Intervista a Davide Martini
di Federico

Davide Martini è un esploratore.
Ha deciso di percorrere, con passi leggeri, un sentiero accidentato dai luoghi comuni e dai pregiudizi.
Ha cercato, con uno stile volubile, di raccontare la vita di un adolescente omosessuale.
Ha osato (perché di una sfida si tratta) proporci una storia ordinaria, nella quale la normalità cela risvolti tragici e tragicomici.
Si è confrontato, primo italiano di una collana anglofila per definizione (“High school”), con l’America, e ha scelto – credo consapevolmente – di discostarsene nei modi (optando per una più raffinata complessità lessicale) e negli intenti (negandosi tentazioni pseudopedagogiche).
“Quarantanove gol spettacolari” è un romanzo che – in Italia – mancava.
E questo ha reso un po’ più necessaria anche questa intervista.
Il tuo romanzo inizia con una citazione di Radiguet. Perché?
Mi sembrava che quella frase (“nel vuoto si impara”, parafrasandola ndb) rendesse bene la sensazione che ho avuto io nell’adolescenza, di un grande vuoto, specialmente di eventi esterni a cui si contrappone un grande lavorio di autosservazione, di autoanalisi, di scoperta dei cambiamenti. E quindi, in questo senso, mi sembrava che sintetizzasse benissimo quello che era un sentimento. Del “Diavolo in corpo” ho ricordi abbastanza vaghi, l’ho letto un sacco di tempo fa. Ho l’abitudine di segnarmi delle frasi che mi colpiscono a prescindere dal resto dell’opera. In qualche modo i temi del diavolo in corpo - relazione contrastata, adulterio - involontariamente sono presenti anche nel romanzo. E’ come se avessi creato un parallelo, arrivando poi a concludere che l’amore, alla fine, è qualcosa di universale. Ha certe dinamiche costanti.
Trovo che l’esordio del romanzo sia “virile”. La lingua mi sembra provocatoriamente dura. E’ un inizio voluto per decostruire lo stereotipo del gay effemminato?
Sicuramente non è stata una scelta cosciente. Il fatto è che quando io ho iniziato a scrivere il romanzo non avevo ben precisa in testa l’idea di quale sarebbe stata l’evoluzione del personaggio e sicuramente mi sono ispirato a com’ero a quell’età, in cui non si conosce il proprio orientamento, non lo si comprende bene. Però devo dire, adesso ci rifletto, l’evoluzione della lingua segue un po’ l’evoluzione del personaggio, per cui poi, nelle fasi finali la lingua è più morbida. Il sesso, che è un po’ un pallino dell’adolescenza tende lentamente a scivolare, a decrescere, mentre i sentimenti, la necessità di relazionarsi con l’altro diventano più pressanti.
La gioventù che viene descritta nel romanzo ha una scarsa capacità di scandalizzarsi. Lorenzo (il protagonista) rappresenta forse un’eccezione, in questo senso . La droga, la promiscuità, persino l’essere gay non scandalizzano più di tanto le nuove generazioni?
Sicuramente non si scandalizzano. Credo che sia peculiare di questa generazione. Ma non credo che sia una questione di maggiore o minore apertura. Secondo me, rileggendo il romanzo, emerge molto – cosa che nessuno ha messo in evidenza – che in questi ragazzi c’è un grande egoismo o egotismo. Ognuno ha la propria parabola esistenziale in cui l’altro non entra mai veramente. Anche Giulia, che è la migliore amica di Lorenzo, o Gianni, dicono “vabbè sei gay”, però in fondo pensano “saranno cazzi tuoi”, questo è il senso. E poi un’altra cosa che è molto forte: ho avuto la fortuna di raccontare l’élite. Nell’adolescenza chi vive nell’élite non prende in considerazione chi è fuori dall’élite. Non parlo di élite economica. Mi riferisco a quelle dinamiche perverse per cui o si sta nel gruppo giusto oppure no. Chi non è nel gruppo giusto non viene nemmeno contemplato.
Sembra scoppiare, nel romanzo, una “guerra intestina” tra chi vuole essere come gli altri e chi, invece, non vuole identificarsi. In questo limbo nasce l’amore tra Riccardo e Lorenzo, che urlano al vento “Noi non saremo mai così!”. E’ questo che rende il loro amore speciale? Il loro essere al di fuori delle identificazioni?
Io credo soltanto che Lorenzo e Riccardo sono paradossalmente più fortunati di altri perché c’è questo elemento del proprio orientamento sessuale che non è emulabile. Quindi loro si trovano un dato oggettivo da dover rendere il più possibile vivibile e questo passa attraverso l’affermazione del sé. In questo sono speciali, come sono speciali poi tutte le persone che in qualche modo si trovano a dover gestire differenze e non possono accedere al mondo dell’omologazione. Quindi questo li costringe in qualche modo a trovare una strada alternativa, che poi può essere l’omologazione della differenza, però può essere già un punto di partenza per una crescita diversa.
Gli adulti sono degli esempi sbagliati, ma necessari per emanciparsi. Hanno tradizionalmente questa funzione?
Secondo me essere adolescenti oggi significa, fondamentalmente, cavarsela da soli. Non ci sono riferimenti culturali o sociali validi. C’è una grande ipocrisia. Gli adulti sono detentori del tema centrale del romanzo, ovvero del conflitto tra ciò che è la vita naturale e come la vita invece viene rappresentata. Quindi quello che mi premeva era descrivere la sensazione che io ho vissuto durante la mia adolescenza e che molti adolescenti hanno, cioè quella che nessuno ti può aiutare, te la devi cavare da solo. E se sei fortunato – e in questo Riccardo e Lorenzo hanno un po’ di fortuna – puoi trovare sostegno nei tuoi coetanei. Io trovo che gli adulti nel romanzo siano molto maldestri, gli unici che riescono a trovare una strada (il padre e la Faggi, e anche Roberto in qualche modo) sono quelli che si affidano all’affettività, che non guardano agli adolescenti come se fossero categorie sociologiche, o modelli, ma che cercano di rapportarsi umanamente, in una maniera più viscerale invece di razionalizzare tutto quanto.
I genitori non hanno nome di battesimo, in questo romanzo. Volevo sapere se si è trattata di una scelta voluta o meno.
La mia idea era quella di minimizzare quanto più era possibile l’influenza dei genitori nello sviluppo del racconto, un po’ perché è oggettivamente così, nel senso che i genitori il più delle volte hanno un ruolo marginale negli eventi – tutto si svolge all’oscuro dei genitori – però d’altra parte, considerato il tema, insomma, il tema dello svelamento ai genitori resta un punto centrale e quindi non mi era possibile escluderli. Però sicuramente il mio intento era di far sentire questa grande distanza. Alcuni mi dicono che i “miei” genitori sono “stereotipati”, a volte macchiettistici, ma io quando sento parlare la gente dei propri genitori li sento descritti in questo modo. Inoltre non è un narratore esterno che racconta, ma è lo stesso protagonista e secondo me non c’è nessuna volontà, anche a distanza di anni, di comprendere quello che sono i propri genitori.
So che aspiri a diventare uno psichiatra. Questa tua passione emerge nel tuo modo di raccontare le cose. Penso ad esempio alla prima esperienza sessuale di Lorenzo con una donna, descritta come una vera e propria crisi di depersonalizzazione. Vorrei sapere: quanto conta la psichiatria nel tuo modo di raccontare e di scrivere. Come condiziona il tuo modo di pensare i personaggi e di dargli una storia?
Secondo me la psichiatria può essere uno strumento per raccontare delle cose. Per quanto mi riguarda, almeno coscientemente, non sfrutto mai i mezzi della psichiatria, anche perché credo che la differenza fra la letteratura e la psichiatria sia sostanziale. La psichiatria prende delle categorie e tutte le cose che le uniscono, la letteratura fa l’inverso: cerca nell’individualità di ciascuno quell’elemento che caratterizza quella persona e che rende la sua parabola degna di essere raccontata.
Non trapela, però, una grande fiducia per la categoria degli psichiatri.
Io sono sempre stato dell’opinione che il discorso sia sempre più qualitativo che quantitativo. Non è che io credo che la psichiatria sia un mezzo sbagliato o che dei genitori debbano essere necessariamente distanti o che i rapporti tra due uomini siano necessariamente destinati a finire o siano sbagliati o promiscui. Credo che sia la qualità, il contenuto emotivo, il contenuto etico che c’è nelle cose che fa la differenza. La psichiatria è solo un mezzo per raggiungere l’obiettivo, però è quello che c’è dentro – che è una cosa sfuggente e per questo difficilmente catalogabile – che conta.
Sembra impossibile essere un bravo genitore con un figlio adolescente. Qualsiasi genitore, nel tuo libro, fallisce.
Sicuramente c’è anche un discorso di fondo, cioè che l’adolescenza passa per la distruzione delle figure genitoriali. Per l’affermazione di se stesso bisogna staccarsi e questo è conflittuale. Mi lasciano molto perplessi quegli adolescenti che osannano i loro genitori e che trovano che i loro genitori siano le persone più perfette del mondo e trovo che il distacco sia proprio fisiologico dell’essere umano. Io credo che la cosa che manca non è il modello ma la qualità del contenuto del sentimento che lega genitori e figli. Senza generalizzare: parlo dei genitori presenti nel romanzo.
“Nei libri tutto è perfetto”, scrivi nel libro. Pensando al finale, ti chiedo: questa frase è un paradosso oppure anche in questo libro è così: tutto perfetto?
Sicuramente si tratta di una provocazione, di un gioco metaletterario, però anche il libro risponde a queste “regole”, perché la narrazione risponde a queste regole.
Non credi che il tuo romanzo sia, in definitiva, una favola?
No. Non credo, perché penso che i presupposti della favola siano sempre quelli della distinzione tra ciò che è giusto e sbagliato, del fatto che tutto abbia un senso, ed invece credo che in questo libro non sia così, che ci siano cose senza senso. Per esempio, il comportamento di Riccardo alla fine rimane senza senso. Tante cose nella vita rimangono senza senso. Non tutti i buoni sono buoni, non tutti i cattivi sono cattivi. Anche il personaggio principale, in definitiva, è un bel rompicoglioni (scoppia a ridere, ndb), un piagnone. Credo che la narrazione è diversa dalla realtà ma è giusto che sia così. Credo che il grande problema, oggi come oggi, sia proprio questo: cioè che narrazione e realtà si confondono come se fossero una cosa sola. La narrazione utilizza un meccanismo selettivo rispetto agli eventi, non ci aspettiamo che in un romanzo ci raccontino la mattinata passata al lavoro o tutti i fax scritti dal personaggio, a meno che non abbia scritto a qualcuno che abbia veramente significato all’interno della narrazione.
Il personaggio di Riccardo ha degli elementi tipici del personaggio favolistico. Ha la capacità di prevedere tutto. Questa è una dote tipica dei supereroi. E’ anche un personaggio che è stato punito per qualcosa e che si redime. Questo lo rende ancora più virtuoso rispetto a chi non ha sbagliato affatto. Non ti sembra un perfetto “principe azzurro”?
Sì, sicuramente. Devo dire che anche questa è una scelta legata allo sguardo di chi lo stava scrivendo e cioè al racconto di un adolescente. Se non si idealizza nell’adolescenza, in una situazione di grande difficoltà! Secondo me però nel finale la sua debolezza la mostra tutta. Mantiene per tutto il libro questa sua immagine di cavaliere senza macchia e senza paura ma poi alla fine Lorenzo capisce che anche Riccardo è umano, che ha debolezze e dolori, e lo accetta per quello che è.
E’ naturale confrontare il tuo libro con i corrispettivi americani già usciti per Playground. Mi è sembrato significativa la tua scelta di raccontare la celebrazione di Halloween – tipica festa USA – qui in Italia. Si tratta di una provocazione?
Diciamo che proprio provocazione no. Razionalmente non ci ho pensato. Ho raccontato quello che vedo. E’ pur vero che Halloween è un pretesto.
Secondo te, i lettori che hanno letto i libri di Sanchez (il più venduto tra gli autori americani della collana “High school”), cosa penseranno quando leggeranno la tua festa di Halloween? Anche il romanzo italiano è “contaminato”?
Secondo me i nostri sono libri molto diversi, sia nelle intenzioni che nei risultati. Come è giusto che sia. Si tratta di una contaminazione molto formale. Alex Sanchez non avrebbe mai potuto descrivere la festa di Halloween con sesso e droga, in una villa di campagna, con tanto di scopata etero. Sarebbe stato impensabile. E’ in questo che si determina la frattura. Il fenomeno probabilmente è lo stesso. Dove lì c’è l’insegnamento del professore di basket, qui non c’è nessun adulto, ma un gruppo di adolescenti che si fumano il fattibile. Quindi è proprio questo: in realtà il romanzo è intrinsecamente critico rispetto ad Alex Sanchez. Perché lì c’è il racconto di una realtà, in cui tutto insegna qualcosa, ciò che è giusto è giusto e ciò che sbagliato viene punito, mentre nel mio romanzo è proprio quello che si cerca di evitare: si cerca di vedere la realtà per quella che realmente è, senza avere necessariamente bisogno di insegnare qualcosa a qualcuno. Per questo il mio editore mi butterà di sotto! (indica la finestra e ride, ndb)
Nel libro ad un certo punto critichi alcune delle più acclamate produzioni a tematica omosessuale (“Le fate ignoranti”, “Will and Grace”). Lorenzo le trova insufficienti a spiegare quello che succede nella vita reale. Si trattava forse di un modo per esplicitare l’intento del tuo libro?
Non ho la presunzione di insegnare qualcosa a qualcuno, o di pensare di aver detto tutto quello che c’era da dire sull’adolescenza e la sessualità. Nel romanzo, da un lato c’è che Lorenzo è nella classica fase di “panico post-scoperta”, in cui tutto è insufficiente. Quello che lui chiede non esiste, ovvero un manuale specifico per la sua esistenza. D’altra parte è vero che i media sono pieni di paradossi. Come dice Lorenzo, ma perché Grace bacia i suoi fidanzati continuamente, mentre Will non lo fa mai? Non si possono far vedere due uomini che si baciano in una sit-com per famiglie. Volevo cogliere questo limite.
Ad un certo punto del libro ci descrivi la libreria di Riccardo (un lettore debole, come la maggior parte degli adolescenti). Ci sono dei titoli che hanno venduto molto, specialmente tra gli adolescenti (“3msc”, “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, “Due di due”). Cosa pensi di questi libri? Pensi che il tuo libro possa avere lo stesso successo? Che abbia un potenziale simile?
Allora… Il discorso generale su questi libri voleva mostrare una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ovvero che gli adolescenti non sono dei divoratori di libri, quindi era giusto che Riccardo fosse così, mentre Lorenzo al contrario cerca – invano – di leggere Proust. (ride, ndb).
“Due di due” l’ho letto con piacere. Si tratta di un tipo di letteratura gradevole. Lui è un po’ ottocentesco, ma insomma… “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” l’ho letto quando ero io adolescente e mi è molto piaciuto stilisticamente. Contenutisticamente l’ho trovato un po’ carente, ma la grande cosa di quel libro era proprio lo stile. “3 msc” sinceramente non l’ho letto. Ho letto solo l’incipit e… Bah! (scoppia a ridere, ndb) Ci asteniamo!
Mi dispiace di non averci messo Melissa. Ho letto “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” in una notte. Trovo che lei sia molto coraggiosa e che il suo sia un libro chiaramente imperfetto. Però secondo me lei è una che prima o poi un grande libro lo scrive.
Il personaggio di Don Aldo rappresenta una Chiesa forzosamente compassionevole, e quindi nella sostanza omofobica e repressiva. Non credi che sia rischioso procedere, anche da un punto di vista contenutistico, per contrapposizioni? Mi spiego meglio: avevi l’opportunità di creare un personaggio vincente che rappresentasse la Chiesa. Si sarebbe trattato di un modo costruttivo per criticare un atteggiamento prevalente nel mondo cattolico…
Per quanto mi riguarda, la Chiesa non rappresenta proprio un interlocutore. Strano a dirsi, ma non è un problema che mi pongo tanto.
Tu credi che arrivare ad uno “scontro al vertice” possa servire?
Io ho raccontato quello che vedo. Di modelli edificanti, in generale, non ne vedo molti.
Secondo me nella Chiesa non è costruttivo niente, perché la vedo cristallizzata nei suoi convincimenti e nella sua struttura. Penso, ad esempio, a quell’omosessuale che si è dato fuoco davanti a piazza San Pietro ma anche agli omosessuali credenti che cercano di avere un dialogo e confrontarsi, ma non si sembra che né l’uno atteggiamento né l’altro abbiano ricevuto risposte concrete.
Credo che non ci sia niente di costruttivo. Poi ribadisco, per me la Chiesa non rappresenta un interlocutore. Non ho voglia di chiedere niente, di ricevere niente, anche perché non credo che siano loro che debbano darmi qualcosa.
Alle maschere classiche (rappresentate dal Pirandello, che viene proposto a scuola e quindi dagli adulti), contrapponi quelle indossate dalle nuove generazioni, come ad esempio la maschera di “Scream”. Perché?
Il tema della maschera torna un paio di volte. In un libro che parla dell’omosessualità era inevitabile, prevedibile. Sicuramente, “Scream” e la cinematografia americana, i teen-horror degli anni ottanta, sono stati un modello molto forte nella stesura del libro, perché esprimono molto bene gli incubi dell’adolescenza. C’è questa necessità di cercare il mostro fuori per poi scoprire che il mostro è parte di te, o comunque del tuo gruppo. In “Scream” il mostro è sempre qualcuno che ti sta intorno.
Nel libro ci sono diverse citazioni. Volevo sapere se rappresentano un modo per esprimere la tua gratitudine verso gli autori che ti hanno influenzato. Mi riferisco a Tozzi, Proust e Moravia. Secondo te sono presenti nel romanzo e in quale forma?
Federigo Tozzi è sicuramente presente ed è per me uno degli autori italiani più sottovalutati. Leggersi “Con gli occhi chiusi” oggi è quasi come leggere – e lo tratto male, eh! – un “cannibale”. E poi ha questa capacità di non avere remore a mostrare dei suoi personaggi gli aspetti più turpi, cinici. Ha una capacità di guardare, di stare con gli occhi aperti sulle persone.
Moravia… credo che con “Gli indifferenti” sia riuscito a cogliere gli elementi universali e secondo me non a caso i protagonisti de “Gli indifferenti” sono due universitari. L’indifferenza è tipica dell’adolescenza e un po’ dell’essere umano in generale.
Proust… Proust! (ride imbarazzato, ndb) Non so se è presente. Lo dico sempre: per me Proust è il modello consapevolmente inarrivabile, perché è sicuramente il più grande scrittore mai esistito. Un elemento che c’è in Proust è la sua capacità di scandagliare la realtà, di sfogliarla come fosse una cipolla. Tolgo strato, tolgo strato, tolgo strato e finalmente arrivo alle cose. In parte è un processo che fa Lorenzo. Diciamo… Non ai livelli di Proust (ride di gusto, ndb), per sua fortuna.
Ad un certo punto del libro viene citato Aldo Busi. Cosa pensi di lui?
Questa è un’altra ragione per cui finirò di sotto (indica la finestra aperta, ndb)… Io non ho mai amato la letteratura di Busi. Mi è piaciucchiato – e lo so che per alcuni è un capolavoro – “Seminario sulla gioventù”. A dire il vero non ho letto molto altro: oltre a questo, “Un cuore di troppo”, il “Manuale del perfetto gentilomo”. Trovo un po’ anacronistico il suo modo di relazionarsi con i media e con la società in generale. Non ha più senso e non è più provocatorio andare in televisione vestiti da fata turchina oppure appena si viene attaccati iniziare con un corteo da venditori del pesce. Oggi come oggi la letteratura ha bisogno e gli scrittori hanno bisogno di confrontarsi gli uni con gli altri con apertura. E’ opinabile. Non pretendo di dire ad Aldo Busi come deve comportarsi o promuoversi. Personalmente il suo modo mi infastidisce e non so se vuole essere strumento di lotta o di affermazione di una minoranza, però secondo me è molto controproducente.
La professoressa Faggi. E’ esistita veramente nella tua vita? Se sì, ti piacerebbe ringraziarla per qualcosa a distanza di anni?
Sì. E’ veramente esistita. Le devo tantissimo. Si chiama Antonietta Librace. Non so se è il caso di scriverne il nome, perché forse ci rimarrebbe male per il fatto che non sono andato lì a portarle il libro. E’ stata la prima a credere in me. Il primo giorno di liceo ci chiese di scrivere una cosa a piacere. Io parlai delle mie ansie rispetto alle cose che mi sarebbero accadute al liceo, e lei fra trentadue persone mi scelse per farmi leggere il tema davanti a tutti, dicendo “Guardate ragazzi, è così che si scrive”.
I tuoi genitori hanno letto il libro?
Sì. Mia madre lo ha letto. Mio padre non legge. Legge solo i libri di Grisham, e simili. Per il resto non è mai stato un amante della letteratura, non ha mai letto tanto. Per lui la lettura deve essere puro intrattenimento.
Non ti imbarazza l’idea che tua madre lo abbia letto?
No. Fortunatamente quello che penso dei miei, nel bene e nel male, l’ho sempre detto, quindi non credo abbia trovato alcuna sorpresa.
Lo ha letto anche mia sorella.
Ci sono dei momenti simbolici nel romanzo. Penso ad esempio al momento della morte del cane.
Sì. E’ un passo volutamente simbolico. Non è stata una lettura a posteriori. Ho avuto il dramma di non poter scrivere un libro che fosse eccessivamente voluminoso (che è stata anche una grande palestra, intendiamoci), perché poi avere dei limiti ti dà un sacco di stimoli. Un po’ come quando facevano degli spettacoli teatrali con una stoffa e poco altro. Hai dei limiti oggettivi e devi starci dentro.
In quel momento del romanzo mi serviva qualcosa che esprimesse il passaggio fondamentale: la fine di un sé e l’inizio di un altro sé. Ho scelto la figura del cane, che simboleggia il Lorenzo di prima. Lorenzo gli tende la mano per accarezzarlo ed il cane, nonostante sia morente, si gira a morderlo. E’ un episodio, tra le altre cose, che ci fa comprendere molto anche di Riccardo, secondo me. Anche Riccardo proietta delle cose sul cane morente.
L’adolescenza, secondo te, finisce in questo libro? C’è un momento in cui viene rivelato il segreto di Riccardo e si spezza quella amoralità che esisteva prima. Due morali - quella di Riccardo e quella di Lorenzo - si contrappongono.
Secondo me il grande passaggio, e la fine dell’adolescenza, c’è qualche pagina dopo a quella che citi tu, quando Lorenzo si sveglia di notte e Riccardo sta per andare via e Lorenzo dice: “Forse è questo l’essere adulti, pensare che non tutto si può cambiare”. Si tratta di una sana rassegnazione, perché nasce dalla consapevolezza che non possiamo controllare tutto e che non tutto dipende da noi.
Rispetto al corrispettivo americano (“Rainbow boys”), secondo me tu gestisci in maniera diversa il tempo. I pochi mesi che racconti sembrano non passare mai, forse perché contengono al loro interno più rivoluzioni. Tu credi che il gay adolescente viva il tempo in maniera diversa, che si costruisca un’idea interna del tempo diversa?
La scelta di strutturare il romanzo secondo il calendario scolastico è stata ben precisa. Io mi ricordo esattamente che contavo i giorni, contavo quanto mancava perché finisse la scuola. Perché la scuola giustamente ti scandisce i tempi, le ore. Non credo però che ci siano differenze tra un adolescente gay ed un adolescente eterosessuale. L’adolescente è autocentrato.
Un’altra scena che mi ha colpito è stata quella in cui Lorenzo e Riccardo guardano i treni partire. Non sembrano avere il desiderio di salirci sopra. E’ quasi rassicurante stare fermi, anche solo per un attimo.
Quello di Riccardo è quasi un atto masochistico. L’atto di uno che ha visto tanta gente partire, perché è stato abbandonato da tanta gente.
Non vorrei mettere Riccardo in terapia, però credo che si tratti di uno di quei momenti in cui rimetti in scena quello che ti ha fatto più male. Tante partenze, tanti abbandoni. Tanta nostalgia.
Nella costruzione della storia c’è anche qualcosa del giallo: crei un’aspettativa, da subito, su di un segreto che non va svelato perché può distruggere tutto. Sei mai stato un lettore di gialli?
No, non sono un grande lettore di gialli. Ne avrò letti proprio pochi. Da piccolo ho letto Stephen King, ma non so se può essere considerato un giallo. Forse thriller, tutto si confonde. Sai a cosa ho pensato rispetto alla costruzione del mistero? A Jane Eyre (ride, ndb), a questa famosa moglie pazza nella soffitta. Pensavo a qualcosa del genere. Ho recuperato un sacco della letteratura ottocentesca in questo romanzo. E ho volutamente dato grande risalto alla trama. Ero stanco di tanta letteratura autocelebrante e completamente incurante del lettore. Mi sembra una forma di aristocrazia intellettuale, per cui se tu hai i mezzi e la pazienza di accedere ad un certo tipo di letteratura, va bene. Altrimenti, ti arrangi. Ed anche un po’ un atteggiamento masturbatorio rispetto alla scrittura. Non a caso cito Forster.
Ho notato che il tono della narrazione è fluttuante. Cambia molto da un capitolo all’altro. Dall’ironia esasperata al melodramma.
E’ venuto da sé. Quando l’ho percepito anche io, l’ho trovato coerente. L’adolescenza passa proprio per questi picchi emotivi. Oggi sono felicissimo, domani sono a casa in pigiama a mangiare il gelato, depressissimo.
Il personaggio di Gianni: è un personaggio controaltare. Lorenzo ha una madre assennata, lui dissennata. Lorenzo ha un padre buono e generoso, mentre quello di Gianni è cattivo ed egoista. Ha un ruolo di “negativo”, nello svelamento di Lorenzo. Che ne pensi?
Questa analisi è interessante. Non ci avevo riflettuto (risolino, ndb). Volevo raccontare anche un’eterosessualità sana, rispetto all’omosessualità. Io non credo che il mondo sia pieno di maschioni fascisti omofobi che ti picchiano… Volevo anche parlare del discorso sociale, del conflitto sociale, che c’è.
Nel libro citi Fossati, gli Zero Assoluto. Due estremi musicali. Quando scrivi ascolti musica? E se sì, quale?
In generale, mentre scrivo, no. Nell’atto no. Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho ascoltato tantissimo le T.A.T.U. Secondo me, nel bene o nel male, fenomeno commerciale o meno, hanno questa cosa della ribellione, “siamo solo noi due contro il mondo”, quindi mi caricavano. Poi ascoltavo molto gli Zero Assoluto perché mi riportavano un sacco alla mente i sentimenti dell’adolescenza. Secondo me hanno questa capacità. Fossati l’ho citato perché secondo me “La costruzione dell’amore”, quella canzone, è la quintessenza dei sentimenti, racconta cosa significa amare e sacrificarsi nei sentimenti.
Ho letto anche i tuoi racconti tratti da “Men on Men”, Mondadori (firmati col nome di Davide Ialeggio, ndb). Sono molto distanti, come tipo di scrittura, da questo romanzo. Quale direzione credi che prenderà la tua scrittura?
Credo una direzione di fusione. Penso che da ogni esperienza di scrittura si può imparare qualcosa. E’ un problema che mi pongo come scrittore. Voglio dire… Non per fare l’autocelebrazione di se stessi, ma uno dei due racconti ha vinto il Premio Moravia. Va benissimo, ne vado orgoglioso. Però, quanto questo tipo di letteratura riesce ad arrivare alle persone? Quanto è accessibile. Me lo domando tantissimo. L’altra sera guardavo la televisione. Si parlava del mito nell’antica Grecia. Se noi non arriviamo a nessuno, che senso ha quello che facciamo? Per sentirci dire da quattro critici: “ah, il tuo lavoro è magnifico, è straordinario!”? Quello che desidero fare adesso è non abbandonare completamente un certo tipo di scrittura, che mi scorre nelle vene e che è a me peculiare.
Anche in questo romanzo ci sono dei momenti del mio vecchio modo di scrivere. Per esempio l’episodio del cane è molto nelle corde di quello che scrivevo prima. Penso di cercare di fondere gli elementi: la narrazione e il romanzo di idee.
Il ruolo dello scrittore. Lorenzo è descritto come un diverso tra i diversi ed è anche il narratore.
Essere scrittore significa forse sentirsi sistematicamente escluso da qualcosa? E’ questa esclusione che dà la distanza delle cose, che permette di raccontarle?
Secondo me no. La scrittura è un lavoro solitario. La questione è molto conflittuale. Secondo me la capacità dello scrittore è quella di cogliere elementi che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessun altro è in grado di cogliere e che quindi rendono speciale il personaggio e lo avvicinano o lo allontanano, ma l’importante è che lo rendano speciale agli occhi di chi guarda.
Questo modo di guardare le cose è qualcosa che ti distanzia dagli altri, che ti rende diverso dagli altri, però io credo che la cosa più importante per uno scrittore sia stare con gli altri. Proust, di cui parlavamo prima, è vero che si è chiuso nella camera con le pareti di sughero, però è uno che ha raccontato quello che gli è successo nei dieci anni precedenti. Le persone, le situazioni, i momenti, i contesti. Io non ci credo a questi scrittori che vanno in giro con la limousine.
E’ stare tra la gente che ti consente di scrivere. Tu sei solo un mezzo per mettere in rilievo cose che gli altri hanno sotto gli occhi ma che non vedono.
I luoghi del romanzo. La grande città è un luogo freddo, buio, dominato da luci finte. Non accogliente. La provincia resta, in definitiva, un nido più sano in cui rifugiarsi. Anche per te è così?
No! (risoluto, ndb) Roma è stata la mia salvezza. Roma diventa la tua salvezza, ma dopo un po’. Ho dovuto descrivere una persona che esce dal suo nido per scontrarsi con una realtà completamente diversa. E’ traumatico. Per me è il contrario: non c’è posto più allucinante della provincia, però è chiaro che lo sguardo di Lorenzo è un altro.
All’inizio Lorenzo sembra un po’ antipatico. Ha dei “rigurgiti da primo banco”.
Quando mi dicono che c’è nel romanzo questa contrapposizione tra adulti ed adolescenti, e che gli adolescenti ne escono vincenti, resto molto perplesso. Il fatto è che Lorenzo è il narratore e tende a fare l’epopea di se stesso. Però tra le righe traspare che questi personaggi adolescenziali non sono tutti questi stinchi di santo. Penso a Lorenzo, che è a tratti odioso e saccente, vuole fare il grande uomo quando poi non ha esperienza. Giulia è egoista e vorrebbe gestirlo come se fosse una pedina. Riccardo al momento buono alza il culo e se ne frega di tutti. Non mi sembrano delle figure angelicate, sono sfaccettate. Chiaramente Lorenzo parteggia per se stesso e per le persone che gli stanno attorno. Non mi sembrano dei personaggi amabili a tutti i costi.
Credi che questo romanzo sia adatto ad una trasposizione cinematografica? Se sì, immagini un regista adatto?
Sì. Mi vengono in mente tre registi. Uno è Luciano Melchionna, il regista di un film molto bello intitolato “Gas”, che parla di omosessualità e adolescenza ed è ambientato a Latina. Lui mi piacerebbe molto. Io ho già spedito la mia copietta alla casa di produzione di “Gas”…
A dire la verità, anche Muccino e Ozpetek non mi dispiacerebbero. “Come te nessuno mai” (di Muccino, ndb) mi è piaciuto un sacco. E anche “Le fate ignoranti” (Ozpetek, ndb).
Altri, al momento, non me ne vengono in mente. Non credo sia nelle corde di autori più sofisticati.
La scelta di escludere il dialetto, ma anche le cadenze dal parlato. E’ una scelta voluta? Quali vantaggi e svantaggi ha portato alla stesura?
La scelta è volontaria. Volevo scrivere un libro in cui tutti si potessero riconoscere e non a caso non ho citato il luogo dove la storia di ambienta, la città di provincia. Di Roma invece ne parlo.
Sinceramente non volevo addentrarmi nel discorso del dialetto e quindi della comprensibilità, né nel discorso dello slang giovanile. Né volevo che poi si dicesse “ambientato nel sud”, e quindi che il sud ne uscisse più cattivo, più omofobo rispetto al nord. Ho scelto un non-luogo. Questo mi ha avvantaggiato nella stesura, perché potevo usare un italiano corrente. Lo svantaggio è che il risultato poteva essere straniante, un po’ innaturale per un romanzo che cerca di essere vicino alla realtà delle cose.
Hai un blog. Leggi i blog? Hai dei blog da consigliarci?
Da quando ho il blog (http://www.49golspettacolari.splinder.com), mi capita di leggerne alcuni. Tra quelli che frequento di più c’è “Pennarossa” (http://pennarossa.splinder.com), poi quello di Ivan Scalfarotto (http://www.ivanscalfarotto.info/b2evolution/blogs/index.php) e quello di Tommaso Giartosio (http://www.feltrinelli.it/BlogAutore?id_autore=1000305&blog_id=21), anche se ultimamente non lo sta aggiornando tanto.
Ogni lettore, generalmente, ha dei rituali di lettura. Quali sono i tuoi?
Io sono molto banale. Sono il classico lettore della sera: mi metto a letto e leggo. Sono abbastanza anarchico. Distruggo i libri: orecchie, sottolineature… Intendiamoci, ho il culto del libro, mi piace averne tanti, ma non sono uno di quelli che dicono che “la pagina non deve avere spiegazzature”. Al contrario, mi piace il libro “vissuto”. La cosa che proprio non mi fa impazzire è riceverne in regalo, a meno che la persona non abbia parlato con me e non abbia sentito o capito che quel titolo era per me. Ai libri ci arrivo sempre per curiosità. Se non sono mosso dalla curiosità personale, se non scatta qualcosa, a me non viene voglia di leggerlo. Poi li leggo, magari a distanza di tempo, ma devo aspettare che qualche altra strada mi porti a loro.
Quali libri ci consiglieresti di leggere?
La lista sarebbe lunga. L’ultimo, in ordine di tempo, è “Correndo con le forbici in mano” di Augusten Burroughs, edito da Alet, perché c’è una straordinaria capacità di farti capire quanto l’amore, nel senso più generico del termine, possa essere la cosa più lesiva del mondo ma anche la cosa di cui senti il più grande bisogno.
Il libro che mi ha spinto ad iniziare a scrivere è stato “Paura di volare” di Erica Jong, perché è un libro che si muove su quel crinale sottile dell’ironia ma anche della denuncia. E’ incentrato sulla questione femminile degli anni settanta, ma c’è una capacità di essere ironici, di cogliere gli aspetti paradossali, di cogliere anche la violenza intrinseca.
Non parlo dei grandi scrittori perché non penso abbiano bisogno di essere sponsorizzati.
Un’altra scrittrice che amo molto è Anais Nin, che è – un po’ come Melissa – imperfetta, con dei picchi strani, delle cadute di stile, però secondo me è una donna coraggiosa che ha avuto la capacità di affrontare questioni in tempi in cui le donne stavano a casa a fare la calza ed in particolare non tanto nei suoi racconti ma piuttosto nei suoi diari. Sono veramente stupendi.

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Pubblicato da Federico il 08.01.07 13:28