Disperazione di Vladimir Nabokov
di Mauro Baldrati
Inimitabile Nabokov.
Il lettore esigente e curioso, il lettore desideroso di stupirsi, trova in questo noir degli anni ’30 il vero, autentico talentaccio del grande scrittore, le sue interfacce beffarde, raffinate, crudeli, il suo gusto della mistificazione e della finzione, qualità che in Nabokov sono particolarmente evidenti e coltivate, e costituiscono uno dei suoi identificativi.
Lui, il para-narratore, che in Lolita ci ha guidato nelle tenebre del fascino puro, brutale, maleducato della ninfetta, in Disperazione lo troviamo impegnato a tagliare le unghie luride dei piedi mai lavati di un barbone che, a suo dire, gli somiglia come un clone. Prima, lo ha accuratamente sbarbato e vestito coi suoi abiti, in una fredda giornata di marzo, in riva a un lago tedesco. Il suo scopo – il suo progetto perfetto che vuole realizzare come un’opera d’arte – è di sostituirsi a lui, ucciderlo, rubargli l’identità mentre la moglie – una donna che non ama, una donnetta da poco, tonta e superficiale, ma che lui accetta e desidera perché gli è totalmente asservita – e poi è pure bonazza – riscuote il premio di un’assicurazione sulla vita.
Questa è la trama, semplice, come semplice è spesso la trama dei grandi libri. Anche i personaggi sono pochi e ben stilizzati, tutti con sfumature grottesche, come piace a Nabokov: il fratello di lei, “un tanghero” pittore di seconda fila che ama alzare il gomito, sempre tra i piedi; Orlovius, un amico pomposo e sciocco che, pur di compiacere il suo interlocutore, gli dà sempre ragione, qualsiasi cosa dica; qualche altra comparsa, figure di passaggio, colori, immagini. Poi c’è una Berlino gelida, spettrale, che in certe istantanee evoca la New York angosciosa della Crocifissione in Rosa di Henry Miller, e una Praga fuggevole, e una collina dove Hermann, un piccolo imprenditore del cioccolato, conosce Felix, il suo presunto sosia, un vagabondo disoccupato che parla per luoghi comuni, struggimenti poetici, volgarità e sciatteria .
Ed è proprio lui, Hermann, il para-narratore, il gigante di questo romanzo. Sarcastico, sprezzante, esibisce a piene mani il proprio narcisismo: “si dovrà riconoscere che esercito un controllo mirabile non solo su me stesso ma anche sul mio stile di scrittura”; si pavoneggia, guarda con sufficienza il mondo intero, e le persone, tutte così dozzinali, e rozze; con la sua sicumera dipinge il progetto criminale come perfetto, e già realizzato. Ma noi non gli crediamo, avvertiamo la sua debolezza, e sospettiamo anche della sua integrità mentale, perché in realtà non è lui il vero narratore, è una marionetta che qualcun altro anima nel teatro di una follia che sembra gridare a vuoto nel vento. L’altro, il vero narratore, sta nell’ombra, ma il suo mimetismo non è totale. Si diverte ad aprire finestre, a fare capolino. Spesso, ma non sempre, nei romanzi i personaggi narranti non sono i veri narratori, ma agiscono per conto terzi. In Disperazione questo gioco, a tratti subdolo, a tratti esilarante, è spinto ai massimi livelli. E’ come se il doppio Hermann-Felix si specchiasse, o trovasse la sua realizzazione, nel doppio Hermann-Nabokov.
Nel finale, prevedibile nella sostanza ma non nello stile, perché Nabokov non è mai prevedibile, dubitiamo persino che il povero Felix assomigliasse davvero a lui come una goccia d’acqua. Forse, è l’ipotesi inquietante, era una sua fantasia, una proiezione nota a lui solo. Ma, grida Hermann nel suo libro – perché Disperazione è il libro di Hermann – sono gli altri che non capiscono, gli altri che sono stupidi, e triviali, e non capiscono la grandezza della vera arte – la sua.
Pubblicato da Mauro Baldrati il 13.02.07 12:34