Flatland, Edwin A. Abbott
di Paolo Cacciolati

Solo una sorta di operetta morale?
Benvenuti in Flatlandia, terra a due dimensioni dove piatte figure geometriche vivono divise in caste, biechi poligoni dominano il mondo imponendo leggi terroristiche, orde di crudeli pentagoni sopprimono nel sangue ogni accenno di rivolta contro l’ordine costituito.
Disprezzo della libertà, l’ascesa sociale come unico valore, unica aspirazione la conquista di un lato in più, sessismo estremizzato, con donne in forma di segmento tenute in stato di schiavitù. Tutto questo (e molto di più) è Flatland!
I dominatori seguono precetti protonazisti, tipo:
...se siete un Triangolo o un Quadrato o addirittura un Poligono nato con qualche irregolarità, bisogna che vi facciate portare in uno degli Ospedali Regolari per curarvi la vostra malattia; altrimenti finirete i vostri giorni nella Prigione di Stato, o sotto l’angolo del Boia di Stato.
In fondo alla scala sociale, miseri triangoli isosceli hanno come unica ricchezza i loro angoli, sognano di generare un figlio equilatero, che in futuro possa diventare addirittura quadrilatero.
Gli abitanti quanto più crescono di lati, tanto più si avvicinano alla casta degli eletti, i sacerdoti, dotati di così tanti lati da sembrare dei circoli. La massima autorità è il Gran Circolo, cui si attribuiscono, a titolo di cortesia, diecimila lati.
E c’è anche il lifting ante litteram:
in un Poligono la perdita di qualche lato può essere rimediata con un’operazione ben fatta nell’Istituto Neoterapeutico.
I quadrati possono sognare di un mondo diverso?
L’io narrante è un quadrato che fa l’avvocato. Descrive i costumi del luogo in modo piatto (conformemente all’ambiente) senza approvarli né contestarli. Così l’autore, tramite il quadrato narrante, riesce a mantenere un tono distaccato, lasciando che le cose parlino da sé, per farle risaltare nella loro assurdità.
Insomma, tutta la prima parte è un po’ carrolliana, si descrive questa società assurda con l’intento di fustigare i vizi della società reale.
Abbott, chissaperchè, è anche stato accusato di misoginia. Certo, in Flatlandia le femmine sono temutissime: sono come aghi, tutta punta, almeno nelle loro estremità. Ne consegue la soggezione a regole molto severe, tipo:
Ogni casa deve avere un ingresso dal lato Orientale, riservato esclusivamente alle Femmine, dal quale ogni Femmina entrerà in modo conveniente e rispettoso, senza mai usare la porta degli Uomini, o ingresso Occidentale.
Solo una delle tante tristi ingiustizie di Flatlandia.
Ma qui arriva il colpo di scena.
Compare un nuovo mondo, in tre dimensioni. A lunghezza e larghezza si sovrappone la rivoluzione della profondità.
E’ una novità drammatica, imposta dall’alto, concretizzata in forma di una sfera che piomba su Flatlandia terrorizzando il quadrato narrante.
Il protagonista è sconvolto nelle sue certezze, si dibatte, non accetta la nuova visione, finchè è rapito dalla sfera stessa, trascinato verso l’alto, nello spazio, in quella terza dimensione che prima ignorava, in un evento-ascesa che assume valori mistici e simbolici.
Cambia anche il tono, da freddo e didattico si fa più appassionato, sermoneggiante, con sfumature bibliche.
La nuova consapevolezza del mondo piatto genera nel quadrato prima terrore e poi liberazione. Quanto gli pare gretta, ora, la sua vecchià mentalità chiusa su due dimensioni!
E avanzano nuove intuizioni. Dopo la terza, una quarta dimensione. E, perché no? Una quinta, una sesta.
Il quadrato sogna. Possono sognare i quadrati? verrebbe da chiedersi parafrasando il grande Dick. Me lo vedo, il quadrato, tornare in Flatlandia e dire Ho visto cose che voi poligoni….
Così questo racconto fantastico a più dimensioni si avvia verso la conclusione. Peraltro scontata.
Cosa aggiungere, dopo Einstein e Manganelli?
Un testo che potrebbe essere stato scritto in qualunque momento, ieri, cento anni fa, o nel 1882, come effettivamente è stato.
Libro pubblicato anonimo, inizialmente è stato quasi ignorato, mentre il suo autore guadagnava fama con libercoli su pedagogia e teologia.
Poi, con il passare degli anni, si è scatenato crescente interesse. Peana sui meriti scientifici dell’opera. Osanna sulle intuizioni matematiche. In effetti pare che nessuno prima di allora avesse ipotizzato l’esistenza della quarta dimensione.
Albert Einstein ne fu entusiasta, lo elogiò in più occasioni, e qualcuno vi ha perfino visto un’anticipazione della Teoria della Relatività. Insomma, un libro su cui aleggia un soffio sopranaturale, da gustarsi appieno solo se amanti di castelli in aria con solide fondamenta matematiche.
Libro che nell’edizione di Adelphi esibisce nientepopodimeno che la postfazione di Giorgio Manganelli. Manganelliana, sicuro, ma non troppo, in quanto si capisce tutto e subito.
Lottiamo uniti contro tutte le matematiche!
Per non ripetere i brillanti concetti manganelliani, aggiungerei solo che questo romanzo mi ha fatto venire in mente una supplente di matematica, alle scuole medie inferiori.
Costei insisteva a spiegare la Teoria degli Insiemi. Forse era una rigida cultrice delle teorie collettivistiche applicate alla matematica. Comunque, nonostante si impegnasse a rimescolare sulla lavagna ‘sti cerchi con dentro i numeri, io ci capivo una emerita acca.
Probabilmente è stato in quel momento che ho deciso di avere un’intelligenza troooppo superiore per sprecarla con equazioni e affini.
Secondo me pure Abbott la pensava così sulle faccende algebriche. In fondo lui mica era un matematico. Dedito a studi umanistici, Rettore della più prestigiosa scuola di Londra dal 1865 al 1889, dicono che avvicinasse i suoi allievi allo sforzo intellettuale come a una specie di religione.
Sono sicuro che Abbott ce l’aveva su con la matematica e la geometria. Ma non poteva dichiararlo, figurarsi, un’emerito accademico in cotanta posizione. E allora ha scritto questo romanzo. Per dare una speranza alle messi di asini come il sottoscritto, che si ostinano a ritenere la matematica un’opinione.
Tutto chiaro, per me: Flatland è una rivolta contro le geometrie, le teorie e i calcoli e i teoremi e i postulati, e contro il mondo.
Quindi, dopo averlo letto, non mi resta che levare alta la voce: lottiamo uniti contro tutte le matematiche!
Ma, mentre digito queste lettere, proprio ora che sfioro con i polpastreli questi tastini, ebbene in questo momento mi accorgo con orrore che quello che sto facendo avrà visibilità solo grazie a una maledetta equazione.
Edwin A. Abbott, Flatland, Adelphi.
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Pubblicato da Paolo Cacciolati il 30.04.07 14:36