06.02.07

Come si legge una città? 1. Montevideo (UY)

Artigas.jpgSono un famelico lettore, lo hanno detto in tanti e lo ribadisco: se non hai tempo e voglia di leggere, non ne troverai mai nemmeno per scrivere.
Da quando mia madre mi ha insegnato a leggere a quattro anni e mezzo, con il fine di tenermi lontano dal suo studio “matto e disperato” per la laurea in Teologia, non mi sono più fermato.
Questa personalissima premessa mi serviva per spiegarvi che non c’è differenza tra leggere un libro, un giornale, una rivista, un quadro di Raffaello o tutta una città.
Seguitemi: Umberto Eco, luminare e padre della semiotica moderna – la scienza che studia i segni - lo ha ribadito più volte. Sin dai tempi del “Diario Minimo” in cui l’autore del “Nome della rosa” ha letto perfino Mike Bongiorno per scrivere la celeberrima fenomenologia del presentatore italo-americano.

La lettura inchioda l’attenzione, serve a vedere meglio, oltre il velo delle distrazioni delle nostre giornate senza pretese.

Ed ecco: ho deciso di leggere con voi Montevideo.
La copertina di Montevideo é Plaza Indipendencia, al centro, bellissimo e altero, l’eroe nazionale José Gervasio Artigas, il caudillo revolucionario che tanto ha dato a questa città e che, per legge, deve essere sempre presente e bene in vista in ogni pubblico ufficio, oltre che apparire fiero in ogni moneta.

Partiamo da qui. Dall’alto. Prendiamo in prestito il punto di vista di un piccione, perfino lui beneficia dell’aria salubre di Montevideo. Appollaiato sulla spalla del Gaucho sembra un piccolo soldato impettito e pennuto.
Sotto la piazza-copertina troviamo il mausoleo Artigas, imponente monumento in cui il popolo uruguayano ha reso onore al suo eroe.

Pennac nel suo bellissimo libro “Come un romanzo” ha stilato il decalogo del lettore, tra cui spicca il diritto a saltare le pagine. Usiamo questo diritto, sfogliamo la città relegando a un altro giorno la sua storia.

Montevideo è un libro mastodontico, fatto di infiniti capitoli che si snodano come dedali di un labirinto, seguiamo un cartonero fermo al semaforo. Questa figura merita un intero capitolo. E correggiamoci subito: il cartonero montevideano non è un cartonero.

Ringraziamo il cavaliere Gianranieri Colella e sua moglie che, in una bellissima e-mail arrivata al nostro indirizzo genteditaliauruguay@gmail.com, ci hanno gentilmente corretto: a Montevideo quelli che ci ostinavamo a chiamare “cartoneros” si chiamano “hurgadores” e il loro trasporto é il “carrito”. La gente li chiama comunemente “carritos”.
I carritos lavorano per l’intera giornata, paragrafo dopo paragrafo scopriremmo che potrebbero trattare meglio i loro cavalli. Dovrebbero bere di più, senza arrivare all’eccesso opposto dei vetturini palermitani che – come tutti sanno – trattano meglio il loro cavallo che le loro mogli.

Voltiamo pagina e zona, ecco il porto di Montevideo che abbraccia la città come un uomo abbraccerebbe la sua donna dopo tre mesi di lontananza.
Qui c’è Garibaldi senza cavallo e senza Anita, solo, in piedi e in compagnia di un’àncora per ricordare che per due anni fu a capo delle forze navali uruguayane. Qui l’Eroe dei due mondi sposò Anita. Ma a José Garibaldi dedicheremo un ampia monografia, andiamo avanti.

Av.da 18 de Julio la leggiamo dall’alto, la strada si snoda lungo la città e la gente ama passeggiare lungo le sue “cuadras”.

Ecco: le “cuadras”, concretizzazione della genialità uruguayana, da cui tanto noi italiani possiamo e dobbiamo imparare.
Da noi uno semplicemente dice: “abito a Bagheria in via Perez n.26”. E incominciano i guai. Restiamo nell’esempio. A Bagheria ci sono due via Perez, una nella frazione marinara di Aspra, l’arcinoto lungomare e un’altra una piccola straduzza incastrata nel centro storico.

I montevideani danno come indicazione la via e specificano la cuadra in cui essa è inserita. Ad esempio io vi scrivo da Calle Misiones, la mia cuadra è tra Rincon e Sarandì. Non potete sbagliare.
E se facessimo la stessa cosa in Italia? Finalmente arriverebbe la posta anche a casa mia, invece di ricevere le buste tatuate di “No Aspra, vedi Bagheria”.

Ma la città è un libro bello e denso. In letteratura sarebbe “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo. Un libro-monstrum, che in latino significa “prodigio”. Un libro in cui un lettore è sopraffatto dalla densità specifica che trova in ogni pagina.

Montevideo è così: bella, sensuale, colorata, poetica. Si ascolta davvero “come un verso” e si legge estasiati, con un evidenziatore accanto a segnare tutti i passaggi più interessanti.
Ci accorgeremmo troppo tardi che abbiamo sottolineato ogni pagina di questa splendida città con l’alfabetizzazione al 98 % e la sua gente che usa le nuove tecnologie con assoluta padronanza, tanto che il Governo inaugura una meritevolissima campagna per far avere un portatile ad ogni niño.

Amo questa città, proprio come succede solo nell’amore vero, quello che merita la maiuscola, non finisco mai di scoprirne il mistero.
Una volta Andrea Monda, vaticanista del “Foglio” di Ferrara, paragonò la moglie a un telefonino. Il vaticanista partecipava ad un convegno sul “Mistero dello Scrivere” organizzato dalle straordinarie “Pietre di Scarto” guidate da Tita Ferro.
Sua moglie Elvira, seduta in prima fila, restò basita e Monda, che con le parole e le metafore è imbattibile, si spiegò meglio.
Lui non riesce mai a scoprire tutte le funzioni di un telefonino cellulare, proprio come nei tanti e bellissimi anni di matrimonio con Elvira non è riuscito ancora a scoprire del tutto l’eccezionalità della sua dolce metà.
Ecco: io con Montevideo sono ancora ai primi appuntamenti, il suo mistero è tutto da scoprire. Per fortuna... Devo ancora “leggere” l’incantevole Scuola Italiana di Montevideo, la “Casa degli Italiani” e mille cose ancora.

Come sempre: hasta luego!

Pubblicato da Tonino Pintacuda il 06.02.07 21:22