04.02.07

Maestri dell’altro mondo, 2 / Basho, Il romitaggio della dimora illusoria

di Giorgio Morale

Una dichiarazione d’amore – alla natura, al mondo

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Basho è uno di quegli scrittori che, a leggerli, fanno venire voglia di scrivere. Vuol dire che ha raggiunto una tale profondità da farti parere la scrittura cosa preziosa e desiderabile. E procede senza fatica apparente, anzi con tale gusto da invitarti a seguire le sue orme, perché la sua arte è tanta da permettergli di raggiungere spontaneità e semplicità esemplari ma non imitabili.

I due brevi scritti Il romitaggio della dimora illusoria e Il sentiero di Oku di Basho mi catturano con due incipit formidabili.

Il primo con la delimitazione del luogo, che ha la precisione della cartografia: “Oltre il Monte di Pietra, dietro a Nel mezzo delle Rocce sorge una montagna. Si chiama Kokubu. Un nome derivato dal tempio che anticamente vi era ospitato… accanto al sublime, silenzioso tempio ormai raramente visitato, v’è una capanna abbandonata… Si chiama Romitaggio della Dimora Illusoria”.

Il secondo con un’enunciazione dello spirito vagabondo come legge universale: “Eterni viandanti sono i giorni e i mesi, e gli anni, che vanno e vengono… Io pure, non so dire da quando, albergo nel cuore l’inestinguibile desiderio di vagare attratto dal vento che sospinge le nuvole sparse”. Anzi, non ho mai letto termini più appassionati per dire la febbre del viaggio: “quasi fossi invaso dal Dio dell’Inquietudine e le Divinità Ancestrali delle Strade imperiosamente mi chiamassero, non ebbi tregua”.

Poi comincia il racconto: “Sono trascorsi dieci anni da quando abbandonai la città: ormai prossimo alla cinquantina lasciai la mia casa, come una psiche perde il manto, come una lumaca che si separi dal guscio” e io ammiro il perfetto dominio della materia, che mi fa pensare all’oggettività dell’epica e della prima storiografia; ammiro la trasparenza delle immagini e delle similitudini.

Ciò è accentuato dal gusto della denominazione: “Quando il picco della Bianca Radice scompare all’orizzonte, si profila la vetta di Hina. Dopo aver attraversato il ponte dell’Acqua Bassa mi inoltro fra i canneti in fiore della Baia Preziosa. Varcata la Frontiera degli Usignoli e superato il passo di Yunoo, giungo al Castello della Pietra Focaia, ascolto sul Monte del Ritorno il canto delle prime oche selvatiche e la sera del quattordicesimo giorno cerco alloggio nel porto di Tsuruga”.
Nomi che per i connazionali di Basho hanno un corrispettivo identificabile, ma cui io non posso associare nulla. In ogni caso, in virtù della toponomastica giapponese, agiscono anche in me con la loro forza denotativa.

Il racconto della bellezza e dell’autosufficienza della vita nella natura ne Il romitaggio della dimora illusoria fa pensare a Walden: “Ogni tanto, quando mi garba, scendo ad attingere limpida acqua a valle, e cucino. Assaporo la sobrietà nel ritmico gocciolio dell’acqua, mentre assai lieve è la fatica grazie al mio unico fornello”. Poi accenni veloci spalancano abissi di interiorità: “Il sole già si cela oltre il monte, e quand’è notte rimango a sedere tranquillo nell’attesa che si levi la luna luminosa, accendo una lucerna e dialogo sul bene e sul male con la mia ombra”.

* * *

Il sentiero di Oku si può definire, con un termine dantesco, un prosimetro, cioè un’alternanza di brevi capitoli in prosa che spesso si concludono con un componimento poetico, un haiku, di cui i fatti narrati illustrano la genesi. Nessuna delle due modalità di scrittura è prevalente, prosa e poesia si eguagliano per intensità e inventività.

Il racconto ha l’andamento e i topos di tutti i racconti di viaggio: “Pur sapendo quanto illusorio sia il porto di questo mondo, verso lacrime nel congedarmi… Scorgo in lontananza un villaggio. Piove, e il sole è al tramonto. Chiedo ospitalità per la notte in una casa di contadini… Mi reco da un tale, di nome Joboji… mi accoglie con sorprendente cortesia, trascorriamo giorni e notti a conversare… altri parenti m’invitano; il tempo trascorre…”.

Ci sono anche situazioni spiacevoli e disavventure: “Ci fermiamo a una locanda squallida… scroscia pioggia che filtra dal tetto sul mio giaciglio, sono tormentato dalle pulci e dalle zanzare e non riesco ad assopirmi… In che imprevedibile luogo sono mai giunto! Cerco ospitalità, ma nessuno è disposto a concedermela… La vegetazione crea un’ombra così fitta che pare di camminare nelle tenebre della notte: si ha l’impressione di essere in un turbine di polvere accanto alle nuvole; m’inoltro a fatica tra i bambù nani, attraverso guadi, inciampo su pietre, un gelido sudore mi pervade… Nei nove giorni di viaggio, stremato dal caldo e dall’umidità, mi ammalo e non annoto nulla”. Difficoltà dette anche con degli haiku:

Pulci e pidocchi
E un orinale
Accanto al guanciale.

L’isola del Copricapo
Ove mai sarà? Del quinto mese
La pioggia m’offusca il cammino.

Steli di iris
Ai piedi intreccerò
Come lacci di sandali.

E c’è la gioia culturale di visitare luoghi celebri per la storia e la cultura depositata in essi: “Mi pare di scrutare con i miei occhi l’animo degli antichi. Ecco uno dei pregi del pellegrinare, una gioia dell’essere sopravvissuto: dimentico la fatica del viaggio, mi spuntano persino lacrime agli occhi…”. Anche se “montagne sono franate, fiumi straripati, strade ritraiate, pietre sepolte ed occultate dalla terra, alberi invecchiati sono stati sostituiti da nuovi, e anche i tempi sono mutati, le generazioni si sono succedute, è sempre arduo riconoscere le vestigia del passato”. “Svanita in un sogno è la gloria di tre generazioni…”.

Questa meditazione sulla civiltà raggiunge un culmine in questi haiku

Qual crudeltà!
Sotto l’elmo
Cantano i grilli.

Erbe estive
Tracce dei sogni
Dei guerrieri.

Mi pare di sentire Omero: “Qual delle foglie tale è la stirpe degli umani”.

Con Basho ho capito cosa può essere un libro di viaggio: una dichiarazione d’amore – alla natura, al mondo.

* * *

Basho, vissuto tra il 1644 e il 1694, è il massimo poeta giapponese e maestro indiscusso di haiku. Non posso gustare la musica della sua poesia, che dicono essere molto dolce, nella lingua originale, però la forza della visione è tanta, che anche la traduzione riesce a trasmetterla. Sarà per quello che diceva Pound, quando distingueva tra melopea (basata sul suono, e quindi impossibile da tradurre) e fanopea, basata sulle immagini, che, “quando è efficace, è quasi impossibile che il traduttore la distrugga”?

Questa scrittura conserva in sé qualcosa dei pittogrammi in cui è stata scritta, parla tracciando un disegno di visibile evidenza. Alcune immagini sono un vero e proprio quadro, come questa: “Avendo nelle orecchie il ‘vento d’autunno’ e nella mente le immagini delle rosse foglie di acero, contemplo il verde dei rami con un’emozione non minore. Alla candida distesa dei fiori di deutzia si aggiunge una profusione di bianchi fiori di rovo, per cui sembra di valicare la frontiera fra la neve”.

Oppure questa: “Il mare entra da sud-est formando una baia di tre leghe, in cui la marea si alza come in quella della foce del Setsu. Le isole sono innumerevoli, alcune si ergono quasi puntassero un dito al cielo, altre si adagiano prone sulle onde. Alcune si sovrappongono in duplice e persino triplice strato, alcune si disperdono a sinistra, altre si raggruppano a destra. E poi ve ne sono di quelle che paiono portare sulle spalle o abbracciare una piccola isola, come i genitori con i figli. I pini sono di un verde intenso, con i rami contorti, come curvati ad arte dal vento salmastro…”.

Ancora più gli haiku traducono il sentimento in immagini.

Ah, che meraviglia
Sulle verdi, tenere foglie
La luce del sole!

Canti delle risaie:
dell’Oku la prima
meraviglia.

Che quiete!
Penetra nella roccia
Il canto delle cicale.

E il poeta ottiene quest’effetto: che, per converso, educato dalla sua scrittura, guardo alcune stampe giapponesi e vi vedo, come se vi fossero scritti, storie e sentimenti, pensieri senza parole.

Come appare bella la natura in questi versi! Come varia e piena d’incanti! “Chi mai potrebbe descrivere con un pennello o con un profluvio di parole la divina opera della creazione?” si domanda il poeta. E incontra anche lui l’ineffabile: “In ossequio alle regole degli asceti, è proibito rivelare tutti i particolari di ciò che accade su questa montagna. E così depongo il pennello senza annotarli”.

Basho stesso lo dice: “ Questi versi compendiano ogni aspetto del paesaggio. Voler aggiungere anche una sola parola significherebbe alzare un inutile dito”.

I suoi haiku sono pieni di mondo. Nel frammento che isola un particolare si avverte la vastità circostante. E nel fotogramma che fissa un’azione s’agita il dinamismo del “mondo fluttuante” e delle occupazioni e delle attività umane.

La scrittura crea una formula insostituibile, immodificabile. Leggera, flessibile, eppure necessaria, essenziale. Il modo migliore per dire ciò che dice. Eppure potrebbe non esserci. La fragilità di una visione o di un’emozione: sta qui l’incanto della poesia di Basho, e il cuore della poesia lirica.


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Pubblicato da Giorgio Morale il 04.02.07 10:39

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