Io sono leggenda di Richard Matheson

Una vecchia edizione (dal titolo tristemente riadattato, I vampiri), sepolta in cantina nella sezione horror e fantascienza di mio padre. Un libro che avevo visto citato per la prima volta su Dylan Dog, qualche anno fa, e poi altrove: cento volte mi ero ripromesso di leggerlo, cento volte l’avevo dimenticato. E ora, finalmente.
Io sono leggenda si basa su un’idea semplicissima. Matheson immagina un mondo dove tutti sono vampiri tranne un unico uomo, Robert Neville, che vive barricato in casa la notte e durante il giorno uccide i suoi nemici. È condannato a un’esistenza disperata, priva di senso. Sa benissimo che non potrà mai ucciderli tutti, eppure non si arrende. La sua grandezza — e la grandezza del romanzo — sta proprio in questa assoluta mancanza di compromessi, in questo eroismo vanificato in partenza.
Perché Io sono leggenda è un romanzo alieno da ogni sfumatura gotica, e il suo protagonista è uno spirito illuminista. Lungi dal trattare il vampirismo come una superstizione o un germe diabolico, lo studia con mezzi scientifici. Al microscopio, letteralmente. I vampiri sono il male perché sono malati, e dunque vanno curati: e se non curabili, vanno uccisi. Neville non è un cieco assassino. Cerca disperatamente di capire il male che combatte — lo stesso male che ha affetto sua moglie, i suoi amici, e cui lui è immune. Lo studia. Scopre il bacillo che ha originato tutto questo: il vampirismo come problema biologico. Si adopera per trovare una soluzione, in un abisso di follia personale, di celebrazione dello sforzo.
Per lenire questa solitudine, Neville ricorre ad abbondanti dosi di whisky. C’è qualcosa di pietosamente grottesco nelle sue sbronze, mentre uno stuolo di mostri gira attorno alla sua casa, desideroso di sbranarlo. A un certo punto del romanzo, egli incontra un cane, sfuggito chissà come all’attacco dei vampiri. Lo blandisce con del cibo, e cerca di farselo amico. Un giorno riesce a portarlo in casa, ma l’animale è terrorizzato. Poco dopo, muore. Questo è il primo dei due terribili colpi che il destino inferisce a Neville, frantumando irrimediabilmente la sua fortezza interiore, ancora prima di quella esteriore.
Il secondo è Ruth, una vampira mutante, in grado di resistere alla luce solare, che si spaccia per viva e lo seduce. Neville la accoglie nella sua casa, ma è divorato dal sospetto. Ha impiegato così tanto per approntare le sue difese... Tutto il lungo dialogo fra i due — i dubbi di Neville lentamente corrosi dalla necessità di amare, dal bisogno disperato di avere qualcuno al suo fianco — è struggente, terribile.
Alla fine, una neonata società di vampiri mutanti, più forti, riesce ad espugnare la casa proprio grazie alle indicazioni di Ruth. Neville è condannato a morte e attende il suo verdetto immobilizzato in una stanza. Faticosamente, si erge per guardare alla finestra e vede la società di vampiri radunata sotto il palazzo, in attesa dell’esecuzione. Non appena lo scorgono, i loro volti si deformano in espressioni di orrore. Nelle ultimissime righe, il concetto si forma nella mente Neville — “divertente nonostante il dolore”. Egli comprende che ora il male è lui. Che i piatti della bilancia ci sono invertiti.
Il romanzo si chiude così, suggerendo che l’etica sia solo questione di maggioranza. Che bene e male siano facilmente intercambiabili e ogni idea morale sia valida, se solo adeguatamente sostenuta.
In un mondo di vampiri, Neville è leggenda: l’elemento folle e irrazionale che corrompe il cosmo, un residuato di valori vecchi e privi di senso. Il libro di Matheson incide un senso di perplessità feroce sull’uomo — ma soprattutto ci lascia con un senso di scoramento pazzesco. Perché la condanna più terribile di Robert Neville non è la sua solitudine, non è il fatto di essere rimasto l’Unico, non è la lunga trafila di omicidi commessi, né la guerra intrapresa, né l’assurda vanità della sua vita: bensì il vedersi trasformato, nel grande conto finale, da baluardo del bene a principe del male.
Lo dico senza alcuna remora: Io sono leggenda è un vero capolavoro. Il suo relativo sonno è dovuto al solito equivoco della letteratura di genere. Ormai è un luogo comune dirlo, soprattutto parlando di questo romanzo. Ma è bene sottolinearlo ancora una volta. (In tal senso, è utile e correttiva la postfazione di Evangelisti all’edizione Fanucci.)
Con una prosa scarna, un’ambientazione realistica, e una profondissima consapevolezza etica, Matheson strappa il vampirismo al mero paesaggio horror, e lo eleva ad esempio di dilemma eterno.
Rendiamogli grazie per questo.
Pubblicato da Giorgio Fontana il 28.03.07 18:52