La suora giovane, di Giovanni Arpino
di Paolo Cacciolati

La Suora giovane di Giovanni Arpino va bene da leggere in questo periodo. Del resto la storia si dipana tra il 10 dicembre e il 2 gennaio. C’è una Torino umida, fredda, di persone che corrono con le mani in tasca, di mezze frase digrignate, di strade solitarie in notti deserte. La foschia e i contorni di pietra scivolosa del centro sono comprimari sempre presenti. E’ un libro invernale, pagine che a lasciarle aperte sopra il tavolino e andarsene dalla stanza, quando rientri trovi una nebbiolina fuoriuscita dal testo.
Il romanzo mi è capitato per caso tra le mani, una sera. Colpa mia ovvio, che in passato mi sono limitato al Fratello italiano. Ma è anche un libro di quelli che non gridano prendimi! prendimi! E’ uno di quei volumi indolenti, che chiedono solo di riposare tranquilli nell’angolo più buio della libreria; romanzo indolente, dicevo, proprio come il suo autore, con quell’aria da gattone di strada capitato per sbaglio in una casa lussuosa.
Antonio Mathis, il protagonista, ha una vita torinesemente mediana, di un uomo di quarant’anni che ha sempre cercato di stare nell’ordine.
La sua autopresentazione è quanto di più sabaudo.
Vivo solo, in due stanze d’affitto, da cinque anni lavoro in una media ditta d’esportazioni e importazioni. Sono rispettato (conosco due lingue) e mi lasciano in pace.
Completano il quadro un ambiente lavorativo lugubre, un collega bavoso e una collega con cui si struscia occasionalmente, un progetto di matrimonio che si trascina da anni, una fidanzata che gli appare sciatta: il suo bene per me è un bene che non patisce, non sussulta mai.
Finchè, liberatorio, arriva l’incontro con la novizia.
Serena è un personaggio che entra nella narrazione progressivamente. Prima è una figura stilizzata in un gioco di sguardi e di movimenti. E, certo, è idealizzata dall’innamorato. Poi si libera con un dialogo serrato, dove si rivela con una determinazione che sembra comprimere l’altro. Infine…c’è la sorpresa.
Per quanto riguarda la storia d’amore tra i due, l’evolversi del loro sentimento, ehm, lascio al lettore il piacere di scoprirlo, mica son bravo a parlare di queste cose.
La cosa che mi piace, invece, è che si tratta di un romanzo di formazione di un quarantenne. Sembra una contraddizione in termini, ma è così. Un esempio da suggerire a chi pensa che tale genere funzioni solo per gli under 25.
Il protagonista all’inizio dice:
Ho deciso di prender nota di ciò che mi succede perché solo così potrò riuscire – forse- a controllare avvenimenti e sentimenti, a capire ad aiutarmi. Non saprei davvero a chi domandare un consiglio, infatti. E mi sento solo, una pulce. In questi ultimi giorni mi è parso di venir trascinato fuori dal mondo.
E poi c’è il più classico timore-timidezza adolescenziale:
Non ho più molto tempo. Sennò lei capirà che ho paura, non solo soggezione, indecisione, pudore. Adesso si fida ancora, e aspetta e mi dà tempo, ma fino a quando? Non avrà addirittura il coraggio di affrontarmi per prima? Non sarebbe stato più facile per me, mi scoprirebbe impaurito, privo di risorse.
Non mi pare fuori luogo l’accostamento con il Giovane Holden, uscito in Italia nel ‘61.
I due protagonisti sono totalmente diversi per età, classe, cultura, luogo di vita, eppure nel loro vagabondare metropolitano c’è più di un’affinità. Gli stessi tormenti, lo stesso senso d’inadeguatezza, di rivolta repressa, di pugni battuti contro muri di mollica. La cosa buffa è che anche Holden, a un certo punto delle sue peregrinazioni incontra due suore, attacca bottone, regala loro dieci dollari, salvo poi pentirsene subito e poi pentirsi di essersi pentito, che avrebbe potuto offrir loro più soldi (capitolo xv). Però a Holden quelle due suore stanno simpatiche, perché si vedeva benissimo che non erano mai andate a far colazione in un posto chic. E quel loro non andare mai a far colazione in un posto chic né niente, che tristezza d’inferno mi venne quando ci pensai.
Anche Antonio a un certo punto pedina due suore, senza uno scopo particolare.
Andai dietro con minore curiosità, affaticato da pensieri che rendevano via via più stridente, assurdo, incolmabile, il contrasto tra il loro e il mio andare. Non desideravo più scoprire il loro itinerario, eppure, senza meta com’ero, occhieggiarle di tanto in tanto mi serviva da guida. Finchè “Vieni” disse imperiosa una delle due suore all’altra che aveva rallentato il passo. E la giovane ubbidì, nuovamente raggomitolandosi al fianco della compagna. Le lasciai sparire in fondo alla galleria…
L’andamento della trama è come un gorgo lento, in cui il protagonista si lascia risucchiare senza opporre resistenza. Serena, il centro intorno a cui gravita Antonio, ha una forza di attrazione che progredisce fino a scuoterlo dalla sua apatia e a costringerlo a prendere quelle scelte radicali che aveva sempre evitato. E la forza si fa sempre più pesante, fino a farlo precipitare a piombo nel finale.
Finale dove l’ambiente si apre e i raffreddati squarci urbani lasciano il posto ai paesaggi campestri delle colline sopra Mondovì.
I critici, a proposito di quest’ultima parte, hanno parlato di “doloroso realismo”. Mah, non sono d’accordo. Già il termine realismo in letteratura mi pare…irrealistico.
Qui l’autore, secondo me, ha uno sguardo sottilmente divertito nell’illustrare una situazione di saggezza contadina in cui si sciolgono i misteri creati dalla protagonista e Antonio può trovare finalmente le risposte che cercava. Non è tanto una questione di chiave idilliaca o intimista, quanta piuttosto di una calcolata funzionalità alla rivelazione finale.
Al primo impatto, sono invece rimasto scioccamente deluso dall’ultima immagine, un tabellone dei treni. Ecco, ho pensato, l’ennesima situazione di partenza, di viaggio verso l’ignoto, e di aspettativa di cambiamento. Già, scioccamente dicevo, perché non ho considerato che in questo caso semmai Arpino è un anticipatore. Quanti romanzi, dopo di lui, si sono chiusi con la solita scena della partenza sul treno?
-Sei comunista?– gli chiede lei all’inizio.
-No- risi, rincuorato.
-Perché? Credevo che gli uomini fossero tutti comunisti- sorrise stupita.
Secondo me, in questo scambio di battute, si affaccia non l’Arpino narratore, ma l’Arpino uomo. Non lo scrittore all’epoca legato ai canoni imperanti dell’ambiente Einaudi, ma lo spirito pacificamente anarchico e ateo anche nei confronti della chiesa di Botteghe Oscure, spirito che più tardi lo portò a descrivere così le relazioni interne nella casa torinese:
Quasi ogni sera si svolgeva la riunione di cellula, dove si leggevano con gli occhiali dell’ideologia i problemi affrontati durante il giorno senza paraocchi. Il clima in breve si surriscaldava, grondavano i cerebralismi, si spremevano i sacri tesi. Erano il fiele e il miele di casa Einaudi. In essi venivano riposte le speranze di ordinare finalmente il mondo e di risistemare, se possibile, il paradiso.
Non a caso le opere meno riuscite di Arpino sono quelle che lui definisce “romanzi ideologici”, d’ambientazione operaia, pure accolti negativamente nell’area culturale di sinistra. Certo, ad Arpino, pur essendosi smarcato dal ruolo di intellettuale organico al partito, non venne riservato il trattamento da appestato subito da un altro grande del secondo Novecento italiano, Giuseppe Berto. Anche se non gli furono risparmiati anatemi per la sua collaborazione, dal ’79, con l’odiato (allora) Montanelli.
Scritto nel ’58, a 31 anni, La suora giovane è stato il romanzo che ha dato il successo all’Autore.
Rifiutato da Mondadori, uscì per Einaudi nell’ottobre del ’59 per la collana dei “Coralli”. Venne subito salutato con entusiasmo dalla critica. Finalista allo Strega nel ’60, tradotto, fu accolto con particolare favore anche in Francia. Su “Le Monde” del 5 agosto 1961 si scrive:
Le jeune roman italien continue de nous étonner par ses singulières facultés de renouvellement, sa verité psycologique exempte cependant de toute banalité et cette connaissance du milieu ouvrier ou paysan...
Non so a quanti altri italiani sia stato riservata, da Le Monde, questa critica.
In quanto ho scritto, l’Autore è presente in maniera preponderante, forse anche prevalente sul commento del romanzo. A mia discolpa, posso solo aggiungere che, per me, La suora giovane va letto non singolarmente, ma da Meridiano, affondato nell’insieme della sua migliore produzione.
E quindi…
Giovanni Arpino, Opere scelte, Mondadori.
Pubblicato da Criscia il 15.12.06 22:51