18.02.07

Maestri dell’altro mondo, 3 / Tu Fu, Coppe di giada

di Giorgio Morale

Il desiderio ardente di un’epoca di pace

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Un poeta canta meglio quando è calpestato
(antico proverbio cinese)

Arriva la primavera, la natura si risveglia, il sangue circola più veloce nelle vene e il poeta canta l’antica festa crudele.


“Molto mi piace la lieta stagione di primavera…
Ed altresì mi piace quando vedo…
mazze ferrate e brandi, elmi di vario colore,
scudi forare e fracassare…
Io vi dico che non mi dà tanto gusto
mangiare, bere o dormire,
come quand’odo gridare “all’assalto”…
e odo gridare “aiuta, aiuta!”
e vedo cader pei fossati
umili e grandi tra l’erbe”.

A cantare così è il poeta-feudatario Bertran de Born. Tu Fu, il poeta-saggio, canta diversamente

“Non comprendiamo perché mai l’imperatore,
pur avendo terre ricche e belle e vaste,
debba ordinarci di marciare alle frontiere
per conquistare altre terre, altro potere.
Noi abbiamo soltanto l’amore della famiglia
Ma dobbiamo rinunciarvi per l’orrore della guerra”.

Oppure:

“Laggiù, ho sentito, si è abbattuta la catastrofe
Neppure cani e polli al massacro sono scampati
Nella mia capanna diroccata sui monti
Qualcuno forse alla finestra sta spiando
Tra le radici dei vecchi pini divelti
Sul suolo gelido sono ancora integre le ossa”.

E altrove:

“Nessun suono di battaglia nei campi incolti sotto un cielo terso
Quarantamila soldati valorosi in un solo giorno sono morti
Sulla via del ritorno le orde barbariche del sangue nettano le frecce
Di nuovo tra barbare canzoni si ubriacano sulla piazza del mercato
Mesta la gente nella capitale volge lo sguardo a nord
Giorno e notte sperando che l’esercito imperiale ritorni”.

* * *

Il desiderio di Tu Fu è un altro:

“Di nuovo mi tormenta senza tregua
Il desiderio ardente di un’epoca di pace”.

La natura, sempre potente, in lui appare spesso impastata di fango e sangue.

“Monti coperti di neve, fiumi gelati, campi spazzati dal vento
Sono nere le folate di fumo sono bianche le ossa dei soldati”.

Anche la bella stagione, quando arriva, non porta con sé l’attesa gioia di vivere:

“Racconta storie non vere il canto gioioso degli uccelli…
Offendono i miei versi l’affetto di due cingallegre
Quale ragione di vita mi giustifica?...”.

Il Poeta dà voce alle domande della gente comune:

“I funzionari del distretto rapidi esigono le imposte
Ma i soldi per pagarle dove li prenderemo?”.

“E se anche tu, signore, volessi interrogarci
Come può un coscritto mostrare la sua rabbia?”.

“Signore, hai visto sopra il Lago Verde
Le bianche ossa che da tempo nessuno raccoglie?”.

“Da quando ho inviato l’ultima lettera a casa
Sono già trascorsi più di dieci mesi
Tremo per le notizie che potrei ricevere
Riuscirebbe il mio povero cuore a sopportarle?”.

“Di quante vite si è compiuto il destino?
La mia famiglia sola è rimasta unita?”.

Questa è la domanda della nuova sposa:

“Di sera le nozze, all’alba l’addio
Non è troppo rapido, non è troppo in fretta?”.

Questa è quella della bella donna:

“I miei fratelli andarono al massacro
Che vale essere funzionari di alto grado?”.

E questa quella del padre che ricorda il figlio bambino:

“E’ strano come in tua assenza le stagioni si affrettino
Dei tuoi progressi graziosi chi sarà spettatore?”.

Quando parla d’altri, Tu Fu parla di sé; e sa parlare di sé come se parlasse d’altri.

* * *

L’interrogazione è il gesto linguistico più ricorrente in Tu Fu ed esprime la meraviglia infinita di quest’uomo che tanto ha vissuto di fronte a quanto tra gli uomini possa succedere. Ci parla di un’età di disordine e incostanza. Ma quale epoca non è di disordine e incostanza?

“Disordine e incostanza in che conto metterli?”.

“E alzandoci in volo senza accettare regole a che cosa miriamo?”.

“Chi vuole in tempi così densi di pericoli
Con slancio schiudere il proprio cuore?”.

“Nel fluire della vita che scorre inarrestabile
Chi può dire di aver vissuto a lungo?”.

“Sono triste, perché sono triste?”.

“Come posso per un giorno intero tener dietro ai miei mesti pensieri?”.

“Chi dopo tanto disordine vorrà tornare indietro?”.

Sono domande che, senza essere retoriche, non esigono risposta. Il silenzio le accoglie e le amplifica. Benché sia fedele all’ordine costituito e abbia vissuto anche vicino al potere, Tu Fu sa, con Confucio, che, se c’è disordine e incostanza, il potere ne è il primo responsabile.

Quando nell’uomo di potere prevale l’interesse personale, si crea una divaricazione insanabile tra il potere e la gente, l’esecuzione formale di un dovere e il rispetto della natura umana, il palazzo e l’umile dimora, la ragion di Stato e la sfera dell’individuo e della famiglia, la volontà di potenza e le regole del vivere civile, la guerra e la pace.

Alla fine a essere questionata è la natura umana. I suoi limiti invalicabili. La guerra appare una legge della storia.

“La morte non m’ha voluto
Ma ora rimane un problema:
Come, come vivere?”.

“C’è da chiedersi dove mai si possa
trovare pace e felicità;
a casa o al fronte non c’è differenza…
il mio cuore spezzato deve andare
anche se vecchio verso l’ignoto”.

“Io triste penso nella dolce notte
che nel mondo tutto maggiormente dipende
dall’atroce guerra che dalla pace”.

“Quando domina il principio maschile,
come possono le cose non diventare
sempre peggiori?”.


* * *

Le domande di Tu Fu sono contagiose. La guerra non era allora e non è oggi comprensibile per l’umanità. Cos’è cambiato dal 770 a oggi? Quante delle domande di Tu Fu hanno trovato risposta? Quante delle 30 guerre in corso oggi nel mondo hanno una loro ragion d’essere?

Tu fu si contende con Li Po il titolo del più grande poeta cinese. Delle sue poesie, circa 1500, non esiste una edizione italiana. 34 poesie sono inserite nell’antologia Poesie di pace cinesi pubblicata da Guanda nel 1975, 38 nel volume collettivo Li Po, Tu Fu, Po Chu’i, Coppe di giada, edito dalla Utet nel 1985. Nessuno dei due libri è più in commercio. Così Due antichi poeti cinesi: Tao Yuan-Ming e Tu Fu di Sheiwiller, del 1988, che contiene 18 poesie. Parecchie delle poesie presenti nelle tre raccolte sono le stesse. Ciò vuol dire che in Italia possiamo leggere al massimo circa 50 sue poesie, a cercarne qualche raro esemplare nelle biblioteche.

Tu Fu è vissuto tra il 712 e il 770, nell’epoca T’ang, definita aurea o classica per la poesia cinese: più di 2000 poeti, di cui vari di prima grandezza. Ha faticato a inserirsi a corte come funzionario e ne ha parlato con gli accenti che i nostri poeti cortigiani Ariosto e Tasso hanno nei momenti più veri:

“Per due anni ospite della capitale dell’Est
Ne ho abbastanza di astuzie e di intrighi”.

Ha sofferto problemi economici, spostamenti da una città a un’altra, disordini politici e rivolte, persino prigionia. Pare che notizie sulla vita di tutti i giorni come quelle che sono presenti nelle sue opere siano abbastanza rare nelle storie ufficiali del tempo. Leggo che in Cina è chiamato “il poeta santo” o “il poeta saggio”; che è stato uno sperimentatore di temi, metri e registri e che ciò lo ha reso un maestro in Cina e in Giappone.

So che non potrò mai apprezzare metri e registri di Tu Fu nella lingua originale, non potrò mai conoscere il Poeta compiutamente, per questo ho appuntato la mia attenzione sul contenuto.

Per farmi un’idea dell’originale però ho letto il saggio del grande sinologo statunitense Ernest Fenollosa, L’ideogramma cinese come mezzo di poesia, la cui lettura fu per Ezra Pound, che ne curò la pubblicazione nel 1936, una rivelazione.

“La poesia cinese” egli dice “ha il vantaggio unico di combinare questi due elementi. Parla simultaneamente con la vivacità della pittura e la mobilità dei suoni…

La notazione cinese è qualcosa di più di simboli arbitrari. E’ basata su una vivida pittura stenografica delle operazioni naturali…ha una certa qualità di sequenza cinematografica…la maggior parte di queste radici ideografiche hanno in sé un’idea verbale di azione…

La forma transitiva della frase cinese… corrisponde esattamente a questa forma universale di azione in natura. Ciò avvicina il linguaggio alle cose e, nel suo marcato appoggio sui verbi, innalza ogni discorso quasi al livello di poesia drammatica.

Le parole cinesi sono vive e plastiche come la natura, poiché cosa e azione non sono formalmente separate. La lingua cinese naturalmente non conosce grammatica.

Le lingue oggi sono sottili e fredde, perché vi infondiamo sempre meno pensieri. Per motivi di rapidità e di precisione siamo costretti a restringere il senso di ogni parola ai limiti estremi… in questo il cinese ha i suoi vantaggi. La sua etimologia è sempre presente, conservando il suo impulso creativo visibile e operante…

In cinese la visibilità della metafora tende a elevare questa qualità al sommo grado”.

Vivida pittura, appoggio sui verbi, poesia drammatica, visibilità della metafora: tutto questo traspare nelle poesie di Tu Fu anche nella traduzione italiana. Ma è soprattutto la semplicità, la densità e l’umanità della sua parola ricca di compassione, che ci parla come se nascesse da noi stessi, che me lo rendono uno dei poeti più cari.

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Pubblicato da Giorgio Morale il 18.02.07 07:23

COMMENTI

Ogni occasione è buona per una augurio di pace, non lasciarsene sfuggire è meglio. (Non so se sia mai stato detto in un proverbio...)

da salvatore giordano il 18.02.07 16:10

Grazie, Salvatore, e complimenti per il tuo blog. Anche se non lo fosse, assomiglia molto a un vecchio proverbio. Il desiderio di pace è sempre attuale, purtroppo, perché è sempre attuale la guerra.


da Giorgio il 18.02.07 20:53




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