Aglio, menta e basilico. Marsiglia, il noir e il Mediterraneo, di Jean-Claude Izzo
di Giorgio Fontana
1. In Festa mobile, Hemingway scrive che per chi ha la fortuna di vivere a Parigi da giovane, questa non lo abbandonerà mai. Io credo si possa dire lo stesso, e con coscienza forse più profonda, del sud della Francia. Perché Parigi è un’immagine senza eguali: un’immagine gigantesca. Ma le terre del sud sono il regno del corpo e del profumo. E questo concede forme di poesia più limitate, ma anche molto più intense.
Io ho vissuto a Montpellier da giovane, e credo che quella città, e quei paesaggi non smetteranno mai di abitare dentro di me. Jean-Claude Izzo è uno scrittore marsigliese. Marsiglia è una città di porto, mentre Montpellier dista una dozzina di chilometri dal mare. Ciò nonostante, nella sua prosa scabra e odorosa, ho ritrovato le stesse identiche sensazioni. Quelle che lambiscono, allo stesso modo, la visione di un grande mare nostrum — il Mediterraneo.
2. Parlare di un libretto di scritti isolati, invece di un lavoro più congegnato, può essere visto come mancanza di rispetto verso l’autore. Andare a caccia di pulci invece di confrontarsi con l’opera autentica. In questo caso, però, ho almeno una buona ragione.
Izzo è generalmente conosciuto come un noirista. Sulla limitatezza di certe etichette si è già scritto molto. Io posso solo dire che non sono mai stato un grande lettore di noir. Ma ho sempre apprezzato quei lavori in cui la letteratura cosiddetta «di genere» cerca di trascendere se stessa. L’opera di Izzo appartiene a questa frangia. Leggendo Casino totale, a un certo punto ho dimenticato totalmente la trama. Non perché fosse mal costruita, ma perché erano altri fattori ad attrarmi: la profonda comunione del protagonista con la città e i suoi abitanti, la sua pietà sobria, la sua solitudine, e in particolare il canto che viene innalzato al Mediterraneo.
Ecco, Aglio, menta e basilico è esattamente questo. Un florilegio di brevi scritti dove Izzo celebra la sua visione del mondo come scrittore e come uomo del sud, sfoggiando una cultura del tipo che adoro: nutrita di grandi letture, ma trattata con l’umiltà di chi conosce la strada. Proprio per questo ho deciso di commentare questo libretto, e non i suoi romanzi. Perché credo che sia lo sfondo, se non addirittura il pensiero minimale che evocano, ad essere il loro insegnamento più importante.
3. Il primo scritto, Mediterraneo delle felicità possibili, comincia così:
Di ritorno dal Cairo, Flaubert scrisse a un amico: “Ho acquistato la certezza che le cose previste accadono di rado”. Nelle città del Mediterraneo è spesso così. Non trovi mai davvero quello che eri venuto a cercare. Forse perché questo mare, i porti che ha generato, le isole che culla, le linee e le forme delle sue rive rendono la verità inseparabile dalla felicità. L’ebbrezza stessa della luce non fa che esaltare lo spirito di contemplazione. (p. 17)
La verità è inseparabile dalla felicità. Questo è un concetto coraggioso e importante. Sembra fare eco a una sapienza antica, di stampo greco. Una sapienza marina. L’insegnamento del Mediterraneo è che ebbrezza e contemplazione si annientano nella stessa luce. Non c’è pensiero senza corpo. La verità non è semplicemente coerenza o rispecchiamento dei fatti, ma una questione esistenziale. Di più: si confonde con essa. Se aprite una pagina qualunque delle Nozze di Camus, troverete espressa la medesima idea. E in effetti credo che fra Camus e Izzo, al di là di tutte le loro differenze possibili come scrittori e uomini, esista una profonda comunione.
Poco più avanti, Izzo definisce la felicità del Mediterraneo una felicità possibile. Le città di questo mare sono il regno della possibilità. Niente viene dato in modo automatico, come nelle immagini da cartolina. Va cercato. Bisogna inventarselo. E c’è il rischio, come è accaduto a Flaubert, di veder mutare l’oggetto del desiderio sotto i propri occhi.
Questo perché la luce del Mediterraneo acceca e rischiara, elude e svela insieme. La sola verità come felicità che sa offrire è quella degli istanti. Gli istanti di quiete dopo la ricerca, dopo che si esaurita ogni fatica sulla propria pelle, dopo che si è provata la dura legge del sud, la violenza stessa di quella vita. Fabio Montale, in Casino totale, conosce questa verità e felicità mentre si avvia a pescare, in solitudine, all’alba. E Jean-Claude Izzo la trova dopo essere rimasto per ore alla baia des Singes, ad aspettare che un cargo attraversi il tramonto sul mare, per poi scomparirvi in una frazione di secondo. «Il tempo di credere che tutto è possibile», scrive. Il tempo di comprendere che l’infinita rete di occasioni e storie che questo mare da sempre intreccia si può ridurre in un punto senza estensione. Esorbitante, splendido, immenso. Prima che la danza delle possibilità ricominci.
4. Dunque il Mediterraneo «non è altro che un appello alla riconciliazione». Di che tipo? Molteplice: fra uomo e ambiente, verità e felicità, Occidente e Oriente. Tende di continuo all’attimo di cui abbiamo appena detto, quell’alchimia che annienta i contrasti, li sfuma nella luce pura.
Agli occhi di Izzo, il luogo prediletto di questa riconciliazione è Marsiglia: città di luce per eccellenza. Città da sempre simbolo di un Mediterraneo inquieto, fatto di viaggiatori, immigrati, violenze, postriboli e assassini, ma anche di una bellezza profondissima. Marsiglia è innanzitutto il suo porto: e un porto significa un intrico di storie. È inevitabile. Date al mare la possibilità di mordere la terra, e avrete in dono una stabilità fragile, perennemente in bilico: un’aria che spinge al viaggio e un’aria che invita all’abbandono, ai sapori della terra, all’aglio e al basilico.
Narra il mito che a fondare la città fu l’amore di un marinaio focese, Gyptis, e di una ragazza della costa, Protis. Come vedete, il concetto è sempre lo stesso: l’acqua e la terraferma, l’esule e la patria. È nella fusione di questi elementi che si fonda il destino di Marsiglia. La «felicità effimera» degli esuli rispecchia la poetica degli istanti. Marsiglia offre loro un rifugio, per quanto labile. Offre loro la possibilità di una storia, di una vita.
5. Un’ultima parola, sul noir. Parlavo di Albert Camus e della sua vicinanza al pensiero di Izzo. Non a caso, il nostro considera Lo straniero «il romanzo contemporaneo fondatore del giallo mediterraneo». I puristi storceranno il naso, ma Izzo ci presenta un’immagine del noir come chiave metafisica di interpretazione dell’esperienza.
Il noir mediterraneo è il prolungamento della tragedia greca. In entrambi si avverte lo stesso fatalismo, la stessa indagine della socialità contemporanea, la stessa commistione di estasi e indifferenza. E questo si accorda perfettamente all’idea di certi meta-thriller americani (Pynchon, DeLillo): il semplice mezzo viene sfruttato per esprimere un’idea più profonda. Se n’è parlato molto, di recente, ma Izzo l’aveva già intuito a suo tempo, applicandolo al doppio dramma del Mediterraneo. Affondati entrambi nella luce, amore e delitto sono due facce della stessa medaglia. Da un lato, Protis e Gyptis si scambiano il bacio che dà vita a Marsiglia: dall’altro, Caino uccide Abele regalandoci «il primo dei romanzi noir».
Pubblicato da Giorgio Fontana il 12.02.07 18:04