, mettendosi a piangere, con gli occhi fissi nel vuoto, assenti, continuando a masticare).
Mi sento di suggerirlo, a chi ha flirt in corso con la scrittura. Ripeto, una grande lezione di stile.
Guerre politiche, Piccola biblioteca Adelphi
Pubblicato da Cletus il 23.04.07 08:14