La vendetta, di Agota Kristof
di Cletus
Prima di tutto desidero qui ed ora, dichiarare a lo mondo tutto che io amo questa donna. Da bravo italiota semi-acculturato (detto senza alcuna auto-ironia) ho appreso della sua esistenza all'indomani del suo Nobel per la letteratura di pochi anni fa.
Tentai allora, ma con scarso successo, di reperire qualcosa di suo nelle librerie che di solito pratico. Nulla, quel poco che c'era preso d'assalto da altri nelle mie identiche condizioni. Amen.
Ma questo nome e cognome, che qualcuna mi ha fatto notare fantasticamente simile ad un'altra grande scrittrice che praticava i treni che vanno verso Oriente, ambientandovi thriller, questa donna, dicevo ha una scrittura potente e raffinata.
Ho preso, di suo, questo volumetto. Si tratta di poco più di un centinaio di pagine, edito da Einaudi, asciutto. La mia proverbiale pigrizia ha avuto un appagamento dionisiaco, quando, aperto ancora in libreria, scorgendo l'indice, ho potuto notare che si trattava di racconti, tanti per essere in cento pagine, e il più lungo dei quali ne conta circa cinque.
Ho iniziato a leggerlo mentre ero in sala d'attesa di un giudice di pace, in un angusto e kafkiano corridoio di un moderno palazzo di giustizia di provincia, in una fredda ma soleggiata mattinata di fine gennaio, restandone incantato.
Agota Kristof ha una voce che mi sembra di conoscere da sempre. Pratica i territori dell'impossibile con la grazia di un'infermiera. Mai compassionevole, distilla le disgrazie della vita con una rassegnata fierezza. E' al di la del bene e del male.
La sua scrittura, agile, fatta di periodi brevi, frasi incastonate l'una nell'altra, che rimandano (e mai esperimento fu più felice) alla sensazione di un flusso di coscienza, adagiato nel letto di una narrazione. Fuor di ogni elegia, da leggere senz'altro.
Ho definitivamente promesso amore eterno a costei, subito dopo aver letto, reduce da un lungo viaggio autostradale, in un fermo e grigio pomeriggio domenicale mitteleuropeo, dentro un'anonima ma confortevole camera d'albergo (chi ha detto che le coincidenze non sono mai poi tali ?), forse il suo racconto più bello:"numeri sbagliati". Gli elementi ? Una telefonata sbagliata, un dialogo fra una donna che cerca un uomo, e l'uomo che non è l'uomo che cerca la donna, ma con la quale intesse dapprima un dialogo di quelli che piacciono a me, e poi la convince, non senza titubanze, ad un incontro.
Non rovino il piacere della sorpresa a chi avrà la ventura di leggerlo, posso solo assicurare che nemmeno Cortazar, con la sua dimestichezza fra fantastico e reale, padrone di quel lembo nel quale molti dicono riposi la letteratura, avrebbe saputo rendere meglio.
Vorrei inoltre dichiarare la mia profonda ammirazione, per questo breve ma fulminante suo brano, che si chiama "Lo scrittore": (assumendomene tutte le responsabilità...)
"Mi sono ritirato per scrivere il capolavoro della mia vita. Sono un grande scrittore. Ancora non lo sa nessuno, perchè ancora non ho scritto nulla. Ma quando lo scriverò il mio libro, il mio romanzo...Per questo ho lasciato l'incarico di funzionario e...cos'altro ? Nient'altro. Perchè amici non ne ho mai avuti, e amiche ancora meno. Tuttavia mi sono ritirato dal mondo per scrivere un grande romanzo. Il problema è che non so quale sarà l'argomento. Si è già scritto talmente tanto su tutto e qualunque cosa. Intuisco, sento di essere un grande scrittore, ma nessun argomento mi sembra abbastanza buono, vasto, interessante per il mio talento. Quindi aspetto. E, chiaramente, nell'attesa soffro la solitudine, e anche la fame, ogni tanto, ma è proprio attraverso questa sofferenza che spero di accedere a uno stato d'animo che mi porti a scoprire un argomento degno del mio talento. L'argomento purtroppo tarda a manifestarsi, e la mia solitudine diventa sempre più oesante e molesta, il silenzio mi avvolge, il vuoto si insedia ovunque, eppure casa mia non è tanto grande. Ma queste tre cose orribili, solitudine, silenzio e vuoto mi bucano il tetto, esplodono fino alle stelle, si estendono all'infinito, e non so più se sia la pioggia o la nebbia, se siano il fohn o i monsoni. E grido: - Scriverò tutto, tutto quello che si può scrivere. E una voce, ironica ma pur sempre una voce, mi risponde:- D'accordo, ragazzo. Tutto, ma nient'altro, intesi ?"
Approcciare uno scrittore dai suoi racconti, per empirico che sia, trovo sia un metodo consigliabile. La sfaccettatura dei temi, la narrazione breve, consente, forse molto meglio di un romanzo, di farsene un'idea appropriata, avendo potuto soppesarlo nel continuo divenire del raccontare, in questo caso, con la sensazione di esser salito bordo dei suoi corridoi neuronali, senza aver nemmeno pagato un biglietto troppo esoso.
Da leggere, assolutamente.
Pubblicato da Cletus il 10.02.07 08:38