15.02.07

Come Dio comanda, di Niccolò Ammaniti

di Federico

ammaniti.jpgLe prove di forza mi mettono tristezza.
Facciamo qualche esempio.

a) due uomini fanno a braccio di ferro su di un tavolino basculante di un pub, diventano paonazzi in volto dallo sforzo, barano un po’ con il gomito e gli amici tutti intorno tifano

b) ci sono le donne che tengono lontani i bambini, li spingono dentro casa e gli dicono di guardare da dietro il vetro i loro papà che accendono i fuochi d’artificio, allontanandosi poco prima che esplodano

c) la chiesa rintocca a lutto, le persone si alzano dai banchi allineati. Sei volontari, sei uomini, non temono la morte, dimostrano il loro coraggio e si offrono di portare la bara a spalla, sono forti abbastanza per sopportare il peso di un amico cadavere

Un prova di forza cela sempre una debolezza, a volte un vizio.
Tutti parlano bene dell’ultimo libro di Ammaniti, “Come Dio comanda”. Ma questo libro è una prova di forza, e non vorrei che coloro che lo apprezzano o lo hanno apprezzato siano in realtà quelle stesse persone che mi dicevano “femminuccia” quando da piccolo mi rifiutavo di battermi contro qualcuno.


Vi prendo come esempio un estratto:

Aveva già provato a chiamarlo sei volte sul telefonino e ogni volta il maledetto utente del cazzo non era raggiungibile.
“Ma che razza di deficiente…” borbottò Danilo crollando a peso morto sul divano. “Non è possibile lavorare con certa gente. Accendi il telefono, stronzo!”

Non mi scandalizzo certo per due parolacce o quattro insulti.
Ma qui l’uso del linguaggio diventa controproducente. Dà vita ad un bullismo espressivo. Il narratore, il simpatico Niccolò, gonfia il torace, inforca un paio di ray-ban e si atteggia a Poncharello.
Bisogna ammettere che le cinquecento pagine scorrono via in fretta, che la storia si lascia guardare.
Però infastidisce questo tono di fondo, da spaccone.
Le donne sono oggetti di carnalità, personaggi da minacciare, deflorare, uccidere. I bambini invece devono crescere perché la vita non li aspetta. Gli ingredienti sono dunque quelli del cinema americano.
I personaggi di questo romanzo sono dei falliti, e per come mi vengono raccontati mi hanno richiamato alla mente una delle immagini più tristi della mia infanzia: al luna park, il sabato pomeriggio, c’era un gioco che era esclusivo degli adulti, il gioco del pugno. Bisognava colpire con quanta più forza possibile un pallone da pugile, e la macchina ne rilevava la forza d’impatto.
Uomini dalla pelle butterata si davano pacche sulle spalle, si arrotolavano le maniche della camicia, caricavano il braccio e poi colpivano. Quella macchina faceva un rumore infernale: lo schianto precedeva un tintinnio di ingranaggi. C’era chi accompagnava la sua prova con un urlo barbarico, come quello dei lanciatori di pesi.
Io inorridivo. Sentivo la verità di quella virile contesa. Quegli uomini cercavano davvero di dimostrare qualcosa, dietro a quei sorrisi digrignati di sportività.
Non riuscivo a smettere di fissarli. Ma la mia attenzione non faceva che accrescere la posta in gioco: una persona in più da dover convincere.
E’ per questo che ho letto il libro di Ammaniti in tutta fretta – un paio di giorni – e quando l’ho messo via ho tirato un sospiro di sollievo. E’ forse questa la forza che molti gli riconoscono? Che è capace di scatenarti un’insofferenza subepidermica che ti faccia sentire molto migliore di quello che in realtà sei?
Non saprei. Le prove di forza, però, mi mettono tristezza.

Niccolò Ammaniti - "Come Dio comanda", Mondadori 2006 - Euro 19

[Altri libri in Bottega] [Il sito di Niccolò Ammaniti]

Pubblicato da Federico il 15.02.07 11:40

COMMENTI

Da ammiratore di Ammaniti, che considero un narratore di grande potenza, sono incuriosito da questa tua lettura.

da mauro baldrati il 15.02.07 12:54

A me è piaciuto invece; anche se non ho mai tirato pugni al luna park. Posso capire le tue emozioni. In fondo dentro quel libro c'è tutto Ammaniti, intendo "Branchie" e "Ti prendo e ti porto via". Certo non ci troverai dolcezza, ma luoghi comuni esasperati all'infinito. E' per questo che certe volte leggiamo cose che c'infastidiscono, perchè in minima parte ci riconosciamo in tutte le descrizioni pubblicitarie che vengono fatte, in tante macchiette che presiedono questa storia.
Anche il linguaggio a volte non è pulito, ma fa parte del gioco, credo, della benedetta scrittura moderna.
Io l'ho letto, alla svelta perchè è una peculiarità propria di questo tipo di narrazione. E mi è piaciuto, ripeto, anche se non sarà mai un capolavoro della letteratura mondiale.
Comunque Federico hai ragione, si legge sia il bullismo sia pure una certa dose di tracotanza, e sono sicuro che sia perfettamente voluta almeno ripensando alla storia ed hai personaggi che la muovono, che dici?
Ciao
Matteo

da matteo il 15.02.07 17:37

Opps, scusate il refuso, ho scritto hai al posto di ai. :-) Pardon

da matteo il 15.02.07 17:39

Non mi è piaciuto affatto e, grosso modo, per lo stesso motivo. Più che prova di forza, direi forzare la realtà in una rappresentazione del subumano. Umanità trista, non semplicemente peccatrice e quindi redimibile, ma irrimediabilmente caricaturale. Negli anni Settanta c'era qualcuno che faceva libri con le scritte dei tossici sul muro dei cessi. Marginali, si diceva. Un editore di ultrasinistra che è finito in forza Italia.
Aveva il senso dello spettacolo, come Ammaniti.
A un romanzo vero si chiede uno sguardo ampio e profondo sulla condizione umana, che qui non c'è e in Ammaniti non ho trovato mai, tranne forse in Io non ho paura.

Valter Binaghi

da valter binaghi il 24.02.07 19:36

Mi trovo in pieno accordo con l'ultimo commento. Il libro di Ammaniti è "ingombrante", ma solo nelle sue dimensioni...
L'immaginario che incarna nelle sue pagine tenta di divenire rappresentazione di una certa società, di una certa provincia, e assume un linguaggio teso a questo sforzo. Sforzo che, a mio parere, si infrange appunto in una caricatura.
Si legge d'un fiato, è vero. Per certi libri, il semplice fatto che scorrano via veloci può pure essere una qualità. Ma non mi sembra il caso di quest'ultimo ammaniti.

'sera
antonio

da antonio il 24.02.07 19:59

Ammaniti ha la forza narrativa, è un narratore puro, ce ne sono pochi in Italia col suo talento. Un romanzo non può essere un trattato sociale, o perlomeno non può essergli richiesto questo requisito come primario.

da mauro baldrati il 26.02.07 12:59

Però gli si può chiedere di non essere una caricatura del sociale, cioè di non pescare nel torbido per compiacere un popolo movimentaro che ormai vive di marginalità. Anch'io credo che A. abbia talento narrativo, ma non mi basta. Sarebbe un discorso lungo, Mauro.

da valter binaghi il 26.02.07 13:08

"Un romanzo non può essere un trattato sociale"

scrive Mauro Baldrati.

E chi l'ha detto? Il romanzo dell'Ottocento è per gran parte un grande trattato sociale, da cui è possibile attingere notizie di prima mano, più reali del reale.
Usa semplicemente altri strumenti, altre immagini, una costruzione meno analitica, ma non è escluso che un romanzo possa occuparsi in modo serio di società.
Certo noir è questo che fa. Con semplicità, ma con precisione chirurgica.

Il "problema" del romanzo di Ammaniti (del romanzo, s'intende, nessuno mette in dubbio le noti di narratore di Ammaniti...) è che fa uso di certi stereotipi sociali per i suoi fini, li banalizza.
A mio modesto avviso, è un romanzo falso, finto, che usa personaggi di cartapesta spacciandoli per esseri umani in carne e ossa...

da antonio il 26.02.07 15:18

Io credo che l'opera di Ammaniti evidenzi una distinzione sulla quale sto riflettendo da un po', e cioè quella fra "narratori" e "scrittori" propriamente detti. Come ogni distinzione del genere, è piuttosto brutale e pecca di semplicismo, ma può essere un buon punto di partenza.
Cosa voglio dire? Niente più di questo: Ammaniti è un narratore straordinario - nel senso della capacità di raccontare una storia, di inchiodare il lettore alla pagina, di strutturare un romanzo. Queste sono doti per nulla banali, che non vanno considerate come mero "mestiere" (e quand'anche fosse, resta un merito averlo affinato così bene).
Dove ho sempre trovato una sua mancanza, invece, è nella questione linguistica: quello che si dovrebbe chiedere a uno "scrittore" a tutto tondo. E' vero che lo stile di Ammaniti è coerente con le storie raccontate, e nell'economia del romanzo risulta quasi sparire, isolarsi sullo sfondo. Ma resta comunque una pecca. Qualcosa che mi fa chiudere i suoi romanzi con un senso di mancanza, di insoddisfazione.
Insomma: a mio avviso Ammaniti resta un grandissimo narratore (nella fattispecie, un grandissimo narratore popolare), ma non di più.

da giorgio fontana il 07.03.07 15:51