Pioggia di William Somerset Maugham
di Cletus
Ho letto questo racconto sull'onda dei commenti, per lo più entusiastici, sbirciati (mi si passi il termine) in rete.
Da piccolo, dello stesso autore, ho sfogliato di nascosto le pagine di un Oscar, gelosamente custodito nella biblioteca del nonno, "Schiavo d'amore", che nell'immaginario di un adolescente, è un titolo che debbo ammettere, gioca in modo piuttosto potente.
Pioggia è un ordigno perfetto. Intanto si celebra dentro una pausa. Una pausa dilatata, d'accordo, dovuta alla sosta forzata in un isoletta dei mari del sud, in un qualsiasi e anonimo arcipelago dell'oceano pacifico, a causa di avverse condizioni meteo. Ma la sensazione del viaggio incombe.
Il lettore lo percepisce, anche se non sembra cosi invadente. Forse è il pretesto per alimentare una sensazione sottesa di attesa. I personaggi. Una coppia di religiosi, in viaggio alla volta del loro isolotto, dove sono chiamati, per conto del loro Dio, a completare l'opera di redenzione degli indigeni evidentemente colpevoli di coltivare altri usi cementati dal pacifico scorrere del tempo, e immersi nella natura.
La stessa natura che, sottoforma di pioggia (torrenziale, tropicale) costringe i nostri sull'isola. Insieme alla coppia predetta, un'altra, più sobria, meno certa del fuoco confortante della fede, e che finisce con l'esserci irrimediabilmente più simpatica della prima. Un dottore e la sua consorte che l'autore inventa a contraltare dei primi due, evidentemente troppo presi da se stessi per rendersi conto della presenza degli altri.
Infine, una donna, Miss Thompson, della quale si saprà nelle battute finali la vita sofferta che ha vissuta, trasfuga o meglio evasa o latitante da un soggiorno dato per certo nelle patrie galere, in forza di chissà quali crimini contro la morale, diventa il pallino da biliardo del racconto.
La sosta allora, diventa il tentativo di redenzione, da parte del retto reverendo, di costei, contro la sua condotta, giudicata appunto immorale, agli occhi di quei simulacri di autorità lì trasportati (il Comandante della nave, il responsabile della Capitaneria di Porto). Ci arriva l'odore, selvaggio, delle strade polverose, bagnate da tanta acqua. E anche la narrazione è liquida, il tratteggio dei personaggi è perfetto, quasi e meglio che dentro una commedia di Ivory. Cosi i dialoghi fra "gli invasati" e i più tolleranti (il dottore e la consorte), rappresentano il millenario gioco fra l'assolutezza della fede e il possibilismo della ragione. Mica roba da poco.
Il reverendo si spende, a costo anche di un notevole impegno fisico, nonché psicologico, a convertire la reproba. Gli impedisce di ricevere uomini, di far tardi la sera, disturbandogli il sonno, con il grammofono a palla, cantando canzonacce sguaiate.
Tanta fatica sembra cominciare a dare i suoi (meritati) frutti, sembra dirci l'autore, quando il colpo di scena finale (il corpo del reverendo rinvenuto sulla battigia, con la gola squarciata) e davanti al quale un dialogo secco ed essenziale fra il dottore ed un altro protagonista, informano il lettore che si tratta di suicidio "senza ombra di dubbio". E le parole virgolettate di una sola riga, attribuite alla rea-non-redenta "gli uomini, sono tutti dei porci", gettano una luce che disattende, spiazza, anche il più smaliziato dei lettori.
L'autore è maestro nel costruire il clima, nel tratteggiare i personaggi, i dialoghi scarni. La pausa, allora, questa sosta forzata che quasi in modo zen, una volta placati, in forza dei capricci metereologici, gli affanni del vivere quotidiano, consentono ad un occhio attento di leggere al di la, delle rispettive apparenze. Sbaglia chi ritenesse l'intento dell'autore quello di deridere certa maniera di intendere la religione. No, il suo pregio sta nella maniera di porre lo sguardo. Di mettere in parallelo la visione fobica di una rettitudine di vita, con l'atteggiamento disincantato (superficialmente scambiato per qualunquismo) del dottore, vero occhio critico di tutto il racconto. Dietro al suo pavido comportamento, dietro alla sua titubanza (ha un sussulto solo nell'andare a parlare col comandante, affinchè non reimbarchi per un viaggio al contrario la "rea", venendo comunque disatteso, in forza di un persistente obbligo di esportazione della "normalità" della "legge", dal rifiuto cortese, ma fermo, che il comandante opporrà alla sua, pacata, richiesta).
Un gioiellino, insomma, che si snoda in una cinquantina di pagine, ed apre la raccolta "Racconti dei Mari del Sud" edita da Einaudi.
Pubblicato da Cletus il 17.03.07 19:11