Intervista a Giorgio Fontana
di Federico
E' con grande piacere che vi presento un autore esordiente. Si chiama Giorgio Fontana ed ha pubblicato per Mondadori "Buoni propositi per l'anno nuovo", un libro difficile da raccontare perché il suo valore è dato soprattutto dal sapore che lascia in bocca alla fine della lettura.
Giorgio collabora da poco anche alla Bottega di lettura, e dunque sono doppiamente contento di potervi proporre questa intervista.
La tua biografia, sul risvolto del libro, non è molto dettagliata. Chi è Giorgio Fontana? Cosa fa nella vita?
Fino a un paio di settimane fa ero telefonista in un call center; adesso sto facendo un lavoro di traduzione freelance. Non ho la più pallida idea di cosa succederà poi. Attendo risposte per una borsa di studio a Malta, e per un dottorato in Filosofia a Québec. Ma è ancora tutto allo stato di progetto.
Jules è un personaggio che non sembra appartenere a nessun luogo e a nessuna persona. Anche Andrea cerca disperatamente l’amore. Sembrerebbe che la loro solitudine sia irrisolvibile. E’, il loro, lo stato esistenziale dello scrittore?
Dunque, questa è la tipica domanda molto difficile cui è possibile dare una risposta breve ma oscura, o una lunga e complessa ma che puzza di stronzata. A costo di rischiare la seconda ipotesi, la metterò così. Io credo che sì, lo scrittore debba essere solo. In primo luogo perché deve isolarsi fisicamente quando scrive: questo può essere banale finché vogliamo, ma è già un dato di fatto importante. In secondo luogo, perché deve pagare uno scotto. Ogni cosa ha il suo prezzo, e lo scrittore la paga con l’estraneità. Egli è immerso nel regno della possibilità più assoluta. Può raccontare tutto quello che vuole, in qualsiasi modo, senza nessuna restrizione. Questo è eccitante e terribile al tempo stesso: ha come estremi l’infinito da una parte, e la pagina bianca dall’altra. Se non vuole farsi inghiottire da essa, e se crede veramente in ciò che fa, deve sacrificare qualcosa. Io ho sempre pensato che questo qualcosa corrisponda a una parte di sé stessi. Se poi è piccola o grande, questo dipende dalla persona.
Trovo che “Buoni propositi per l’anno nuovo” sia un libro pessimista. L’amicizia tra Jules ed Andrea nasce dalla condivisione di un male di vivere. Sei d’accordo?
Sì: l’idea era quella di prendere due persone che non c’entrassero nulla l’una con l’altra, e mostrare che possono comunque condividere una situazione esistenziale negativa. Tuttavia, non credo che Buoni propositi sia un libro disperato. Andrea e Jules in qualche modo si riconoscono, si ritrovano, benché attraverso una consapevolezza piuttosto amara. A me piace dire di aver raccontato la possibilità di un’amicizia impossibile. Resta un piccolo fondo di speranza, di luce, ma è quanto basta.
Vorrei sapere perché hai scelto il gioco del poker. E’ una scelta simbolica? La vita è come una partita di poker? Jules è indubbiamente bravo a bluffare, ma mi sembra che debba necessariamente giocarsi la partita fino in fondo, fare un “all-in”, ed alzarsi dal tavolo senza nulla in mano. In questo consiste la sua formazione?
Non ricordo di preciso come mi sia venuta in mente l’idea del poker. Credo che all’inizio fosse solo un elemento di colore, in stile “Francia anni ‘30”: ma poi la questione si è fatta più complessa. Le carte sono, come la chat per Andrea, l’elemento che paradossalmente consente a Jules di aggrapparsi in qualche modo alla realtà. La sua patente d’esistenza, per quanto labile. E poi c’è tutto il discorso del bluffare, del rilanciare, e infine del perdere: il poker è eminentemente un simbolo di sconfitta, più che di vittoria: evoca tavolini e luci fumose, situazioni ambigue, vite traballanti. Tutto questo mi attirava moltissimo e forse avrei dovuto concedergli più spazio. Dopotutto, lo stesso viaggio a Bologna di Jules è una sorta di “all-in”, come dici giustamente tu.
“A volte nasci ai dintorni della realtà”. E’ un’affermazione che vale anche per te?
In tutta onestà: non lo so e non voglio saperlo.
Più volte nel libro citi alcuni autori: John Fante, Kerouac, Kundera, Tolstoj, Montale, Tondelli. Qualcuno di questi ti è stato di ispirazione? Quali tra questi credi siano “rilevabili” nel tuo modo di scrivere?
Fra loro conosco bene Kerouac, Kundera, Montale e Tondelli; John Fante non mi piace molto, e di Tolstoj ho letto poco. Nessuno di loro è fra i miei scrittori di riferimento al momento, e non sento una loro particolare influenza nel libro (magari!). Da un paio d’anni a questa parte leggo soprattutto americani e italiani della mia leva. Forse prima o poi tutto questo verrà fuori durante la mia maturazione. Ma per Buoni propositi non saprei indicarti un nume tutelare
La musica di Billy Holiday, degli Afterhours, dei Marlene Kuntz, dei Radiohead, di Ben Harper. Credo sia molto importante conoscerla per comprendere l’atmosfera del romanzo. Perché Billy Holiday? Cosa ascoltavi quando hai scritto il romanzo?
Dici? A mio avviso in questo romanzo la musica non gioca un ruolo cruciale. Comunque, il fatto di ascoltare Lady Day allontana ancora di più Andrea dai suoi coinquilini e da gran parte dei suoi coetanei. È, per così dire, un’ulteriore spia di estraneità…
Quando ho scritto il romanzo non ricordo cosa avessi sullo stereo. Credo le solite cose: moltissimo postcore (soprattutto i Dead Poetic.), dosi variabili di death e thrash metal, Leonard Cohen, John Coltrane. Non sono pazzo, giuro: ho semplicemente dei gusti molto diversificati!
A tratti ho pensato che Jules ed Andrea fossero due facce di una stessa persona. Mi riferisco soprattutto al fatto che Jules va alla ricerca del suo passato, Andrea alla ricerca di un futuro, ma entrambi sembrano paralizzati nel presente. Cosa ne pensi? Sono due parti di Giorgio Fontana?
Penso sia un’ottima definizione: i due si muovono in direzioni temporali opposte, ma sono bloccati in un presente che sembra durare in eterno, che li inchioda. È esattamente così, non avrei saputo dire di meglio. Quanto alla tua seconda domanda, di nuovo, sono un po’ incerto. Non c’è molto di autobiografico nel libro, a parte alcuni luoghi e alcune esperienze vissute, ma mi sento abbastanza lontano sia da Andrea che da Jules.
Bologna mi sembra descritta come una città vitale, ma infantile e superficiale. Mi sembra meno “mitica” che in altri libri.
Sì, in questo libro Bologna è molto demitizzata. O meglio, la sua aurea di città allegra fa un po’ da contraltare all’amarezza della storia. Credo che i coinquilini di Andrea rappresentino bene questo fancazzismo vitale ma che in fondo non porta a nulla. Sai, su Bologna ho cambiato spesso idea. Non ci ho mai vissuto, ma quando avevo ventidue anni mi sembrava l’Eden. Adesso che ne ho quasi ventisei, sono all’esatto opposto. Ho paura non tanto di rimanerne invischiato, ma proprio di non avere più l’età per esserlo. È come se avesse perso tutta la sua magia.
Questo è anche un libro sulle dipendenze (il poker e le chat). Ogni generazione ha le sue. Tu quali dipendenze hai? (se ne hai e se è lecito saperle)
Dipendenze molto semplici: alcuni affetti, i libri, la musica, l’alcool, e una busta di tabacco Golden Virginia al mese.
Ad un certo punto parli del rituale di “annusare la copertina del libro”. Mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi rituali da lettore. Cos’hai provato la prima volta che hai visto il tuo libro in libreria?
Leggo parecchio, spesso due o tre libri alla volta, in momenti diversi della giornata. Adoro il profumo delle pagine, ho un intero museo olfattivo in testa. E sono piuttosto rompiballe sullo stato fisico dei miei libri. Quando mio padre me ne restituisce uno con la costa segnata dalle tipiche linee da “libro molto vissuto”, mi incazzo come una belva!
La prima volta che ho visto il mio libro su uno scaffale, in tutta onestà, ho provato una scossa di terrore. So che è idiota, ma mi sono sentito mostruosamente inadeguato. Poi ovviamente è subentrata la soddisfazione, ma quel senso strisciante di inadeguatezza permane.
“Quello che esiste meno di tutti sei proprio tu”: mi sembra una frase perfetta. Quando l’ho letta ho pensato che fosse perfetta per la quarta di copertina.
Già, condensa bene quanto volevo esprimere nel libro. È un’idea cruciale: pensa che il titolo originale era “I dintorni dell’esistenza”. Andrea e Jules vivono in un mondo che li relega letteralmente ai suoi limiti: suppongo che esistere sia una questione di gradi e sfumature (come in un certo platonismo), e parlo di chi esiste meno degli altri. Certo, potevo dire semplicemente che i due protagonisti erano emarginati, ma perché? Avrei anche perso alcune sfumature interessanti, come l’idea stessa di “labilità fisica” che si ha quando si chatta, e così via.
Oh, intendiamoci: con questo non voglio suggerire dei toni troppo filosofici o impegnativi. Erano solo le idee che avevo in testa quando scrivevo.
Anche gli antagonisti in questo romanzo sono invisibili. Penso alla citazione iniziale di Rilke: vivere di sole immagini. Questo libro ha un retrogusto inquietante. I personaggi sembrano fare a pugni con l’aria.
Sono d’accordo. Se ci pensi bene, tutti i personaggi del romanzo tradiscono in qualche modo le aspettative di Andrea e Jules. Tutti, nessuno escluso. Eppure in che modo i due possono reagire? Contro chi stanno combattendo di preciso? Ciò che sfiorano sembra svanire al loro tocco. Si muovono in uno spazio limbico, marginale, dove le cose vengono degradate a immagini, come appunto scrive Rilke: dove si vorrebbero afferrare i “brani di realtà che ci tastano”, ma non è concesso.
Hai dei libri da consigliarci?
Eh, ne avrei parecchi. Facciamo che mi limito al mio scrittore vivente preferito, Jonathan Safran Foer: Ogni cosa è illuminata è la prova di un genio assoluto, cristallino, immenso.
Mi sembra un romanzo, considerata la tua giovane età, poco consolatorio. La famiglia è assente. Racconti una generazione indifferente. Chi prende consapevolezza di questo vuoto, preferisce passare il capodanno da solo, chiuso in casa.
Già. Forse è solo l’ennesimo contributo alla frase di Nizan per cui i vent’anni non sono affatto l’età più bella della vita. Ma sai, in un certo senso è abbastanza facile toccare le corde della tristezza o del vuoto interiore. Invece far ridere con consapevolezza, come riescono a farti ridere Pirandello o Bulgakov… quella sì che un’impresa!
Com’è nata la storia di questo romanzo?
La prima idea mi è venuta quando vivevo in Francia, a Montpellier appunto, nella primavera del 2004. Il libro è stato elaborato più tardi, fra il gennaio e il maggio del 2005 o giù di lì: il quinto che scrivevo, ma il primo dove mi sia sentito in grado di gestire una storia. (Fra l’altro, spero di aver eliminato tutte le copie esistenti degli altri quattro…)
Sei uno dei pochi esordienti che pubblica con un grande editore. Com’è avvenuto il contatto con la casa editrice?
Ho avuto la fortuna di avere due amici che mi hanno fatto da “agente”, facendo pervenire il mio romanzo direttamente a un editor. Poi il libro è andato avanti da solo, è stato letto, valutato e così via. Io so soltanto che quando ho ricevuto la fatidica telefonata, stentavo a crederci. Stento a crederci tuttora. È una di quelle cose che ti capitano una sola volta nella vita.
Leggi i blog? Hai qualche blog da consigliarci?
Non ne leggo moltissimi, a dire il vero: mi limito a nazioneindiana.com, dissidenze.com, ottobre.splinder.com, branchie.splinder.com e i blog di Marco Mancassola e Marco Archetti. Ogni tanto carmillaonline.com. E Bottega di Lettura, ovviamente.
Stai scrivendo un secondo romanzo?
Ne ho scritti due, nel frattempo, entrambi molto diversi. Appena assorbito lo shock da pubblicazione, voglio rimettermi al lavoro il prima possibile. Devo finire una raccolta di racconti ed elaborare alcune idee per un paio di romanzi più ampi… E soprattutto, voglio affinare il mio stile. Ho ancora un sacco di cose da imparare e non vedo l’ora di farlo.
Nel libro non ci sono ringraziamenti. Come mai? Vuoi sfruttare la “Bottega di lettura” per ringraziare qualcuno?
Buona domanda. Non sapevo chi ringraziare di preciso, in verità. Avrei avuto diverse persone da citare, ma erano troppe, oppure troppo poche a seconda del metro che avrei scelto. Alla fine ho preferito lasciar perdere, certo non per ingratitudine – le persone cui sono grato lo sanno già – quanto per confusione. E poi durante la stesura di questo libro ero da solo contro me stesso, come sempre. Non ho mai avuto maestri o interlocutori privilegiati, solo buoni amici che mi incitavano a non mollare.
Hai frequentato scuole di scrittura? Hai un tuo metodo? In che momento della giornata scrivi? Come scrivi?
Mai frequentato scuole di scrittura. Scrivo sempre al computer, basandomi su appunti presi in precedenza, quando posso e a qualsiasi ora: idealmente, in tarda mattinata e nel pomeriggio. Però dipende. In Irlanda scrivevo solo di notte, nel mio stanzino a Rathmines, con un tot di Guinness nello stomaco e la pioggerella fuori…
Concludiamo con le risposte a bruciapelo, stile “Invasioni barbariche”. Melissa P. o Federico Moccia?
Melissa P.
Alessandro Baricco o Alessandro Piperno?
Uhm, questa è dura. Piperno.
Repubblica o Corriere della Sera?
Repubblica.
Destra o Sinistra?
Sinistra.
Romanzo o racconto?
Romanzo, ma l’arte del racconto è più sottile.
Hai vinto una cena con uno scrittore (anche morto). Chi scegli?
Senz’altro Kafka. In alternativa, Zadie Smith. È una bella ragazza da portar fuori a cena!
Scegli il regista che farà un film dal tuo libro.
Non ne ho la più pallida idea, sono davvero ignorante in materia…
Una persona che vorresti leggesse il tuo libro.
Zadie Smith, così poi abbiamo qualcosa di cui parlare a cena.
Cosa non ti piace del tuo romanzo?
Lo stile spesso immaturo, molti passaggi superficiali e delle “cadute” che ora non rifarei.
Cosa ti piace del tuo romanzo?
Le parti relative a Jules e l’idea di fondo. Credo sia una storia che meritava di essere raccontata.
Cane o gatto?
Cane.
Montpellier o Bologna?
Montpellier tutta la vita!
Sei felice?
Non ancora.

Giorgio Fontana - Buoni propositi per l'anno nuovo Mondadori 2007 - 15 Euro
[Il racconto di Giorgio Fontana su 'tina]
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Pubblicato da Federico il 28.02.07 18:24