29.03.07

Due letture per una Metamorfosi

di Tonino Pintacuda
kafka.gifLa piu' celebre delle metamorfosi letterarie è quella di Gregor Samsa, viaggiatore di commercio, che una mattina "svegliandosi da sogni tormentati" scopre di essersi trasformato in un enorme insetto.
La tragedia sconvolge la sua famiglia. L'epilogo necessario sarà la morte di Gregor, ormai abbandonato e rifiutato dalla famiglia, che vede nella sua morte, per inedia e consunzione, quasi una liberazione.
Alle avventrici e agli avventori della Premiata Bottega di Lettura offro due celebri letture. Inconciliabili.
Quella di Camus che ruota attorno alla natura simbolica del racconto e quella di Theodor W. Adorno che cerca di scardinare proprio le baggianate di simboli e metafore per cogliere la forte critica sociale.
Un testo-mondo, la Metamorfosi dura appena venti indimenticabili pagine. E pensare che Franz rideva di gusto quando la leggeva agli amici. E tutto nacque da un articolo in cui i rampolli delle famiglie ebree erano etichettati come cimici che vivacchiavano alle spalle della famiglia.

Una lettura esistenzialista: Camus e l’opera di Kafka

La vicenda mette in evidenza l'assurdità della realtà terribile e indecifrabile, che rompe la vita regolata e normale di una famiglia borghese, il destino di un uomo condannato a una condizione incomprensibile e drammatica. La realtà metafisica è quello dello stravolgimento della superficie dell'esistenza che fa trovare immersi nel mondo dell'assurdo. Permea Le metamorfosi lo stupore che l'uomo prova nel sentire in che bestia possa trasformarsi senza sforzo.

Quello che Albert Camus ha chiamato "il segreto di Kafka" sta nella
compresenza e nell'alternanza del naturale e dello straordinario, del tragico e del quotidiano, dell'assurdo e del logico. Due mondi si confrontano, si toccano e sono in relazione: "I due mondi sono quelli della vita quotidiana da una parte e dell'inquietudine soprannaturale dall'altra".
Kafka – aggiunge Camus – "esprime la tragedia, per mezzo dell'elemento quotidiano, e l'assurdo per mezzo di quello logico".

Tutta l’arte di Kafka viene colta nelle sfumature, quello che spiazza il lettore non è la metamorfosi in scarafaggio che subisce Gregor; quello che lascia basiti è la sua semplice “leggera contrarietà”. È uno scarafaggio gigante e pensa che farà tardi al lavoro! Camus coglie soprattutto l’assurdità dell’intera vicenda racchiusa nella fitta simbologia kafkiana.

L’incipit dell’appendice su Kafka (il saggio s’intitola "La speranza e l’assurdo nell’opera di Franz Kafka") è lampante: “Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rileggere”. Rileggere per cogliere quella “mancanza di meraviglia” che sta al centro di tutta l’opera di Kafka.

Tutta l’analisi di Camus è incentrata sul concetto di simbolo. Le situazioni paradossali che devono affrontare tutti i personaggi di Kafka rappresentano altrettante immagini della vita umana. Gregor Samsa, Josef K., l’agrimensore K., il campagnolo dinnanzi alla porta della legge… rappresentano le varie sfaccettature dell’inutile lotta per la sopravvivenza. Sono sconfitti in partenza e non ci sono rifugi per loro (cfr. la talpa della Tana). Quindi l’esistenzialismo, senza nessuna forzatura ideologica, vede l’angoscia, la colpa, la condanna, lo scacco finale magnificamente rappresentati.

Josef K., il protagonista del Processo, “è accusato ma non sa di che cosa” e per tutto il romanzo cercherà di difendersi sino alla sua esecuzione. Non saprà mai la sua colpa. Il coltello gli gira due volte nel cuore ma lui continua a sperare. Vede una luce e una finestra che si apre.


“Si aprirono d'un colpo le imposte di una finestra […] Chi era? Un amico? Un buon uomo? Uno che prendeva parte? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C'era ancora salvezza? C'erano eccezioni che si erano dimenticate? Certo, qualcuna c'era. La logica è certo incrollabile, ma non resiste ad un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale fino al quale non era mai arrivato?”

e poi muore, come un cane. Bastano queste poche righe per cogliere il senso dell’opera. Josef K. ha aspettato un anno per conoscere la sua colpa ma nel frattempo ha continuato la sua solita vita e quando sembra aver dimenticato il Tribunale e tutto il resto arrivano i due sicari. Heidegger considera la colpa "un modo d’essere dell’Esserci", è pertanto una condizione ineliminabile dell’esistenza. Allo stesso modo Jaspers la considera una situazione-limite dell’esistenza, una situazione alla quale l’uomo non può sottrarsi. E Josef non si sottrae.

Un’acuta e assurda attesa: un altro dei capisaldi dell’opera di Kafka. Non è un attesa diversa da quella di Vladimiro e Estragone in Aspettando Godot di Beckett.

Attende il campagnolo dinnanzi al portone della Legge, attende sino alla morte per poi scoprire che quella porta era aperta solo per lui. Attende K. tra le pagine del Castello. Attende inutilmente d’essere chiamato dal conte West-west per offrire i suoi servigi al Castello. Attendono tutti i personaggi di Kafka e non smettono mai di sperare. Forse è proprio questa la loro più grande colpa. Non è un grido disperato quello che riecheggia nelle ultime righe: come fa notare Camus, “è un immane grido di speranza”.

Una possibile lettura alla luce degli Appunti su Kafka di Adorno
Dicevamo che tutta l’analisi di Camus è incentrata sul concetto di simbolo, leggiamo negli Appunti su Kafka di Adorno che “nulla si adatta di meno a Kafka”. Il filosofo della Dialettica negativa preferisce parlare di allegoria o, secondo la terminologia di Benjamin, di parabola.

“Ufficio informazioni sulla situazione dell’uomo, a seconda dei casi eterna o attuale” a questo è stato degradato Kafka dalla “disinvolta saccenteria” di coloro che, leggendolo, hanno eliminato proprio quello scandalo a cui mirava “il lavoro di Sisifo di Kafka”. Adorno mira a una nuova lettura di Kafka per evidenziare soprattutto la vis demolitrice di Kafka, quel quid che lo rende uno degli ispiratori del Surrealismo.

“Non sovrapporre al testo concetti dall’alto”, “soltanto la fedeltà alla lettera, e non la comprensione con fini già prefissati, potrà prima o poi aiutare”. Adorno fornisce una valida metodologia per accostarsi alle parabole kafkiane. Cerchiamo di rileggere la Metamorfosi in questa nuova ottica.

Gregor Samsa si sveglia da sogni tormentati. Si sveglia ed è un gigantesco scarafaggio. Ma le trasferte sono dure, per il mal di testa e i dubbi forse può bastare un altro po’ di sonno. Altri sei anni. Solo sei anni e il debito della sua famiglia sarà finalmente estinto. Solo sei anni tra campionari di stoffa, orari dei treni, coincidenze e levatacce. Il treno delle cinque è già partito da un’ora e mezza. Sente con quelle nuove orecchie (orecchie? Antenne?) la dolce voce della mamma e subito dopo il bussare insistente del padre. Risponde con una voce roca, incomprensibile. Niente di cui preoccuparsi: sa bene che i raffreddori sono compagni dei viaggiatori. La ditta apre alle sette ma già a quell’ora il procuratore in persona è stato mandato a casa di Gregor per indagare sulla sua assenza. Ogni azione rallenta e si dilata. Gregor cerca di giustificarsi ma arrivano solo incomprensibili mugolii. Il procuratore insinua qualcosa su una certa cifra affidata a Gregor… Alla fine Gregor, con un sforzo immane, riesce ad afferrare con la mandibola la chiave e ad aprire. Il procuratore lo vede, terrorizzato fugge via come se le sue suole stessero per prendere fuoco. Scappa, salta più gradini per volta. Il padre di Gregor prende il bastone del procuratore e rispedisce il gigantesco insetto nella sua stanza.

È già sera quando si risveglia per i morsi della fame. Il latte che prima amava lo disgusta. La porta ora è chiusa dall’esterno, dopo tutta la fatica fatta per aprirla… La sorella entra, vede che il latte non è stato toccato è gli porta

“una gran scelta di cibi sparsi su un vecchio giornale. C’era della verdura vecchia e appassita, ossa avanzate dalla cena, qualche chicco d’uva e un pezzo di formaggio che Gregor aveva qualificato immangiabile due giorni addietro”,

inizia proprio da quella crosta di formaggio. Lentamente sta perdendo ogni minima traccia della sua passata umanità ma questo non gli impedisce di continuare a pensare. L’azienda di suo padre era fallita cinque anni fa e lui aveva dovuto abbandonare il suo impiego di modesto impiegato per quella carriera di commesso viaggiatore, lavorava già da cinque anni in quella ditta. Pensava che il padre non fosse riuscito a salvare niente dal tracollo ma ora scopriva che, invece, era riuscito a mettere da parte un discreto patrimonio che s’era accresciuto con gli interessi e con tutto quello che riuscivano a mettere da parte con il lavoro di Gregor. Per un solo istante pensa che quella somma avrebbe potuto liberarlo prima dal debito che lo costringeva a lavorare in quell’odiosa ditta, lo pensa per un solo momento. L’abnegazione di Gregor è totale: ha sacrificato tutta la sua vita per la sua famiglia e ora, anche da scarafaggio, si preoccupa per loro. Il padre “sano ma vecchio” non poteva di certo tornare a lavorare, la vita sedentaria l’aveva notevolmente appesantito. La madre? Con la sua asma? Impossibile. Grete aveva solo diciassette anni. Solo lui poteva e doveva. Vergogna e dolore lo rispediscono sotto il divano.
Passano i giorni. Gregor fa di tutto per non spaventare Grete, l’unica che si occupa di lui. Per scomparire totalmente dalla sua vista, con grande sforzo, riesce a coprirsi con un lenzuolo. La metamorfosi procede, inizia perfino a camminare sulle pareti e sul soffitto ma i mobili lo ostacolano. La madre non vuole toglierli, quei mobili simboleggiano tutto il suo passato umano. La sorella “in qualità d’esperta nelle questioni che riguardavano Gregor” decide, invece, di portarli via tutti, tranne il divano. Muta anche la stanza: da calda e arredata con piacevoli mobili di famiglia a antro spoglio e desolato, di certo più adatto a uno scarafaggio. Gli portano via tutto e lui assiste passivamente reagisce solo quando stanno per portare via il quadro con la signora col boa di pelliccia. La madre lo vede e sviene, la sorella cerca di rianimarlo ma proprio in quel momento rientra il padre ( “Quello era il padre? Era la stessa persona che stava sprofondata nel letto con aria affranta, incapace d’alzarsi?Ora stava ben diritto; indossava un’attillata divisa azzurra con i bottoni dorati […], le sue chiome un tempo perennemente in disordine erano accuratamente pettinate con una perfetta scriminatura”).
Assistiamo quindi a una doppia metamorfosi: Gregor vittima dell’alienazione regredisce a gigantesco scarafaggio, il padre da pingue e sedentario diventa un perfetto usciere di banca in perfetta forma. Con il fallimento dell’azienda, il SISTEMA aveva perso il signor Samsa e l’aveva rimpiazzato con Gregor, ora che quest’ultimo è inutilizzabile deve necessariamente ripiegare e riassorbire il vecchio ma sano padre. Segno tangibile del ritorno nel SISTEMA è la divisa che diventa una vera e propria armatura. Da lei riceve sostentamento e sicurezza, non la toglie mai e s’addormenta sicuro e sereno tra le cuciture azzurre e i bottoni dorati. La logora vestaglia in cui aveva vegetato per cinque anni giace inutilizzata nell’armadio.
Nell’universo di Kafka gli oggetti si caricano anch’essi di profondi significati, soprattutto quelli rigurgitati dal Sistema. Analizziamoli.

Il bastone, che il procuratore ha abbandonato nella sua fuga frenetica, passa nelle mani del signor Samsa e diventa la prima arma contro Gregor. Sembra quasi che il bastone della ditta voglia punire il diverso, l’anomalia che ha momentaneamente inceppato gli ingranaggi (ricordate Charlot e l’orologio di Tempi moderni?). Il padre ritorna a casa vede sua moglie svenuta e guarda subitamente in direzione della cosa che un tempo chiamava figlio. Naturalmente indossa la divisa (altro oggetto del Sistema) e proprio le tasche della divisa diventano una perfetta cartucciera. Le riempie di mele e poi le scaglia una dopo l’altra su Gregor. L’ultimo tiro di quell’assurdo bombardamento -quindi, logicamente, la mela che è stata per più tempo nella tasca della divisa– colpisce violentemente Gregor rimanendogli conficcata nella carne.
La famiglia non ha che da sopportare quella disgrazia, Gregor devo solo aspettare e sappiamo bene quanto sia significativa l’attesa in Kafka.
Gregor ama guardare fuori dalla finestra anche se l’ironia di Kafka gli offre come panorama solo la facciata grigia d’un ospedale. Sperano, continuano sempre a sperare le creature di Kafka, loro sono gli scarti del sistema, cenciosi spaventapasseri imbottiti d’immondizia. Nei suoi Appunti su Kafka, fa notare proprio come Kafka fa arte con la spazzatura della realtà e nient’altro, con gli Abfallsprodukten, quegli scarti eliminati dalla società.
Non c’è più tempo per accudire Gregor, anche Grete e la madre ora hanno un impiego. La sorella si limita a spingere con una scopa il cibo, ora deve accudire i pensionanti a cui hanno affittato le stanze di quell’appartamento troppo grande, per loro e le loro barbe suona anche il suo violino. Gregor, estasiato dalla musica, esce dal suo antro (“Era davvero una bestia se la musica l’afferrava come se potesse indicargli la strada per raggiungere un nutrimento ignoto e bramato?”) e s’avvicina più del dovuto. Il padre ricaccia i pensionanti incuriositi e disgustati nelle loro stanze. Ora è chiaro: devono liberarsi della bestia, per troppo tempo hanno continuato a identificare quella “cosa” con l’amabile e servizievole Gregor “ripensò alla famiglia con affetto e commozione. La sua convinzione di dover sparire era forse ancora più ferma di quella della sorella. Rimase in questo stato di vuota e serena meditazione sino a quando la torre dell'orologio suonò le tre. Assistette ancora al primo albore antelucano fuori dalla finestra. Poi chinò involontariamente il capo e dalle sue narici uscì fioco il suo ultimo respiro” , si lascia morire perché sa che è la migliore cosa che può fare, ha già smesso da tempo di mangiare, sa di essere un diverso, un’anomalia, ne è profondamente consapevole. La cameriera lo getta tra i rifiuti, non poteva esserci migliore sepolcro per lui, rifiuto tra i rifiuti.
La famiglia caccia i pensionanti e la governante, tutti e tre scrivono tre lettere di scuse ai loro principali e, per la prima volta dopo troppo tempo, parlano a lungo, prendono perfino il tram e vanno fuori città. Ci sono nuove prospettive, nuove speranze e anche la sorella di Gregor subisce una metamorfosi, la più naturale: il suo corpo tra tutte quelle sofferenze è sbocciato, ora è una bella e florida ragazza in età da marito. Cala il sipario.
Crollano le certezze. Quello che è successo a Gregor non trova motivazioni esterne, ha semplicemente somatizzato l’alienazione. Il sistema sociale non cerca di guarirlo, sa che non c’è guarigione per lui. Lo elimina il più rapidamente possibile riassorbendo il resto della famiglia, rinforzando l’incatenamento delle loro coscienze. Alla fine di tutta la storia i Samsa devono andare fuori, prendere il tram, distrarsi, evitare di pensare, guardare sempre avanti senza soffermarsi troppo su particolari che, per la stessa sopravvivenza del sistema, devono essere ritenuti insignificanti.

La facciata sintetica che celava le sofferenze è caduta, non è che cartone dipinto e plastica colorata. Dietro c’è la vera sofferenza. L’industria culturale decide quando e come dobbiamo divertirci e noi utenti siamo solo oggetti passivi, cani di Pavlov. Adorno conclude e ci spacca "il mare gelato dentro di noi":

“Quella di Kafka è una potente capacità demolitrice. Egli lacera e abbatte la facciata che cela l’enormità del dolore, facciata a cui s’adegua sempre più il controllo razionale”.

Pubblicato da Tonino Pintacuda il 29.03.07 21:27

COMMENTI

Bello, Tonino. "La metamorfosi" di Kafka è uno di quei libri inesauribili, che io rileggo periodicamente.
Anch'io mi trovo più in sintonia con Adorno, spesso l'Esistenzialismo, per acuto e stimolante che sia, sovrappone i propri schemi all'oggetto di analisi: basti vedere ciò che ha fatto Sartre con Flaubert, Genet e Baudelaire.
Una cosa che ho sempre sognato vedere è "La metamorfosi" rappresentata in chiave comica: mi pare che ne guadagnerebbe anche la forza tragica.

da Giorgio il 30.03.07 15:16

Un'ottima sintesi.

Io la penso così. Ha totalmente ragione Camus quando dice che il segreto di Kafka sta nella compresenza di elementi assurdi in uno sfondo estremamente (pericolosamente, aggiungerei) iperrealistico. Ha però torto nel dire che l'insetto della metamorfosi abbia un valore simbolico. Allo stesso modo, ha ragione Adorno nel negare questo punto e nel confermare il valore dirompente dell'opera kafkiana - ma ha gran torto nel ridurla a una mera critica sociale.
Se mettiamo queste due letture in equilibrio su un asse orizzontale, avremo una sorta di bilancia critica, con qualcosa di simile alla verità - o a un sentiero verso la verità - nel mezzo.

Una sola domanda. Per quanto ne so io, Kafka leggeva il primo capitolo del "Processo" ai suoi amici, sbellicandosi dal ridere. E' successo anche con la "Metamorfosi"?

da Giorgio Fontana il 31.03.07 15:12

Grazie a tutti e due i Giorgi

@ Giorgio F

cfr. "Lontano da dove" di Magris.
Tutta la letteratura ebraica ha il carattere della barzelletta amara. L'Ebreo ride. Sempre.
Siamo stati noi lettori a prendere tremendamente sul serio Kafka. Ben venga l'operazione di Casertano e Sclavi di infilare in Maeslstrom! tutto Kafka e farlo commentare da un Andy Capp surreale messo a guardia dell'Universo.

da tonino pintacuda il 31.03.07 17:58

Grazie per il riferimento!
Sì, mi sono sempre scagliato anch'io contro le interpretazioni angosciose di Kafka, e contro il "kafkismo" in quanto tale (uno dei peggiori mostri della critica e letteratura contemporanea). Forse però dire che "l'ebreo ride sempre" è esagerato. Senza contare che Kafka era un ebreo di stampo un po' particolare, e dire che la sua è "letteratura ebraica" è, a mio avviso, impreciso. Allo stesso modo, se è sbagliata una lettura "iperseriosa" di Kafka, è sbagliata anche una sua lettura "ipercomica"...

da Giorgio Fontana il 31.03.07 18:10

Non si possono leggere Celan e Kafka (solo due esempi a cui ho dedicato i miei studi universitari) senza considerare il loro particolare rapporto con la stirpe semitica.
Togli l'Ebraismo e non capirai mai le poesie di Celan, ne' tantomeno Davanti alla legge. Summa massima di tutto l'ebraismo di Kafka. Come scrivi gli eccessi sono sempre sbagliati. Ma i ridimensionamenti sono vitali.

Lottiamo con i libri senza diatribe regresse- che resta sempre la migliore cosa da fare. Nello spazio di questa lettura di lettura ho cercato di esplicitare che non esistono dogmi. Non vorrei fare come Mafalda e non tollerare gli intolleranti o diventare un dogmatico antidogmatista.

da tonino pintacuda il 31.03.07 19:40

Per carità, non volevo dire questo.

da giorgio fontana il 31.03.07 19:52

E manco io

:-P

da tonino pintacuda il 31.03.07 22:25

un capitolo a parte è Il processo di Kafka tradotto da Levi per la defunta (credo) collanda di Einaudi "Scrittori tradotti da Scrittori".

d.

da demetrio il 02.04.07 10:10

nel suo saggio, parlando di Il Castello, Camus dice di Kafka (traduco dello spagnolo, audace come gli ignoranti), "In certi uomini, il fuoco di eternità che li devora è abbastanza grande per fare bruciare in esso il cuore di cui li circonda. Il funesto errore che consiste in dare a Dio quello che non è di Dio. Però per Kafka sembra che non ci fosse un errore. È una dottrina e un "salto". Non c'è niente che non ci sia Dio.
Camus chiama "salto" a quello che fanno alcuni uomini che avendo abbraciato la ragione (visto che solo muoiamo)si arrendono di colpo alle rose dell'illusione che alimentano l'asino, la favola divina
:)

da maria il 04.04.07 08:43

¿Hola Maria, que tal?

Dobbiamo scrivere una cosa a due voci. Io che scopro dia despues dia la lingua spagnola e tu che ormai sei un'autrice italiana ma di sensibilità e matrice spagnola. Anche se il mio spagnolo è siculo e rioplatense.
Lo appunto qui prima che me l'olvido.
Esperamos...

¡hasta luego!

da tonino pintacuda il 04.04.07 14:37

mai suonai a 4 mani però me lo appunto anch'io
Che poi il rioplantense -la lengua de los argentinos-è bellissimo, a volte, fondatore
:)

da maria il 05.04.07 10:07




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