Franco Romanò, Sguardo di transito
di Alessandra Paganardi
A proposito di letteratura di viaggio
A proposito di letteratura di viaggio, vi segnalo il bel libro di Franco Romanò Sguardo di transito (Azimut 2005), che segue di circa due anni l'esordio come romanziere Lenti a distacco, uscito per i tipi Excogita.
Sguardo di transito non è un semplice libro di viaggio e non è neppure, strettamente parlando, un romanzo: è una raccolta d'impressioni che, attraverso un uso molto stringato e sapiente dell'espediente letterario noto come "cornice", s'immagina consegnata dal protagonista, Giano, a un anonimo amico incaricato di elaborarla.
Il libro ha inizio con quattro pagine redatte in corsivo nelle quali l’amico, in veste di “io narrante”, presenta il personaggio di Giano con descrizioni precise e dialoghi; prosegue per circa centosessanta pagine, scritte sempre in prima persona ma questa volta fatte risalire agli appunti del protagonista, e si conclude con una singola facciata, di nuovo in caratteri corsivi e firmata dal “notaio”. Nelle ultime righe la figura del viaggiatore, volatilizzatosi nel frattempo nel nulla, viene evocata ormai al passato.
Il primo tratto decisamente interessante di questa narrazione consiste dunque nella maestria d'individuare e utilizzare una tecnica letteraria antica, ma appunto per questo capace di rivitalizzarsi nella scrittura: tanto più che la "metanarrazione" consente all'autore di nascondersi, per così dire, in due scatole cinesi (Giano, il narratore potenziale, e il narratore involontario, cioè l'amico). In tal modo vengono attribuiti al protagonista veri e propri excursus sul mondo, sulla situazione storica e politica attuale e anche sulla difficoltà di mettersi autenticamente in relazione con gli altri; tutte annotazioni che appartengono in realtà al punto di vista di chi scrive il libro, ma preferisce rimanere nell'ombra (forse proprio per il timore di un'eccessiva analogia simbiotica con l'Io del personaggio principale).
Il secondo motivo d'interesse, oltre all'agilità del racconto, consiste appunto in questo sguardo sul tempo, passato e presente. Anche se non può definirsi un “romanzo storico” in senso manzoniano, Sguardo di transito è un libro in cui la storia penetra in tutta la sua drammaticità. Sotto la penna dello scrittore-viandante, il ricordo di città, paesaggi e incontri si alterna alla riflessione, spesso amara, sulle utopie deluse. Naturalmente ci sono luoghi che, per storia remota o per vicende politiche recenti, predispongono più diffusamente di altri a questo tipo di registro; ma il lettore si accorge ben presto che lo sguardo sulla realtà nelle varie sfumature accompagna tutte le peregrinazioni di Giano, dal Portogallo all’Africa, da Parigi alla Germania e all’est europeo, dal Messico a Cuba, fino a Damasco e alle porte d’Oriente, al ritorno dalle quali la narrazione bruscamente s’interrompe. Questo naturale slittamento fra descrizione e pensiero può avvenire in quanto il protagonista, e con lui l'autore, è un viaggiatore vero, o meglio un nomade: la sua bussola è la materializzazione spazio-temporale del tracciato interiore che lo conduce a riflettere, confrontare e immaginare, anche in situazioni di apparente staticità. Chi viaggia davvero, del resto, non lo fa per seguire itinerari estrinseci predefiniti, ma per oggettivare il proprio mappamondo interiore. Ecco perché ogni mappa personale è frutto di un incontro storicamente definito fra interno ed esterno, che non si ripeterà mai più nel medesimo codice.
Non sono, per temperamento e abitudini, una grande viaggiatrice; sono però convinta che ogni esperienza di viaggio, come ogni esperienza di scrittura, debba possibilmente ispirarsi al desiderio autentico, presocratico di "conoscere se stessi". Forse proprio per questo singolare impasto di contrasti e affinità con lo "sguardo di transito" di Romanò-Giano ho apprezzato questo reportage ora nervoso ora sereno, ora velocissimo e ora più lento, pensoso. Lo suggerisco a tutti, stanziali o nomadi. I primi troveranno nel libro un inesauribile inventario d'immagini; un supporto per raffigurare icasticamente il proprio viaggio dell'anima, che, se privo d'esperienze reali, rischia di avvitarsi su se stesso e di diventare sterile. Gli altri, i viaggiatori concreti, vi leggeranno forse un suggerimento per arricchire i loro vagabondaggi di uno sguardo teso e vigile, capace tuttavia di non abbandonare completamente la dimensione del sogno. Uno sguardo che Cristina Campo - ne sono certa - definirebbe a tutt'oggi "imperdonabile".
Pubblicato da Ale il 19.03.07 16:28