Intervista a Raul Montanari
di Paolo Cacciolati
BdL. Hai esordito nel 1991 con Il buio divora la strada, definito come romanzo giallo, esci nel 1994 con un altro giallo-thriller, La Perfezione, passando poi a opere definite come la negazione del giallo, v. ad es. Sei tu l'assassino del 1997, con intermezzi sulla poesia, come per Covers, con Aldo Nove e Tiziano Scarpa, fino al romanzo più recente, L’esistenza di Dio, 2006, a proposito del quale hai detto: "un romanzo in cui l’aspetto introspettivo risulta preponderante rispetto all’azione."
Ti definisci una autore poliedrico? Stai seguendo una precisa parabola evoluzionistica? O hai le idee confuse?
RM. Sei sicuro di essere Cacciolati e non Vergassola?
Scherzi a parte, la parabola è chiarissima. Io vengo dalla narrativa pura, chiamiamola così. A fine anni ‘80, dopo aver letto Duerrenmatt, Borges e Graham Greene, mi è sembrato interessante usare il contenitore del noir per provare a dire cose complesse in modo attraente e narrativamente compiuto, diciamo epico, senza prediche. All’epoca, eravamo in quattro gatti a farlo, ma proprio quattro di numero. La mia vecchia vocazione non noirista era evidente nei lavori di traduzione letteraria, nelle poesie, nei testi teatrali. Poi, man mano che l’adozione di moduli della narrativa di suspense (si scrive così) è diventata la scelta automatica di molti autori alle prime armi, svuotandosi della sua carica innovativa, io e altri abbiamo cominciato a trovare il gioco sempre meno interessante.
Sempre a proposito dei tuoi romanzi, critici illuminati proclamano che hai contribuito al superamento del genere, che hai liberato il noir italiano dalla gabbia del genere, robe così. Eppure, al di là dei peana su commistioni&travalicamenti, com'è che il giallo, il noir, continua ad essere il figlio prediletto dell'editoria nostrana?
Perché dicono che venda. Ma sbagliano.
Dovrebbero invece dire che l’adozione automatica del giallo noir rappresenta la certificazione di un processo tristissimo: la derubricazione della letteratura come sottogenere dell’entertainment. Si produce entertainment per un pubblico che può scegliere, di sera in sera, di momento in momento, un cd, un videogioco, un filmetto, un fumetto, una fiction televisiva, un romanzo, un giro su internet, senza che il romanzo abbia la potenza e il valore differenziale che nasce dal rapporto con un’esperienza abissale come quella artistica.
Non so se l’hai notato, ma i romanzieri sono quasi imbarazzati a definirsi “artisti”, un imbarazzo non condiviso da Lorella Cuccarini e Moira Orfei.
E’ appena uscita una tua raccolta di racconti, E’ di moda la morte (Perrone). Perché una serie di racconti piuttosto che un unico romanzo sul tema? In un racconto, cosa c’è di più e di meno rispetto a un romanzo?
Quando uno scrittore pubblica sia racconti sia romanzi, la sua vera voce è nei racconti. Il racconto è il genere narrativo perfetto perché determina da sé il suo formato. Nel racconto non c’è nulla di obbligato. Non ci sono scene di raccordo, non c’è il problema della gestione delle informazioni da passare gradualmente al lettore. Non c’è tessuto connettivo, è tutta materia nobile, muscoli e nervi.
Veniamo a un argomento rimpallato di recente su alcune pagine culturali. E’ vero che ormai l’editor predomina sullo scrittore? Hai notizia di editor che impongono agli esordienti stili uniformi di scrittura?
Mai sentito niente di simile e mai successo a me o a gente che conosco io. Suppongo che possa capitare a qualche scrittorucolo alle prime armi.
Cosa funziona e cosa no nel nostro sistema editoriale?
Due cose non funzionano di sicuro.
Una è la dipendenza sempre più passiva dal mercato; un grande editore tedesco l’ha sintetizzata così: “Una volta si pubblicava un libro bello e si sperava che andasse bene; adesso si pubblica un libro che quasi sicuramente andrà bene e ci si augura che sia anche bello”.
Poi c’è un problema nel rapporto con la distribuzione, per cui solo pochissime case editrici maggiori sono ragionevolmente sicure di essere presenti in modo capillare, per esempio in provincia. Spesso nemmeno loro!
Per il resto, ogni casa editrice ha pregi e difetti personalizzati. C’è quella che ha un’ottima immagine ma è debole nel commerciale, per cui ammazza i libri con tirature sbagliate e ristampe tardive; quella che è aggressiva e incisiva a livello di ufficio stampa ma fa copertine orrende o prezzi troppo alti; quella che dialoga solo con tre autori di punta e sostanzialmente ignora tutti gli altri, eccetera.
Passiamo a una domanda classica. Scrivere è un “lavoro” sedentario. A rischio pancetta. Qual è la dieta ideale di uno scrittore?
Scopare molto. Io scopo anche per terra, faccio da solo le pulizie in casa mia perché le donne di servizio scappano appena vedono cosa c’è sotto il letto.
Bene. Altro domandone tradizionale. Scrivere è un’attività solitaria. Complica i rapporti con il partner dell’oroscopo. E’ vero che gli scrittori sono una categoria a forte rischio di abbandono?
Vedi risposta precedente.
C'è una robusta mitopoiesi sul rapporto tra scrittore e alcool/droghe. Hai mai scritto da ubriaco?
Sì, una volta; avevo bevuto mezza bottiglia di limoncello.
C’è da dire che la scrittura narrativa consta di almeno due momenti distinti: un’esplosione creativa iniziale, che produce la prima stesura del testo, e una revisione (o più revisioni) successiva. Nella prima prevale lo scatenamento dionisiaco, l’energia, e tutto quello che può agevolare questa deflagrazione è ammesso; nel mio caso uso la musica. Nella seconda si deve essere invece autocritici e analitici, occorre la massima lucidità.
Va di moda attaccare le scuole di scrittura creativa. Tu che ne hai fondata una, mica vuoi diventare un cineasta? O vendere in edicola pratiche dispense con i tuoi consigli?
Ho risposto molte volte a questa domanda. Sintetizzo così: non si capisce perché si ritenga necessario fare un apprendistato/discepolato per qualsiasi linguaggio artistico e non per quello letterario. Qualsiasi scrittura letteraria nasce da un processo di maturazione che può essere come minimo accelerato (quando non favorito, indirizzato, aiutato in modo decisivo) dalla presenza di uno scrittore che ti aiuti con la sua esperienza.
Aggiungo che solo scrittori e editor dovrebbero tenere questi corsi, gli altri docenti improvvisati possono essere competentissimi in narratologia ma sono come allenatori di calcio che non abbiano mai giocato una partita.
Hai mai consigliato a un tuo allievo di dedicarsi alla playstation? Se non l’hai ancora fatto, quale indizio ti porterebbe a farlo?
Lo faccio continuamente. Sono severo e selettivo, è un mio dovere visto che si scrivono e, quel che è più grave, si pubblicano già abbastanza libri di merda. L’indizio è l’incapacità di correggersi.
E’ vero che molti sono interessati a pubblicare, più che a scrivere?
Altroché.
Un tuo (s)consiglio a uno scrittore esordiente.
Cito quello che Borges padre diede a Borges figlio: leggere moltissimo, scrivere moltissimo, stracciare moltissimo, pubblicare tardissimo. (Quando lo riferii al mio, di padre, che diversamente dall’argentino aveva passato la vita a tirare la cinghia, aggiunse sarcasticamente che io avrei anche dovuto ricordarmi di mangiare pochissimo, nel frattempo.)
Quanto è potente il volano della Rete per uno scrittore?
Secondo me poco, ma posso sbagliarmi.
Altro bersaglio di continui strali: i concorsi letterari. Sono tutti opera del demonio?
Al contrario. Sono un ottimo crocevia fra talenti che sbocciano e scrittori o editor o critici che scartabellano controvoglia un racconto dopo l’altro e improvvisamente si fermano, abbassano la musica, socchiudono gli occhi e pensano: Cazzo, questo qua è bravo davvero. E’ successo anche a me con te, no?
I concorsi per esordienti sono il meglio, servono davvero a qualcosa. Sugli altri, specie i maggiori, i dubbi sono legittimi.
C’è chi inizia a scrivere per far colpo sulla vicina di banco, chi perché non ha uno straccio d’amico a cui raccontare i propri magoni. Per te qual è stata la molla?
Volevo imitare gli scrittori che mi piacevano, come Poe, Kafka, Mann, Calvino, Buzzati.
Preferisci usare la prima o la terza persona? Tempo presente o imperfetto?
Ogni storia detta la sua propria scrittura.
In un' intervista hai dichiarato che scrivere è doloroso. Sono d’accordo, ma non riesco a spiegamerlo. Vuoi provare a esplicitarlo?
Non c’è scrittura che, per quanto si sforzi di essere oggettiva, non comporti l’autosmembramento dell’autore, il suo tirar fuori pezzi di sé. Di solito fa male.
La scrittura, in questo, somiglia stranamente al body building. Di solito si pensa che il nemico del body builder sia la fatica, ma non è così: la fatica, il sudore, il fiatone, sono tipici di chi corre o fa ginnastica leggera. Il nemico del body builder è il dolore, perché i muscoli contratti in apnea fanno un male bestia. Anche scrivere è così.
Naturalmente non mi sto riferendo a scritture di routine.
Ho capito (forse) il titolo del tuo romanzo La Perfezione solo leggendo l’ultima riga. In base a che cosa scegli un titolo? Ti è capitato di cambiarlo molte volte prima della versione definitiva? Ti è mai stato imposto un titolo?
Nessuno mi ha mai imposto niente, né un titolo né una copertina. Basta abituarsi a dire di no subito, fin dal primo libro, e non subire per poi lagnarsi.
Per il resto, a me i titoli vengono dopo aver scritto le storie; ad altri prima o durante. Ogni tanto faccio elenchi di titoli così, in astratto, con l’idea di usarli prima o poi – e in effetti è sempre capitato. E’ un trucco rubato a Henry James.
Cosa ti è passato per la testa quando hai ricevuto dall’editore la copia del tuo primo libro?
Quella volta ero felice. Al secondo libro ero contento. A partire dal terzo è subentrata un vago, benevolo e transitorio senso di armonia col mondo. Attualmente non me ne frega più nulla e non vado mai in libreria per vedermi esposto, pratica patetica che gli scrittori coltivano senza sapere che i librai spesso li riconoscono e ridono di loro.
Perché l’esordiente, specie quando pubblicato da un editore importante, tende ad assumere quell’aria così consapevole di sé?
Perché non c’è nessuna differenza fra uno scrittore che pubblica il suo primo libro, un calciatore semianalfabeta che fa gol e uno stronzo che mente a una ragazza per portarla a letto e poi raccontare tutto agli amici. Sono stati di euforica imbecillità che nel migliore dei casi lasciano un senso di vuoto, nel peggiore perdurano e si rinnovano.
Il fatto che lo scrittore lavori con la parola, le idee e l’intelligenza non fa nessuna differenza: è un animale come tutti gli altri, spaventato, ingordo e vanitoso, curvo sotto l’ingombro dell’io.
Alla domanda "che libri leggi?" lo scrittore italiano tipo raramente cita altri autori italiani contemporanei. Anche tu leggi solo classici e Premi Nobel stranieri?
I premi Nobel stranieri non li leggo quasi mai. I classici sì, anche perché classicista lo sono per formazione. In un anno riesco a leggere una settantina di libri, più o meno divisi a metà fra classici e contemporanei. Gli italiani mi piacciono e molti sono diventati, per stima reciproca, miei amici.
Con quale romanzo Raul Montanari si appresta a vincere streghe e pulizzeri?
Con quello che avrò scritto per un editore a cui tocchi proprio quell’anno il suo turno.
Grazie Raul, l’intervista è finita. Dì ancora qualcosa che non so come chiudere.
Moriremo tutti. Perfino io, anche se non riesco ad abituarmi all’idea.
Pubblicato da Paolo Cacciolati il 19.03.07 21:19
