01.03.07

Philip Roth, Everyman

di Demetrio Paolin
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Philip Roth ha scritto un libro bellissimo (Everyman, Einaudi), che uno lo dice così, perché poi non sai come spiegarlo. Un libro che se lo leggi e hai 30 anni è difficile da comprendere appieno. Il fatto è che hai davanti qualcosa di realmente 'altro' rispetto ad un libro vero e proprio. Non c'è trama, non ci sono tutte quelle regole buone da corso di scrittura: il climax, la tensione, etc etc.
Ho avuto l'impressione di leggere un marmo, una stele antica. Qualcosa che precede o succede alla narrazione stessa. Per parlare di questo libro in realtà dovrei parlare delle mie esperienze di 'fragilità' corporali: le malattie, i mesi di ospedale, la polmonite, quando per tre mesi il mio sistema linfatico senza motivo incominciò andare a rotoli. Il libro di Roth ci interroga sulla nostra 'fattualità', sull'essere un fatto, un accadimento e niente di più. Ciò che colpisce è quest’aderenza totale non al corpo, in quanto tale, ma al corpo che si ammala, che perisce, aprendo una profonda riflessione su ciò che si è. Ero nel pieno di queste riflessioni, quando ho parlato via skype con un’amica , che aveva appena finito di leggere Everyman. Il dialogo è stato molto intenso e ho capito che se lettura ci sarebbe stata, non poteva essere altra che il dialogo tra me e lei. La forza del libro di Roth è in questo: ti stana e ti costringe a dire di te, a parlare di te. Ti fa prendere parola.

Luisa: ho finito di leggere Everyman, era così corto, eppure sono andata lenta
Demetrio: pure io.
Luisa: lentissima
Demetrio: è un libro dove bisogna andare lenti
Luisa: intanto, è un libro, per come lo vedo io
Demetrio: bellissimo. io lo trovo bellissimo
Luisa: perché è semplice. E’ di una semplicità commovente
demetrio: ad esempio il finale. è incredibile
Luisa: che significa: è tutto molto credibile. Non so, ecco, quando ti parlavo ieri del "male", ti dicevo "non mi interessa", volevo dire
Demetrio: Che in realtà ti interessa come lo racconta lui.
Luisa: che non mi interessa come "concetto", ma come fatto che non puoi che subire o stare a guardare, così. Tu non stai ANCORA invecchiando per esempio e lo so che non lo stai facendo perché io a trent'anni non invecchiavo e neanche a trentacinque
Demetrio: io ne ho 33 comunque.
Luisa: a quaranta mi prese un colpo, ma solo guardando il numero, niente di che. Si può dire che ancora non invecchiavo, invece dopo ho cominciato. E non c'è un'altra sensazione, fuorché quella di "incazzarsi", ma neanche quello - è che cominci a chiederti: e mo?
Demetrio: però Roth non si incazza.
Luisa: dove ce lo appiccico, questo e quest'altro?
Demetrio: lui fa una sorta di incredibile elencazione
Luisa: è che uno non capisce… cioè lo sai, lo sapevi che succedeva, c’è che a un certo punto uno pensa (pensa solo) "io credevo di vivere per sempre", e lui dice che l'ha sentito, anche se non l'ha detto. Più o meno.
Demetrio: sì è così.
Luisa: è un fatto molto minuscolo
Demetrio: (ecco posso dire che a me solo sta cosa del pensare che uno vive per sempre non mi ha mai sfiorato?)
Luisa: senti, non è così semplice, io ho sempre pensato: non ho paura della morte e non solo l'ho pensato, ma si è visto in molte occasioni che lo pensavo DAVVERO. Posso dirlo anche adesso, che non è "paura". Lo metti in conto, sai che è così, eccetera, ma lo sai con la mente. E’ diverso quando cominci a saperlo col corpo: lì lui comincia a pensare delle cose che non c'entrano con quelle che pensava la tua mente a proposito.
Demetrio: sì questo è vero.
Luisa: ed è difficile da spiegare, lui l'ha fatto bene
Demetrio: e non è un caso che non se parli quasi.
Luisa: anche legare il dolore alla morte in un modo così naturale
Demetrio: a me colpisce la scena di quella sua alunna del corso di pittura, che va di sopra a distendersi.
Luisa: io credo che sentire di stare per morire deve essere come sentire di avere un masso addosso
Demetrio: io questo non lo so proprio.
Luisa: avere pochi pensieri, altro che quello che ti sia levato questo masso di dosso
Demetrio: io mi ricordo quando mi trovarono i linfonodi ingrossati, in maniera abnorme, sul collo e incominciarono a farmi tutte le analisi, che durarono due mesi. Mi ricordo nitidamente l'ecografia, mi ricordo che c'era Daniela e io che le dicevo: cazzo l'ecografia devono farla a te, quando avremo un figlio e non al mio sistema linfatico.
Luisa: non so
Demetrio: e poi l'ago aspirato. Sai a scuola ho una ragazza che ha scoperto di avere la leucemia.
Luisa: Quando morì papà, l'ultima cosa che disse a mia madre fu "mi dispiace per te". Mi dispiace per te. Che cazzo di frase
Demetrio: però mi sa di verità. ‘Sta ragazza fa casino da matti.
Luisa: io ci ho sempre pensato, come se avesse detto: bene, basta, adesso mi libero, però, peccato per te
Demetrio: (in questo senso sa di verità, perché lo è...). Un giorno le volevo mettere una nota.
Luisa: è l'adesso mi libero (da questo masso) che a me ha fatto impressione
Demetrio: lei mi guarda e mi dice: lei non può mettermi la nota, perché io sono malata di leucemia.
Luisa: possiamo dire che scappa dal masso che le sta rotolando addosso?
Demetrio: e lo dice così davanti a tutti.
Luisa: e tu che hai fatto?
Demetrio: io gliel'ho messa lo stesso e lei a fine ora è venuta e mi ha abbracciato.
Luisa: sono le piccole cose che si possono fare
Demetrio: mi ha detto: Sono stufa che tutti mi trattano da malata. Io le ho detto: Infatti tu non sei malata, tu sei una rompicazzi.
Luisa: hai detto proprio rompicazzi, bene. Sei bravo
Demetrio: forse il sasso per un po' l'abbiamo lasciato in un angolo. Sì mi vogliono bene a scuola
Luisa: anch'io non ho "soggezione" davanti alla morte
Demetrio: adesso gli sto insegnando a fare la poesia con il cut up.
Luisa: quando capita, me la guardo. Osservo anch'io quelli che lavorano al cimitero, mi affascinano
Demetrio: prendiamo i giornali.. pagine e pagine.. e tagliamo frasi a caso le mischiamo.
Luisa: mi placano
Demetrio: io mi ricordo che quando morì Alessandro, il mio amico. Sono rimasto lì fino all'ultimo: ho visto tutti mattoni messi, etc etc. Ero attentissimo.
Luisa: è un fatto importante: è LA cosa che ti placa
Demetrio: si è quella.
Luisa: una volta ho visto interrare uno, una sola volta
Demetrio: io pure.
Luisa:come nei film
Demetrio: un bambino.
Luisa: eravamo in quattro o cinque
Demetrio: un ragazzo anzi.
Luisa : ed era una persona che avrò visto due o tre volte
Demetrio: credo che non sia un caso se Roth lo mette all'inizio e alla fine questo gesto.
Luisa: come cazzo è, che stavo lì
Demetrio: io da me ci stavo perché dovevo.
Luisa:sì anche da noi interrano i bambini, c'è un campo, per i bambini, ma non mi è mai capitato qui. Poi, ho aiutato mio padre a costruire delle cappelle funerarie
Demetrio: era il bambino a cui facevo il catechismo. Si era ucciso.
Luisa: le cappelle funerarie fate da mio padre erano MODERNE, piene di luce e bellissime
Demetrio: io ci portavo le morose al cimitero. Anche il cimitero di Castell'Alfero è bellissimo.
Luisa: ci si sta come dentro a delle bellissime case moderne in mezzo alla natura. Un poco giapponesi, mio padre quando era liberamente moderno era un poco giapponese, un poco wrightiano. Io adesso vado a conversare lì. C'è una sola scritta, dove dice: beati i puri di cuore, perché vedranno dio
Demetrio: è la beatitudine più bella, credo.
Luisa: E QUESTO FATTO, INSIEME ALLE CASE MODERNE CHE SONO QUESTE TOMBE, è bellissimo. Se vieni qua, un giorno, ti ci porto, perché è un luogo bellissimo: tu non volevi finire in una casa giapponese?
Demetrio: voglio venire a trovarti una volta
Luisa: nell'altra cappella, quella proprio di mio padre (mio padre sta in quella di mia madre, vicino), quando la costruirono, c'era un alberone grosso: mio padre fece il tetto ad anello, e lo prese in mezzo, il tronco poi, negli anni, il grande albero si è piegato troppo e ha rotto il cemento armato dell'anello. Allora l'hanno tagliato, e al posto di quell'anello lui ci fece uno spicchio a vetri, un prisma. Insomma lui lavorava con gli elementi.
Demetrio: bello il prisma.
Luisa: una volta vennero da noi allo studio, quattro persone anzianissime, che abitavano a Roma. Erano proprio quattro comò, così disse il nostro vecchio assistente di studio, a malapena si reggevano in piedi.Noi dovevamo costruire la tomba a questi. E loro che litigavano, io sopra, no io sotto, non mi vorrete mettere in mezzo, manco morto voglio andare in mezzo. Quello che voleva mettersi sopra voleva "più aria". Insomma poi il vecchio è morto le altre tre (la moglie e le due sorelle) non so. Quando morì il vecchio, lo misero dove aveva detto lui: ma gli sbagliarono la bara, la fecero più lunga, e non entrava più nel loculo.
Demetrio: è una cosa comica
Luisa: così dovemmo chiamare i muratori, era buffa la moglie, anche per lei, da un certo punto di vista, fu una cosa comica. Suo marito si preoccupava dell'aria e invece doveva preoccuparsi di non entrarci!
Demetrio: noi ci scaviamo una tomba nell'aria e nell'aria non si sta stretti.
Luisa: sembrava che avessero trovato un divertente tema di accapigliamento e di discussione continua, passarono così i loro ultimi giorni, come quattro vecchietti che si stanno comprando una casa
***

P.Roth, Everyman, Einaudi.

[tutti i libri in bottega]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 01.03.07 10:12

COMMENTI

si usa proprio tutto qui. pseudonimi a parte, naturalmente.

da sushi il 01.03.07 17:39

persino le frattaglie. o i frattali.
a quando le 'anim'elle'?

da sushi il 01.03.07 17:46

La malattia e la morte... di solito si tende a sfuggire questi argomenti, perchè fanno paura e non si comprendono. Ho letto un'altra recensione di questo libro e insieme alla tua lettura, mi ha fatto venire voglia di leggerlo. Ma solo perchè io sono dentro queste cose fino al collo e le posso capire da un punto di vista anche professionale. Da quello umano, con tutta la sofferenza che ogni giorno tocco con mano, farei proprio fatica a cercarne altra. Ciao.

da ramona il 03.03.07 09:47

Quando si condivide tutta questa finitezza, leggendo Roth non mi sento sola e la vita ha senso vero. Che felicità questo libro. la verità, che bellezza totale.

da donnaflor il 06.03.07 14:33

Sono una voce fuori dal coro e sarò impopolare. Ho assistito a tanto meraviglioso parlare di questo libro prima di decidermi a leggerlo. L'ho letto velocemente. Avevo tempo. In una lunga serata. Non mi ha cambiato la vita e non mi ci ha fatto riflettere sopra. Leggendolo e dopo averlo letto, pensavo: è il libro di un uomo che ha paura di morire. Ho trentadue anni. Non parlo da adolescente che a certe cose non ci vuole pensare... ho visto la morte sulla faccia di mia madre, 52 anni, dopo sette anni di agonia in diversi ospedali dove disperatamente si moriva a qualsiasi età. Ecco, mi interesserebbe sapere se qualcun altro ha avuto la mia stessa sensazione, senza nulla togliere alle qualità di Roth scrittore, ci mancherebbe. Ma così, tanto per non sentirmi sola in mezzo a tanti strabilianti apprezzamenti. C'è forse qualcosa che non afferro o è solo che, come sempre, certi libri ci arrivano più di altri perché questa è la meravigliosa magia della letteratura?

da Patrizia il 09.03.07 11:29

patrizia. io penso che molto semplicemente ci siano libri che "arrivano" a noi lettori e altri che non arrivano per niente. Credo che questo sia il bello.
Quello che tu dici in un certo senso conferma la mia *lettura*: ovvero per come io ho vissuto la malattia mia o delle persone a me care, Roth ha parlato. A te, per la tua esperienza, no.
Ciò non toglie che ti ha *costretto* a parlare di te.

In questo senso mi pare che questo di Roth non sia un libro, ma qualcos'altro. Tipo un *discorso* che senti fare ad una cena, di cui non ti contividi niente, ma che ti sprona a parlarne.

grazie.

d.

da demetrio il 09.03.07 14:36

in vena di sermoni, d.?
ma fai il curato in campagna?
dici sempre banalità di questo tipo?
grazie

da sushi il 09.03.07 18:27

Sono d'accordo con te, demetrio. Grazie. Non ho altro da aggiungere. Se non che avrebbe potuto magari intitolarsi... Everywhere... ma questa è una battuta!
patrizia

da Patrizia il 09.03.07 19:13

tutti d'accordo con tutti.
che quadretto.
ecumenico.

da sushi il 12.03.07 12:27

qualcuno ne aveva già parlato: qua:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/02/everyman.html

da cletus il 14.03.07 09:39

ho pianto sulla penultima scena (quella sulle tombe dei genitori); è facile farti piangere con un film, non lo è per niente farti piangere con un libro; perché ho pianto proprio su quella? buffamente e confusamente penso che Roth abbia scritto un libro su un uomo che muore, ma soprattutto un libro su un uomo che muore solo avendo fallito fondamentalmente su una cosa: i legami familiari.

da ilse il 26.03.07 11:39

Everyman è il racconto di una persona che muore; come tutti. Non ha niente di speciale questa persona che muore, ha fatto un po’ di stupidaggini nella vita, qualche errore come tutti; un paio di errori veramente fondamentali, però.
Mi sono chiesta a chi parlasse Roth; a chi consiglierei questa lettura. Penso che i post sessantenni dovrebbero tenersene proprio alla larga perché sprofonderebbero. Penso che i trentenni non lo capirebbero ancora, lo troverebbero solo un po’ funereo, una specie di gioco letterario macabro, esteticamente perfetto.
Così, in preda a una autoreferenzialità anagrafica, mi sembra che i lettori ideali sono quelli che gravitano nel vasto intorno del decennio 40-50 anni, quando gli errori irreversibili che marcano l’esistenza sono stati fatti tutti ma c’è ancora tempo, forse, per capirlo e passare il resto degli anni a crogiolarsi nel perché e i percome, raccontandosene il film e provando a mettere qualche pezza qua e là.
Che il protagonista è morto si sa dalle prime righe ed è inutile che io stia qui a girarci intorno: devo morire anche io e anche io lo so dalle prime righe, dal primo barlume di autoconsapevolezza. E allora perché lo leggo questo libro di cui conosco già da subito il mesto finale? Per la banale speranza che nel mezzo ci sia qualcosa che valga la pena, comunque. Mi immergo con Roth in un esame a posteriori, io che ho più di 40 anni e un bel pezzo di capitoli già scritti definitivamente.
Mi prende, perché è già successo (è Roth, è quello di Pastorale americana, è quello di Il complotto contro l’America, è questa formidabile capacità di racconto di umanità) e dopo un po’ mi accorgo che faccio il tifo: vabbene, muore, ma almeno non muoia SOLO, è questo che desidero fino alla fine, il colpo di scena finale per il quale trepido fino all’ultima riga, non senza piangere a singhiozzi, veri, nella penultima straziante sequenza, sulla tomba dei suoi genitori, e del mio padre morto, e sulla mia tomba e su quella di Roth, e di tutti quelli che oggi ancora vivono vicini a me, che non amo abbastanza e mi toccherà forse vedere cadaveri, infilati in una cassa e in un buco.
Che cosa abbiamo sbagliato? Quella seconda moglie così perfetta, tradita in maniera così stupida? Quella figlia affettuosa? Quei due figli maschi lasciati crescere senza padre per leggerezza, non per cosciente menefreghismo? Quelle amicizie che magari valeva la pena tenere care, che non finissero con l’essere alla fine solo l’angosciante dovere di telefonate di condoglianze? E quella stupida idea di credere che l’età anziana coincidesse con la magnifica libertà creativa, con la possibilità finalmente di dare sfogo all’estro troppo soffocato dai doveri di lavoro e di famiglia nel corso della cosiddetta vita attiva?
Quando ho chiuso il libro ho pensato: ma quanto tempo avrò ancora a disposizione per rimediare qualcuno che ci sia quel giorno a tenermi la mano?

da ilse il 23.04.07 12:08




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