08.01.07

Maestri dell'altro mondo, 1 / Kenko, Ore d'ozio

di Giorgio Morale

Scrivere seguendo il pennello

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Mi piace naufragare nelle grandi narrazioni, ma, ahimè!, oggi non è tempo di grandi narrazioni.

Prediligo una scrittura breve – scarna, parca, capace di andare dritta al bersaglio –, mossa da un impulso narrativo e accesa da un’illuminazione del pensiero. Soprattutto che faccia sentire l’humus da cui nasce, la vicinanza all’origine: la condizione umana.

Così è la scrittura di Kenko Yoshida. Il suo libro si chiama Ore d’ozio e appartiene a un genere letterario, diffuso nella letteratura giapponese, che vanta due capolavori assoluti: Ore d’ozio e Note del guanciale di Sei Shonagon. Il nome del genere, zuihitsu, nella traduzione italiana, suona “segui il pennello”: una scrittura, quindi, che va dove la porta la penna.

Si tratta di un genere che supera e comprende tutti i generi: appunti e scritti su fogli volanti, che sono un distillato d’anima, frutto del tempo libero, le ore d’ozio in cui si lascia libera la mente. Contenuto sono massime, riflessioni, ricordi, episodi e aneddoti, descrizioni. Una scrittura poco diffusa nel nostro Occidente, animato, più che mai oggi, da criteri quantitativi anche in letteratura: da noi si va alla ricerca della narratività e si misura la quantità di storia presente in un testo.

Per la riuscita di un tale genere, dalla struttura così esile, sono necessarie immediatezza e sincerità, termini oggi ritenuti ambigui, così come le qualità cui rimandano, e tanto più in letteratura. O forse sono soltanto merce rara. La mia impressione è che le Ore d’ozio di Kenko soddisfino tutto quanto possiamo aspettarci in tema di immediatezza e sincerità: comunicano una grande libertà – libertà di spirito e di scrittura.

Il progetto dell’Autore è dichiarato nella prima pagina.

“Nelle mie ore d’ozio, seduto davanti al calamaio, vado annotando giorno dopo giorno, senza alcun motivo particolare, ogni pensiero che mi passa per la mente, per quanto futile sia: è una cosa, questa, che mi procura una sensazione davvero strana, simile a una lieve ebbrezza”.

Sarà per il senso buddista dell’impermanenza e della transitorietà di tutte le cose, sarà perché la sua lunga esperienza di vita attiva gliene ha dato ampiamente un saggio, sta di fatto che Kenko sa dare voce alla precarietà della condizione umana. Precarietà a cui siamo particolarmente sensibili oggi, in questo inizio di XXI secolo che mette a dura prova certezze materiali e spirituali.

“E’ un mondo, il nostro, giunto all’estremo del declino”, dice Kenko. “Tutto è imprevedibile. L’unica verità, certa e infallibile, è che tutto è incertezza”.

“Della durata di un giorno, buona parte va perduta per mangiare, evacuare, dormire, parlare, camminare: tutte cose di cui non si può fare a meno”. Proprio per questo, però, arriva il capovolgimento. “Il resto del tempo, breve o lungo che sia, è da stolti sciuparlo nel far cose inutili, nel dir cose insensate, nell’ideare progetti irragionevoli, e così trascorrere i giorni, passare i mesi, vivere tutta la vita”.

Anzi, “Se fosse possibile vivere in eterno, senza che la rugiada della piana di Adashi svanisse e i fiumi sopra il monte Torbe si dileguassero, potrebbe mai esistere la melanconia delle cose? Noi apprezziamo l’esistenza proprio perché è precaria”.

C’è qualche eco leopardiana in questa dialettica inesauribile tra consapevolezza e volontà, che ci spinge ad amare la vita proprio per la sua fragilità e fin dentro la sua illusorietà.

“Nulla turba il cuore dell’uomo, in questo mondo, come l’appetito dei sensi” afferma l’Autore. “Quanto sciocco è il cuore umano! Cose come i profumi sono fugaci, eppure, sebbene si sappia ch’essi sono un incenso sparso sugli abiti che subito dilegua, un’essenza squisita può accelerare i battiti del cuore”. Eppure, “Anche se eccelle in mille cose, colui che non è incline all’amore è un essere imperfetto, simile a una tazza preziosa cui manchi il fondo. Errare senza meta, con le vesti intrise di rugiada o di brina, coi pensieri in tumultuosa incertezza e il cuore senza pace per le rampogne paterne o per il biasimo della gente, e in questo stato coricarsi, spesso senza riuscire a prender sonno per notti e notti: ebbene, proprio questo ha un suo fascino”.

E ci comunica come pochi le piccole gioie consentite a noi umani, con sincerità dichiarata: “Se non dico quel che mi passa per la mente mi si gonfia il ventre”. Ecco allora Kenko snocciolare una serie di plazer, come si usava ai tempi dei provenzali e poi di Dante e Guido.

“Una casa confortevole e agiata, anche quando il soggiorno in essa sia transitorio, è indizio di buon gusto…

Non c’è cosa più consolante che sedere sotto una lampada con un libro aperto e far conoscenza con coloro che son vissuti nei tempi passati…

Mettersi di quando in quando in viaggio, qualunque sia la meta, è come destarsi da un sogno. Giunti a destinazione, si vaga nei dintorni, per località campestri, per villaggi montani, e l’occhio non fa che scoprire cose nuove…

Il saggio Kume perse il suo potere soprannaturale per aver visto il candore delle gambe di una donna che lavava i panni. E si comprende benissimo, perché una pelle liscia e mani e gambe elegantemente tornite non sono attributi fittizi…

Ai mille affanni della vita noi troviamo sollievo nel contemplar la luna. Un tale disse una volta: ‘Non c’è cosa più bella dell’astro notturno’, al che un altro ribatté: ‘No, la rugiada commuove maggiormente’. Che diatriba divertente! Ma io penso che, quando il momento è propizio, tutto può commuoverci.
Quanto alla luna e ai fiori, è fuor di dubbio. Ma è il vento, soprattutto, che sembra turbare più profondamente il cuore dell’uomo, mentre lo spettacolo dell’acqua che s’infrange contro le rocce e scorre poi più limpida è sempre magnifico…

Ogni cambiamento che si verifica con le stagioni suscita interesse… lo spettacolo invernale della natura che si spoglia non è certo inferiore in bellezza a quello autunnale…

La luna in autunno è incomparabilmente bella, e mi fanno una pena infinita coloro che la ritengono tale in tutte le stagioni e non sanno, per questo, cogliere le differenze.

E’ goffo disporre le cose in modo perfettamente ordinato e uniforme: solo la disparità è bella.

In tutte le cose, l’uniformità è brutta; il lasciarle incompiute le rende molto più interessanti, e sembra quasi che esse posseggano un maggior respiro”.

Per dare un’idea dei brevi aneddoti e racconti che Kenko inserisce nel libro, ne porto un esempio.

“Una mattina, dopo una splendida nevicata, io scrissi a un tale, cui avevo qualcosa da comunicare, e nella lettera tralasciai qualunque accenno alla neve. La risposta che ne ebbi fu questa: ‘Posso forse prestare ascolto alle parole di un essere a tal punto insensibile da non dirmi nulla sull’impressione che produce in lui la neve? Mi dispiace veramente per la vostra anima!’. Ben detto! Ora quest’uomo è morto, ma io non potrò mai dimenticarlo, anche per il piccolo episodio che ho narrato”.

La sapienza e la leggerezza di Kenko sono una medicina per l’anima. Kenko è un uomo raffinato, ha cultura ed esperienza e la sua scrittura ne ricava spessore e grazia. Non raggiunge certe fulminanti acutezze e altezze liriche di Sei Shonagon (977-dopo il 1010), le cui Note del guanciale gli hanno fornito un modello, ma ha più riflessività e più malinconia. E’ un funzionario imperiale vissuto tra il 1283 e il 1350 circa, fattosi monaco in seguito a un dolore familiare, quindi è un contemporaneo di Dante Alighieri. E’ lo scrittore più importante dell’epoca Nakamura e tra i più importanti scrittori giapponesi in assoluto, di quelli che sintetizzano – e modellano – l’anima di un popolo.

La sua voce ci arriva dal Medioevo, eppure lo sento fratello, a me contemporaneo più di tanti contemporanei.

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Pubblicato da Giorgio Morale il 08.01.07 15:26

COMMENTI

La difficoltà è rimanere fermi nell'ambito. La scrittura-pittura, flusso vitale. Per noi occidentali, "dimenticare" è difficile. Ricorriamo nella analogia, comunichiamo metafore. Perdiamo l'essenza.

da michele il 09.01.07 11:17

E' vero, Michele. Lo strano è come anche nella traduzione si riesca a cogliere la forza della visione. Sarà per quello che diceva Pound, quando distingueva tra melopea (impossibile da tradurre, lui diceva) e fanopea ("quando è efficace, è quasi impossibile che il traduttore la distrugga": parole sue).

da Giorgio Morale il 09.01.07 15:50




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