Maggio splendeva, di Marco Archetti
di Giorgio Fontana

0. Prima di tutto, la trama.
Roma 1936. Leo Piccioni ha diciannove anni. Una famiglia borghese, con due genitori più che borghesi e una zia molto speciale: Ester. Libertina, amante di Freud, cinefila e intrisa d’odio per Mussolini. Durante una gita in campagna, Leo scopre di avere un potere. Sì, come nei fumetti: che proprio allora, dall’altra parte dell’oceano, cominciavano a prendere piede. Scopre che è in grado di far scomparire le cose. E quando lo rivela a zia Ester, lei capisce di aver in mano l’occasione delle loro vite. Nonostante l’opposizione della famiglia, lo trasforma in un mago. In un fenomeno di successo, che attraversa il mondo degli avanspettacoli come un fiume in piena. Finché non ha un’intuizione: forse il potere di Leo può servire a qualcosa di più grande. Ad esempio, far scomparire il duce...
1. In secondo luogo, lo stile.
Un romanzo può iniziare in molti modi. Belli, brutti, avvincenti. Di solito io non ci faccio molto caso – sicuramente non è affatto un metro di giudizio. Maggio splendeva, però, comincia così:
Maggio splendeva e le donne brillavano. La gente passeggiava e dal cuore degli uccelli sgorgavano canzonette. C’era una nota radiosa nell’aria, nella trasparenza e nello spessore, nella rarefazione e nella consistenza. I bar all’aperto erano gremiti di sfaccendati.
Ed è significativo, perché già in queste prime righe la cifra stilistica del libro è delineata. Maggio splendeva è un romanzo intriso di luce. Quasi si fosse trasmessa dal titolo al libro. Non c’è una sola pagina che non abbia questa leggerezza, questo senso di levità calibrata. Le frasi sono rotonde e colorate come fette di mela, mai banali, mai buttate lì per caso.
C’è un’immagine che mi perseguita e con la quali vorrei spiegarle. È un’immagine infantile, un po’ strana, ma è l’unica che renda giustizia a cosa penso. Oso: le frasi di questo romanzo sembrano scritte in corsivo. Sì, esatto: la grafia della libertà. Della mano sbarazzina e senza imposizioni, che più che tracciar linee le fa danzare. Leggendo, ho provato la sensazione che le parole di un libro non potessero rimanere inchiodate nei caratteri da stampa. Forse solo Benni, Rodari o Piumini mi hanno dato qualcosa di simile.
2. In terzo luogo, due note a margine.
Prima nota: credo che questo sia un libro importante e coraggioso. Per la prima volta nella nuova generazione di scrittori appare un romanzo storico-fantastico di livello. Un romanzo sul talento. Sull’estraneità e l’emarginazione che può dare un dono: quel rasoio che separa, mai nettamente, l’emozione dalla paura, la bellezza dal fenomeno da baraccone. Ancora più in generale, Maggio splendeva è una storia. Questo può sembrare banale fino al ridicolo, ma non è così. A volte i giovani narratori italiani, anche quelli più dotati, hanno una sorta di reticenza nel confrontarsi con delle storie vere e proprie, spesso preferendo il frammentismo, o le certezze del minimal. Archetti invece qui racconta senza timore «la storia di un ragazzo e di suo padre»: «la storia», come recitano le righe finali «che ci siamo portati dietro fin qui, e che è stata viva e vera, infame e normale, ovvia e indimenticabile. E che non servirà a nessuno, ma che è accaduta.»
Seconda nota: la bravura nel ricostruire un’epoca – quella del ventennio – tramite i particolari più residui e laterali, quelli destinati all’oblio (come diceva Kundera di Thomas Mann). La storia non resuscita nel duce o negli annunci di presa dell’Etiopia. No, si rivela nei temi di Leo, nell’andatura di Ester, nel latino del padre, nel sottobosco dell’avanspettacolo: nei cinema e nelle biciclette, nel colore delle cose, nei bellissimi nomi dei personaggi. Niente viene detto, eppure tutto è mostrato. Lascia un profumo inconfondibile.
3. E infine, una conclusione veloce.
Le categorie che tentano di stringere un libro in un pugno sono numerose e a volte molto complesse. Qui vorrei recuperare la categoria più essenziale, che però troppo spesso viene dimenticata o banalizzata: la bellezza. Maggio splendeva è un bel romanzo. Vi invito a pronunciare queste due parole, scandirvele bene in bocca, quel labiale che le fa decollare – bel romanzo. Perché è questo, e solo questo ciò che ho pensato mentre lo leggevo, mentre lo riponevo sul comodino e lasciavo che le sue frasi si sciogliessero nella mia testa.
Archetti è uno scrittore unico, perché è generoso. Quando lo leggi hai la sensazione che non nasconda nulla, che non bari. Il suo eccesso stilistico è la matrice della sua sincerità. Le cose stanno così, e hanno quei colori, quella musica, quel sapore che si apre in bocca. Sta poi al lettore accettarle o meno.
Ma sono proprio così.
Pubblicato da Federico il 18.01.07 11:22