Nella vigna del testo, di Ivan Illich

Nella vigna del testo è un libro che ho iniziato a letto e ho finito alla scrivania, con matita e righello, colpito dalla quantità di passaggi che avrei dovuto segnarmi, e sbalordito dalla capacità di sintesi dell’autore: più di metà dell’opera è composta da note, la bibliografia è sterminata, eppure il testo resta molto accattivante.
A lettura terminata mi sono fatto una domanda: di cosa parla esattamente questo libro? La risposta è complessa. Può essere visto come un saggio sul Didascalion di Ugo di San Vittore. Come un’indagine attorno alla rivoluzione che nel secolo XII portò alla moderna concezione del libro. Oppure, stando al sottotitolo italiano, come un’etologia della lettura. In verità, la cosa che mi ha più affascinato di questo libretto è il modo in cui Illich — fondendo i tre livelli di cui sopra — ci conduce per mano in una dimensione del testo a noi ormai sconosciuta, una dimensione dallo spessore religioso, che può ancora conservare un senso profondo.
Per il sottoscritto, Nella vigna del testo resta un multiforme elogio della lettura.
Il punto di partenza di Illich (personaggio scomodo e geniale, ma per la biografia fatevi una googlata) è semplicissimo. I monaci del XII secolo affrontavano un libro in un modo totalmente diverso dal nostro. Ugo di San Vittore è l’ultimo esponente di una tradizione altomedievale per cui leggere è compiere un autentico viaggio. In modo non dissimile dagli appelli alla crociata, Ugo invita a perdersi nei meandri del libro, abbandonando la propria terra madre per la ricerca di qualcosa di più alto. Un pellegrinaggio che conduce a un perfezionamento continuo, uno scavo interiore nel nome dell’amicitia sapientiae.
Per comprendere correttamente quest’idea, occorre tenere presente che anche l’oggetto libro non aveva nulla a che vedere con il nostro. La dimensione ridotta, l’alfabetizzazione, i sunti e la divisione in capitoli sono tutte invenzioni successive alla morte di Ugo. Per quanto assurdo possa sembrare, in duemila anni di storia nessuno aveva pensato a elencare le cose secondo l’ABC. La difficoltà di reperire i passaggi era dunque gigantesca, lo sforzo mnemonico enorme. Ci volevano pazienza, umiltà e tenacia.
Di qui l’immagine del libro come vigna: luogo di fatica e premio, specchio del creato, dove tutte le cose erano pregne di senso: dove le miniature splendevano come oggetti di culto e insieme segnavia del viaggio: dove legere significa anche “raccogliere”, e pagina, come in Plinio, si riferisce ai filari di viti uniti assieme. Leggere era veramente come avventurarsi ogni volta in un territorio vasto, dai confini mutevoli, in cui si erano piantati dei paletti ma dove era sempre possibile perdersi: nelle parole di Illich,
Guardare un libro era un’esperienza paragonabile a quella che si può rivivere la mattina presto nelle chiese gotiche che hanno conservato le loro finestre originali: quando il sole si alza, dà vita ai colori delle vetrate che prima dell’alba parevano un nero riempitivo degli archi di pietra.
Ciò conferiva alla lettura un senso che non possiamo più afferrare. Un impegno che ne rifletteva il carattere religioso e morale. Leggere non era localizzare rapidamente un passo: era assaporare, riscoprire, e soprattutto “borbottare” fra sé le parole. Ugo parla del monastero come di una “comunità di borbottanti”. Leggere a mente era quasi impensabile. Lo stupore di Agostino di fronte alla lettura silenziosa di Sant’Ambrogio doveva durare ancora per molti secoli. Ripetuta sottovoce, in una sorta di masticamento continuo, la parola si collegava al suo suono originario, e tendeva alla forma della preghiera. In questo senso, leggere era davvero un esercizio fisico. Una ginnastica dell’anima. E l’equilibrio fra estrema interiorizzazione e comune divulgazione che proponeva, diventava la chiave di volta fra Chiesa e individuo.
Ora tutto questo è andato perduto. E non solo per la laicizzazione dell’Occidente, non solo per l’affinamento delle tecniche. Dal libro si è passati al testo. La dimensione fisica del tomo ci è ormai del tutto indifferente: edizioni successive, riedizioni, riduzioni, fino all’esempio limite del testo on-line. Il libro come oggetto raro e di culto è confinato all’esperienza antiquaria. Il suo scopo ora è veicolare un’informazione, non più suscitare meraviglia o gioia di per sé.
“La lettura moderna”, scrive Illich, “specialmente del tipo universitario e professionale, è un’attività di pendolari o turisti, non più di pedoni e pellegrini.” E tuttavia, possiamo ancora trarre qualche insegnamento da Ugo, nonostante l’abisso che ci separa? Forse sì. Forse, lasciando da parte inutili nostalgie, possiamo ancora ricordare che un libro non è semplicemente un’accozzaglia di parole o un distillato di pensiero. Un libro è anche, e fortemente, un corpo. Un ente particolare.
Mettiamola così. Pensate al vostro Proust, Kafka, Pasolini o Lansdale. Pensate a quel libro, e non all’altro che potreste riacquistare comodamente, in file ordinate alla Feltrinelli, senza copertine segnate, senza le pagine impregnate di odori, senza orecchie o coste scavate da rughe. Pensateci, e ricordate che un libro è anche questo senso di unicità.
Un’eco infinitesimale e sbiadita, ma forse ancora autentica, di quello che provava Ugo carezzando la sua pergamena.
Pubblicato da Giorgio Fontana il 07.03.07 11:09