Il Ballo, di Iréne Nèmirovsky
Il Ballo è un racconto atroce scritto nel 1928 da una donna – Iréne Nèmirovsky, figlia di ricchi ebrei ucraini emigrati a Parigi per sfuggire alla rivoluzione sovietica, morta a Auschwitz nel 1942 all’età di 39 anni – sul rapporto madre-figlia, con la figura del padre, pallida, rarefatta, come comprimario.
In poche pagine (83), con una scrittura rapida, scarna, dai colori forti, una scrittura quasi da pièce teatrale tanto è ripulita da ogni ridondanza o retorica narrativa, spinge in profondità il coltello in una ferita aperta: lo scontro fra le speranze, i sogni, le illusioni di una ragazzina e il potere assoluto, cieco e maligno di una madre insensibile, tormentata dalle proprie ansie e insicurezze, incapace di dare amore e forse di riceverne, ossessionata dall’invidia, dal tempo che passa e dallo sfiorire della propria avvenenza.
Siamo in una grande città, che identifichiamo con la Parigi di inizio secolo; la famiglia Kampf, che si è arricchita di colpo per merito di alcune speculazioni in borsa del capofamiglia (“un piccolo ebreo scarno, dagli occhi di fuoco”, soprannominato Feuer dai colleghi ebrei tedeschi della Borsa), vive in un grande palazzo arredato con lusso forse eccessivo, forse arrivato troppo in fretta. Antoinette è una “ragazzina di quattordici anni, lunga e magra con il volto pallido di quell’età, tanto smunto da apparire agli occhi degli adulti come una macchia rotonda e chiara”, persa nei propri piccoli, semplici sogni di adolescente, che vive segregata nel ruolo di figlia di ricchi, con l’istitutrice inglese, privata di ogni libertà e diritto. La madre la insulta, la umilia, non la sopporta (“questa marmocchia mi sta sempre tra i piedi”). Traspare, tra le righe al vetriolo, l’insofferenza verso la sua adolescenza, le debolezze e le goffaggini della sua giovane età. La madre, che strilla, si perde in vaniloqui (che in certe pagine evocano figure dai tratti dostoevskjani), vuole soffocarla, la giovinezza di Antoinette, schiacciarla nelle convenzioni di quel bel mondo in cui sta cercando di entrare, lei, moglie di un parvenu emersa da un giorno all’altro dal buio della mediocrità sociale.
Per fare il suo debutto in società, come maitresse di un salotto importante, gran signora tra le gran signore, quale migliore occasione di un ballo mondano? Si butta quindi, corpo e anima, nell’organizzazione dell’evento, invitando tutti i nomi altisonanti della città, aristocratici, ricconi vari, tutti coloro che, accettando il suo invito, possano finalmente accoglierla nella loro cerchia ristretta.
Ma dal ballo sarà esclusa con crudeltà Antoinette, forse perché troppo ingenua e impacciata, forse perché la sua giovinezza potrebbe offuscare la bellezza sfiorita della madre; così dormirà addirittura in un buio sottoscala, perché la sua camera verrà adibita a buffet. Antoinette, che sogna l’amore, di essere corteggiata da un ragazzo “come Andrea Sperelli”, sviluppa un rancore oscuro verso la madre, un desiderio di libertà che si traduce in un istinto distruttivo, di vendetta. E proprio l’organizzazione del ballo le fornirà il pretesto – e i mezzi – per consumarla.
Con grande maestria l’occhio narrativo si sposta, e la sera del grande evento è Antoinette che, uscita dal sottoscala, va a nascondersi dietro un divano nel salone addobbato di tutto punto, con un buffet sfarzoso, fiori, camerieri in livrea, e osserverà, con sentimenti contrastanti di gioia, pietà, ferocia, risucchiando noi lettori in un vortice di voyeurismo, il dispiegarsi lineare e spietato della sua vendetta: la rovina mondana della madre, e la distruzione, forse definitiva, della sua stessa famiglia-prigione.
(Nella foto: l’autrice da bambina)
Pubblicato da Mauro Baldrati il 04.02.07 18:53