28.03.07

Io sono leggenda di Richard Matheson

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di Giorgio Fontana

Una vecchia edizione (dal titolo tristemente riadattato, I vampiri), sepolta in cantina nella sezione horror e fantascienza di mio padre. Un libro che avevo visto citato per la prima volta su Dylan Dog, qualche anno fa, e poi altrove: cento volte mi ero ripromesso di leggerlo, cento volte l’avevo dimenticato. E ora, finalmente.
Io sono leggenda si basa su un’idea semplicissima. Matheson immagina un mondo dove tutti sono vampiri tranne un unico uomo, Robert Neville, che vive barricato in casa la notte e durante il giorno uccide i suoi nemici. È condannato a un’esistenza disperata, priva di senso. Sa benissimo che non potrà mai ucciderli tutti, eppure non si arrende. La sua grandezza — e la grandezza del romanzo — sta proprio in questa assoluta mancanza di compromessi, in questo eroismo vanificato in partenza.

Perché Io sono leggenda è un romanzo alieno da ogni sfumatura gotica, e il suo protagonista è uno spirito illuminista. Lungi dal trattare il vampirismo come una superstizione o un germe diabolico, lo studia con mezzi scientifici. Al microscopio, letteralmente. I vampiri sono il male perché sono malati, e dunque vanno curati: e se non curabili, vanno uccisi. Neville non è un cieco assassino. Cerca disperatamente di capire il male che combatte — lo stesso male che ha affetto sua moglie, i suoi amici, e cui lui è immune. Lo studia. Scopre il bacillo che ha originato tutto questo: il vampirismo come problema biologico. Si adopera per trovare una soluzione, in un abisso di follia personale, di celebrazione dello sforzo.
Per lenire questa solitudine, Neville ricorre ad abbondanti dosi di whisky. C’è qualcosa di pietosamente grottesco nelle sue sbronze, mentre uno stuolo di mostri gira attorno alla sua casa, desideroso di sbranarlo. A un certo punto del romanzo, egli incontra un cane, sfuggito chissà come all’attacco dei vampiri. Lo blandisce con del cibo, e cerca di farselo amico. Un giorno riesce a portarlo in casa, ma l’animale è terrorizzato. Poco dopo, muore. Questo è il primo dei due terribili colpi che il destino inferisce a Neville, frantumando irrimediabilmente la sua fortezza interiore, ancora prima di quella esteriore.
Il secondo è Ruth, una vampira mutante, in grado di resistere alla luce solare, che si spaccia per viva e lo seduce. Neville la accoglie nella sua casa, ma è divorato dal sospetto. Ha impiegato così tanto per approntare le sue difese... Tutto il lungo dialogo fra i due — i dubbi di Neville lentamente corrosi dalla necessità di amare, dal bisogno disperato di avere qualcuno al suo fianco — è struggente, terribile.
Alla fine, una neonata società di vampiri mutanti, più forti, riesce ad espugnare la casa proprio grazie alle indicazioni di Ruth. Neville è condannato a morte e attende il suo verdetto immobilizzato in una stanza. Faticosamente, si erge per guardare alla finestra e vede la società di vampiri radunata sotto il palazzo, in attesa dell’esecuzione. Non appena lo scorgono, i loro volti si deformano in espressioni di orrore. Nelle ultimissime righe, il concetto si forma nella mente Neville — “divertente nonostante il dolore”. Egli comprende che ora il male è lui. Che i piatti della bilancia ci sono invertiti.
Il romanzo si chiude così, suggerendo che l’etica sia solo questione di maggioranza. Che bene e male siano facilmente intercambiabili e ogni idea morale sia valida, se solo adeguatamente sostenuta.
In un mondo di vampiri, Neville è leggenda: l’elemento folle e irrazionale che corrompe il cosmo, un residuato di valori vecchi e privi di senso. Il libro di Matheson incide un senso di perplessità feroce sull’uomo — ma soprattutto ci lascia con un senso di scoramento pazzesco. Perché la condanna più terribile di Robert Neville non è la sua solitudine, non è il fatto di essere rimasto l’Unico, non è la lunga trafila di omicidi commessi, né la guerra intrapresa, né l’assurda vanità della sua vita: bensì il vedersi trasformato, nel grande conto finale, da baluardo del bene a principe del male.

Lo dico senza alcuna remora: Io sono leggenda è un vero capolavoro. Il suo relativo sonno è dovuto al solito equivoco della letteratura di genere. Ormai è un luogo comune dirlo, soprattutto parlando di questo romanzo. Ma è bene sottolinearlo ancora una volta. (In tal senso, è utile e correttiva la postfazione di Evangelisti all’edizione Fanucci.)
Con una prosa scarna, un’ambientazione realistica, e una profondissima consapevolezza etica, Matheson strappa il vampirismo al mero paesaggio horror, e lo eleva ad esempio di dilemma eterno.
Rendiamogli grazie per questo.

Pubblicato da Giorgio Fontana il 28.03.07 18:52

COMMENTI

Un libro bellissimo!

da zuck il 28.03.07 20:07

come altro definire questo libro se non un capolavoro assoluto.
una cosa stupida come i vampiri/zombie elevati a metafora, in una storia semplice piena di significato sull'uomo e sulla vita.
è l'esempio perfetto di narrazione che nessuno dovrebbe prendere come modello.

da Caino il 29.03.07 09:01

Come dire...e se provassimo per una volta a guardare le cose dalla prospettiva opposta? Se ci guardassimo con gli occhi degli altri? Scopriremmo che non siamo quelli che crediamo di essere. Grazie per questa bella lettura.

da ramona il 29.03.07 12:15

Gran bel libro.
E tu ne hai saputo parlare davvero benissimo.

da Roberto Tossani il 29.03.07 14:21

Sono assolutamente d'accordo con la lettura fatta.

Matheson è uno dei pochi scrittori, cui fa veramente stretta la trappola del genere.
Ho letto "Io sono leggenda" parecchi anni fa. E dopo questo ho letto l'intera bibliografia dell'autore americano, ma quel primo testo, con lo stupore immenso che il finale è in grado di suscitare, non sarà facile da dimenticare, proprio per l'effetto "prospettiva" che ramona ha sintetizzato.

Grazie per avermi ricordato un testo bellissimo.

da luca intona il 30.03.07 15:49

Grazie per la lettura.

Mi hai fatto ricordare uno dei romanzi più belli e affascinanti che abbia mai letto.

Un cambio di prospettiva, come dice giustamente ramona, che lascia senza fiato nel finale.

Matheson è uno dei pochi autori cui il genere sta stretto.

da luca intona il 30.03.07 16:27

Un po' di casino con i commenti. Scusate, pensavo si fosse perso il primo.

Pardon

da luca intona il 30.03.07 16:53

Da questo libro, che è un veramente un classico, se non ricordo male fu tratto un film, "Occhi bianchi sul pianeta Terra", con Charlton Heston, fascinoso nonostante le forzature politiche (si affermava che la malattia dei vampiri era stata causata da una guerra nucelare tra URSS e Cina): Heston girava per la città deserta, a caccia di covi di vampiri. Non so se il film presentava il credit "tratto da un romanzo...", ma il riferimento era palese.

Un gran bel libro comunque, e recensito bene.

da baldrus il 30.03.07 18:00

Un libro immenso. Il finale mi ha fatto piangere come un bambino.

da Pete Bondurant il 31.03.07 17:38

Ricordo un altro film tratto da questo libro, "L'ultimo uomo della terra", una coproduzione Italia/Usa del 1963: grandi atmosfere e grande visionarietà, pur nella grande povertà dei mezzi. Un vero antecedente dei film di Romero. Io l'ho visto a Fuori Orario qualche anno fa, ma so che è disponibile in dvd.

da Giorgio il 31.03.07 18:48

Non dimentichiamo che il protagonista era Vincent Price e che proprio quel film ispiro' Romero per la Notte dei Morti viventi. Sono un mathesoniano d.o.c. Mi avete squietato. Aspettatevi infornata di Mathesonate. Da Tre millimetri al giorno ai bellissimi racconti di Shock che rilascero' in versione pdf, dato che sono introvabili. Ed e' un peccato...

Datemi il tempo di sfogliare il mio blog e dovrebbero saltarne fuori almeno una decina...

da tonino pintacuda il 02.04.07 16:18

Sollecitato da una recensione su Bombacarta di Tonino, mi ricordo che cominciai a leggere questo libro e non riuscii più a smettere, fino all'ultima pagina. In effetti il finale è uno di quei finali che ti lavora dentro, fa pensare. E che dovrebbe farti accrescre la sensibilità sull'accoglienza di un punto di vista diverso dal tuo.

da Antonio La Malfa il 03.04.07 10:42




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