08.03.07

Maestri dell’altro mondo, 4 / Sei Shonagon, Note del guanciale

di Giorgio Morale

Omaggio a una donna non comune

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Avete presenti, di Saffo, alcuni paesaggi abbaglianti o l’emozione nell’attesa dell’amato o la gioia del gioco con le compagne?

Qualcosa del genere si trova in Sei Shonagon. Provate a leggere la celeberrima prima pagina delle sue Note del guanciale:

“L’Aurora a primavera: si rischiara il cielo sulle cime delle montagne, sempre più luminoso, e nuvole rosa si accavallano snelle e leggere. D’estate, la notte: naturalmente col chiaro di luna; ma anche quando le tenebre sono profonde. E’ piacevole allora vedere le lucciole in gran numero rischiarare volando l’oscurità, oppure distinguere solo le luci di alcune di loro. Anche quando piove, la notte ha un suo fascino.

Il tramonto in autunno: malinconico quando i raggi del sole calano obliqui dalla vetta dietro cui tramonta, e i corvi a gruppi di due, di tre, di quattro si affrettano disordinatamente al nido; piacevole è anche ammirare gli stormi ordinati dei gabbiani rimpicciolirsi sempre più all’orizzonte. L’armonia del vento e il ronzare degli insetti, quando il sole è calato, infondono una dolce tristezza. D’inverno, il primo mattino: bellissimo, inutile dirlo, quando cade la neve. Bello è anche il candore della brina; oppure, oltre a questo, riattizzare il fuoco rapidamente, quando il freddo è più intenso e attraversare le sale portando il carbone. E’ anche piacevole verso mezzogiorno, quando l’ambiente si è intiepidito, vedere il fuoco del braciere, non più alimentato, ridursi a bianca cenere”.

Oppure, avete presente, di Ovidio, l’atmosfera frizzante di bisbigli, ritrovi, rituali d’amore che si respira ne L’arte di amare? Anche questo si trova in Sei Shonagon.

“La stagione più propizia agli incontri furtivi degli amanti è l’estate; le notti, allora, sono così corte che all’alba siamo ancora desti e, seduti nella nostra stanza, le cui finestre sono spalancate dalla sera precedente, contempliamo nella fresca brezza del mattino il magnifico spettacolo. E quando, giunta ormai l’ora di lasciarci, indugiamo commossi in un colloquio fatto di trepide domande e di tenere risposte, proprio vicino a noi un uccello si leva cantando a gola spiegata e noi sussultiamo, divertiti, come se ci avessero scoperti”.

“…La fiamma arde in una lanterna di pietra, due dame giacciono vicino a una cortina di bambù sollevata, e alcune fanciulle dormono, chi appoggiata al gradino della terrazza e chi distesa al riparo di un’alta cortina. Nell’incensiere brucia un incenso dal profumo greve e sonnolento. A notte fonda si ode un leggero battito alla porta e una dama, visibilmente abituata a situazioni del genere, fa entrare un giovane con grande cautela, cercando di fare in modo che nessuno se ne accorga e riparandolo da possibili sguardi con un’accortezza e una disinvoltura a loro modo ammirabili”.

“Essendo state spente le lampade a olio, la scena è rischiarata unicamente dai bracieri, quel tanto che basta a distinguere i contorni delle cose. I nobili sono incuriositi dalle giovane dame che hanno appena iniziato il loro servizio a palazzo. Essendo ancora incerte del loro aspetto, attendono la notte per presentarsi a corte: entrano facendo frusciare dolcemente le sete delle vesti, s’inginocchiano e avanzano così fino a raggiungere il loro posto. I nobili le assediano subito di domande, cui esse rispondono con voci timorose e flebili, così indistinte che quasi non si riesce a udirle. Il fruscio delle vesti delle dame, che si radunano per conversare oppure tornano ai loro appartamenti, è ugualmente lieve e indistinto, eppure a volte è possibile riconoscere il felpato incedere di qualche dama”.

* * *

Si alternano, nelle Note del guanciale, racconti, scene, quadri, pensieri, come è tipico del genere a cui appartengono, che nella traduzione italiana suona “segui il pennello”, genere che ha espresso anche un altro capolavoro, le Ore d’ozio di Kenko Yoshida.

Spesso le Note conservano l’aspetto di appunti e presentano nudi ma suggestivi elenchi su I mesi migliori, Cose che stancano, Cose piacevoli, Particolari eleganti e graziosi, Cose disarmoniche, Cose antitetiche, Cose rare, Situazioni imbarazzanti, Cose che fanno una bella figura nella casa, Cose brutte e luride e simili.

Alcune scene rendono benissimo la vita nella corte imperiale del tempo, e immagino che siano un serbatoio prezioso per gli storici.

“In questo giorno a palazzo, anche nelle sale più austere, vi è confusione e non esiste etichetta” dice di una cerimonia. E poi: “Il giorno delle distribuzioni delle nuove cariche agli uomini, si può assistere a scene divertenti… i postulanti girano per il palazzo con le loro lettere di richiesta. Vi sono giovani nobili… che, baldanzosi, aspettano con buone speranze. Ma c’è un vecchio, dal capo canuto, che chiede timoroso ad un altro di perorare la propria causa…”.

“E’ divertente osservare il rituale del ringraziamento. Tutti rimangono immobili e ritti al cospetto di Sua Maestà con il lungo strascico delle vesti abbandonato, quindi eseguono con impeto i passi di danza del rituale del ringraziamento”.

“Danzano quella figura denominata Gran Cerchio, e non ci si stancherebbe mai di ammirarli. Quando terminano, si resta un po’ addolorati, ma subito ci si consola pensando che seguirà un’altra danza; infatti dal basso recinto già appaiono i danzatori che avanzano sul ritmo del koto…”.

A volte questa dama di compagnia vissuta nella corte imperiale giapponese a cavallo dell’anno Mille mi sorprende con una finezza da cui avremmo molto da apprendere: nella cura dedicata a un particolare quotidiano, nell’arredo, nel vestire, in una risposta ben data e da annotare. Con una sensibilità e una capacità di giudizio non comuni anche in una donna del Duemila – forse le stesse che le creavano inimicizie nell’ambiente della corte.

“Io non posso soffrire quelle persone, siano uomini o donne, che parteggiano sempre per la persona con cui vivono, e che la lodano, oppure che si adombrano se qualcuno parla male di lei”.

“Le donne che, prive di ambizioni, mirano a un matrimonio comune, mi sembrano veramente delle sciocche e mi irritano… Mi sono ugualmente odiosi gli uomini che pensano e affermano che le donne che vivono a corte sono tutte frivole e leggere”.

“Non posso sopportare coloro che quando incontrano una carrozza occupata da donne fanno di tutto per superarla, e se i conducenti cercano di impedirlo ordinano ai loro servi di batterli”.

A volte mi colpisce con “note” fulminanti, di cui riporto qualche esempio.

“Per essere suggestivi, gli inverni dovrebbero essere freddissimi, e le estati di un caldo senza uguali”.

“Bisognerebbe dedicarsi alla musica solo di notte, iniziando a farlo quando i volti delle persone più non si distinguono nel buio”.

“Cose che dovrebbero essere vicine ma che sono realmente lontane. Il paradiso. I viaggi per mare. I rapporti umani”.

Altre volte mi dà da pensare con domande metafisiche o con considerazioni pensose.

“Si sarà così fortunate da rinascere, in un’altra vita, come creature celesti?”.

“Cose che scorrono veloci. Una barca con la vela spiegata. I nostri anni. Il susseguirsi della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno”.

* * *

Ma dappertutto Sei Shonagon manifesta la gioia di vivere e di essere se stessa, smentendo il luogo comune che non si possa fare arte con la gioia. E mi rivela, a me maschio, la sua sensibilità, la sensibilità del suo essere donna, come poche scrittrici hanno fatto. Per cui l’altra metà del cielo mi risulta più nota dopo queste pagine, dove la luce dell’arte illumina anche difetti e piccinerie, di cui esprime ragioni, naturalità, grandezza.

Contuttociò, Sei Shonagon non si pone come una “scrittrice” di professione:

“Queste note le ho scritte soltanto per me, per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti, e non ho mai pensato che avrebbero potuto allinearsi alle grandi opere e attirare l’attenzione del pubblico, per cui mi stupisco quando mi sento dire: ‘E’ un capolavoro!’”.

E dice con grande candore, senza il programmatico sensazionalismo che ha accompagnato ad esempio la gestazione di opere come Il mio cuore messo a nudo (Poe, Baudelaire), una della motivazioni della scrittura. Oltre che per cantare “le magnifiche sorti e progressive” o per comunicare un “succo della storia” o per erigere un monumento “aere perennis” o per “esistere”, si può scrivere anche per questo.

Eppure Sei Shonagon ha un criterio preciso – e consapevole – anche in campo estetico.

“Le poesie troppo studiate e formali non riescono mai bene”, dice.

E anche: “Non so dirne il motivo, ma basta una parola per valorizzare o compromettere un intero discorso”.

Difatti il suo linguaggio è insieme dolce e preciso, di grande forza e oggettivo fin nell’aggettivazione, come in Omero.

“Con questo non intendo dire che io sia una profonda conoscitrice dei segreti del linguaggio” continua. “Non ho una regola per giudicarne la maggiore o minore correttezza. Non so neppure quale sia l’opinione degli altri, in quanto mi affido unicamente al mio istinto”.

Mi dà sollievo sentire parlare in questi termini – “mi affido al mio istinto”, “le ho scritte… per trovare conforto nell’annotare i miei sentimenti” –, oramai inusuali in tempi di estrema professionalizzazione e, peggio ancora, professoralizzazione, della scrittura, da parte di chi ha fatto grande letteratura ed è tra quei pochi che hanno fatto grande la letteratura.

Insomma, questo libro ha un contenuto: l’io e il mondo – e c’è l’uno in quanto c’è l’altro. Prima ancora che l’Occidente esprimesse compiutamente in letteratura il concetto di “io” su cui ha fondato la sua storia moderna, Sei Shonagon ci dà, con la grazia e la leggerezza che le è propria, l’esempio di un io bell’e completo, assolutamente radicato nell’identità femminile e situato nel contesto sociale e storico. E usa coerentemente la scrittura non come una impiegata che a ore fisse timbri un cartellino, ma come qualcosa che arricchisce la sua persona e noi che leggiamo.

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Pubblicato da Giorgio Morale il 08.03.07 08:00

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