Racconti di adulteri disorientati, Juan Josè Millàs,
di Paolo Cacciolati
La chick-lit adulteri esiste. Eccome. E’ un gomitolo che si dipana a ritroso nel tempo, prima che si avesse il solo sospetto del termine chick-lit, prima anche di Madame Bovary, fino ad arrivare alla mitologia delle scappatelle degli antichi dei. Ed è una saponetta che conduce a scontate scivolate nel ridicolo, come ha fatto recentemente, in materia di chick-lit adulteri very very vip, pure un quotidiano nazionale.
Eppure Racconti di adulteri disorientati, nonostante il titolo, non appartiene al generone di letteratura da buco della serratura. Quel generone in cui si potrebbero inserire anche campioni di vendite degli ultimi anni, come Non ti muovere, dove l’adulterio è onanizzato in presa diretta soggettiva, e l’adultero sviscerato nei suoi turpi desideri, indagato nelle sue turpissime azioni, e infine punito con il mesto ritorno nell’altoborghese ovile familiare. Il tutto con lo stile del libro confezionato per smerciare la milionata di copie più film fatto in famiglia.
Con i racconti di Millàs, usciti in Italia nel 2004 per Einaudi, è tutt’altra musica. Qui non c’è volontà di compiacere lettrici in cerca di punizioni versus compagni fedifraghi (o viceversa). Né si intende attrarre appassionati/e di testi da leggere con una mano libera. Non c’è neppure la pretesa di fotografare lo stato dell’arte nei rapporti di coppia. O l’evoluzione di costume nella società spagnola piuttosto che europea. Piuttosto, il bersaglio di queste storie è l’inferno interiore dei protagonisti, centrato sempre con uno stile diretto, privo di inutili stucchi, descrizioni compiaciute prosciugato da velleità didascaliche o moralistiche.
Millàs va subito al cuore della vicenda, e in questo fa capolino il giornalista che si alterna allo scrittore. Spagnolo, di Valencia, classe ’46, in ambedue le “professioni” ha avuto importanti riconoscimenti. Ed ha il merito di non cadere negli stereotipi di certe rappresentazioni alla Almodovar, perché racconta di cose in cui può rispecchiarsi il lettore di qualunque latitudine/longitudine.
Innanzi tutto: perché questi adulteri sono disorientati?
L’autore imbandisce la loro confusione partendo spesso dalla routine del menage regolare, per poi estenderla al menage passionale (spesso solo nelle intenzioni). Altre volte effettua il percorso inverso, intrecciando le storie in grovigli più subreali che surreali. Subreali perchè scavano sotto la realtà rappresentata, nei meandri di esistenze annoiate, nelle pieghe di vicende dove si perde subito il confine tra assurdo e verosimile. E’ il mondo che fa da pavimento alle storie, ad apparire subreale, degradato rispetto alla dimensione del tradimento, rispetto a quella bolla “al cui interno fluttuano due persone che per qualche ora riusciranno ad evadere le coordinate spazio-temporali. Gli adulteri fornicano, parlano, litigano o piangono all’interno di un compartimento stagno in cui della realtà esteriore giunge soltanto l’ossigeno.”
Sono personaggi che ricordano le figure metafisiche dipinte da De Chirico. Manichini dalle movenze predeterminate, uomini e donne rappresentati spesso come maschere grottesche, buffe e deprimenti al tempo stesso, senza particolari tratti esterni, ma con i lineamenti interni messi a nudo nella girandola delle loro ossessioni.
In ogni episodio c’è un rimando alla Grande Falciatrice. Cito a caso un paio di situazioni. Una bara in cui è stato dimenticato un telefonino. Un’adultera che ritorna alla fedeltà coniugale, solo dopo esser diventata vedova. La morte è protagonista, manco troppo celato, in ogni storia. L’autore ci risparmia l’enciclopedia psicanalitica del parallelo amore-morte, o sesso-morte. Piuttosto, qui il clima dei racconti è genuinamente tetro. Millàs pennella con un pessimismo divertito i vari episodi, dove l’adulterio è banalizzato, riportato in una situazione di non aurea mediocritas, quasi a suggerire quanto potrebbe essere lussuriosa la fedeltà.
Se il litizzettiano Eminens li leggesse, non potrebbe che sussurrare a Millàs grazie, grazie per tutta questa nostalgia di famiglia e di amor coniugale, grazie anche per il trionfo di no pacs, seppur involontario (forse), considerando che quasi tutte le situazioni parlano di vicende matrimoniali, come a dare per scontato che l’atto dell’adulterio sia tale solo in presenza di un vincolo “istituzionalizzato”. Uno dei protagonisti dichiara: “Ho in prospettiva un matrimonio stabile, solido, e pertanto una situazione ideale per dedicarmi a coltivare la passione adultera”.
Nella prefazione l’autore elenca una tipologia di adulteri e di adulterii che dovrebbero costituire la traccia dei racconti: bigami, adulteri per vocazione, adulteri immaginari, adulteri che perdono la fede nell’infedeltà, coppie che fingono l’adulterio, coppie che si autotradiscono facendolo solo fuori casa, coppie con tradimenti incrociati coperti dal medesimo sotterfugio, adulteri che usano la loro amante come un ponte per relazionarsi con il marito.
Il catalogo non è per nulla esaustivo, perché nelle pagine è un continuo fiorire di nuove situazioni.
Naturalmente, il fatto che nel titolo il sostantivo sia maschile, non significa che Millàs abbia puntato la lente solo sui maschietti.Mi sono divertito a contare nel libro quanti sono in rapporto alle femminucce. Bene. Adulteri battono adultere, ma non di molto, ventidue a quindici. Vincono, ma con scarto ridotto.
Juan Josè Millàs. Racconti di adulteri disorientati
Einaudi, Euro 11,50.
Pubblicato da Paolo Cacciolati il 19.02.07 13:35