04.12.06

Isaia Greco, Gino Tasca

di Demetrio Paolin

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editorialeIsaia Greco, il romanzo di Gino Tasca (ed.Pendragon), dovete leggerlo come se fosse un’omelia e dovete immaginare che l’Io narrante di questo romanzo la pronunci nei “vuoti e corrosi cori d’una chiesa” (Shakespeare, Sonetto73). E’ chiaro fin da subito che quella che il factotum pronuncia è un’orazione funebre in morte di Isaia Greco, suo padrone, nonché critico letterario di chiara fama.
L’incipit del libro non lascia dubbi: nessuno si aspetti dal romanzo di Tasca un colpo di scena, ma soltanto il racconto preciso, in alcuni casi petulante e in altri spazientito, di un servo verso il suo signore.

Ora che è morto vorrei scrivere di lui – Isaia Greco – e di quella sera in cui capito tutto e dei mesi successivi. Ma, prima di arrivare lì, dovrò prendere una lunga rincorsa, come per un salto con l’asta.

Quindi abbiamo un segreto. E’ capitato qualcosa che getta luce sull’intera esistenza terrena di Isaia, ma anche su quella dell’io narrante. Eppure alla fine del libro di “quella sera” noi sapremo la semplice cronaca dei fatti. D’altronde, come dice il protagonista:

Ho scoperto una cosa. Credo, in fin dei conti, si scriva solo per smettere di scrivere. E che se si continua a scrivere vuol dire che non si è ancora scritta la cosa che si deve scrivere.

Ma come?, ti verrebbe da dire, ci hai fatti accomodare in questa chiesa fredda, hai pronunciato il tuo discorso sul cadavere e te ne esci così senza dirci la parola finale, senza rendere esplicita la cosa che tu hai capito e scritto e che a noi sembra ancora preclusa?
E’ questa una sensazione straziante, che mi ha accompagnato per tutto il libro, dovuta al fatto che Isaia Greco è il romanzo postumo di Gino Tasca, un testo che ha già dentro di sé un presentimento di posterità.

Io ho provato a leggere il libro (come vedete ho abbandonato qualsiasi tipo di tono neutro o da recensore), senza pensare al fatto che Gino non è più.
Per molto tempo sono riuscito a trattenere dentro di me questo sentimento ambiguo: una sorta di fastidioso affetto, che temevo non mi facesse giudicare con la giusta attenzione il testo che Gino aveva scritto.
Paradossalmente è stato il libro che mi ha imposto con forza il ricordo di Gino come persona.

Nel romanzo assistiamo a due scene madri.
La prima è il compleanno di Isaia e il malore e il suo successivo silenzio ottuso. La seconda è quando il servo va in bagno e si mutila per il suo padrone.

Così io mi accosciai ai suoi piedi, di lato, e gli appoggiai la testa in grembo. E restai lì, senza far niente, fino a quando il cielo, dietro ai vetri chiusi (non li apriva mai neanche se si moriva di caldo), cominciò a diventare azzurro cupo. Poi, credo di essermi addormentato e devo aver sognato di lui che mi accarezzava le ferite sulla testa. Mi sono scosso e mi sono svegliato di soprassalto ed ho alzato la testa verso le finestre. Sembrava che Venezia stesse andando a fuoco.

Si legga ora questo stralcio:

L’altra sera (o una di queste altre sere passate), ero seduto in terrazzo e il sole era tramontato da poco dietro al profilo delle case e delle antenne, ma essendoci un fronte di nubi che si stava avvicinando all’orizzonte si era creato una sorta di intercapedine di puro azzurro. Le piante erano diventate nere e lungo una grondaia c’erano dei colombi che tubavano sommessi e chissà perché mai la città in quel momento era perfettamente silenziosa. E’ stato qualcosa di piuttosto inquietante ma non di pauroso.

Queste sono le ultime parole che Gino ha scritto nel suo blog.
C’è una forte prossimità tra le due descrizioni: un senso di rivelazione imminente, di qualcosa di grande che sta per accadere, ma che poi o non avviene, o se accade rimane confusa.
E’ una sensazione, appunto, inquietante, ma che non fa paura: sappiamo che cosa è ma ignoriamo le forme del suo manifestarsi. Per dirla con una parola che tanto Gino amava, ci troviamo davanti alla fenomenologia della Grazia, che agisce in modi inaspettati e oscuri anche per chi ne fa esperienza diretta.

Il tema segreto del libro, la cosa che si scrive per poter poi smettere di scrivere, è la Grazia e la sua incomunicabilità.
I due personaggi del romanzo sono toccati dalla Grazia, o quanto meno da un evento soprannaturale. Isaia si chiude nel silenzio, si consuma poco alla volta, diventa sempre più magro e finisce per darsi fuoco, proprio come il fuoco purgatoriale che affina i lussuriosi; il suo servo, invece, vive questa esperienza di grazia come un sovvertimento; nella scena del taglio dei capelli tutto ruota intorno a regole che vengono infrante: il bagno lasciato in disordine, l’accucciarsi ai piedi, l’apertura dei finestroni.

La domanda che tormenta Gino è: cosa resta di questa esperienza di Grazia? La sua è una risposta ironica e tragica, contenuta nelle ultime righe del romanzo.
Ora l’Io narrante, morto Isaia, ne ha preso posto e fattezze e Ursus, l’infermiere che aveva accudito il critico nei giorni della malattia, è diventato a sua volta factotum. La situazione è la stessa, si ripresenta medesima a quella che il racconto ci consegnava all’inizio.

E – ieri – l’ho beccato […] che scriveva qualcosa su un grosso pacco di fogli bianchi, tenuti assieme da uno spago che passava dentro i buchi grossolani lungo il bordo di sinistra. “Fammi leggere, ti prego… fammi vedere cosa hai scritto…”. Lui mi ha guardato fisso negli occhi e – sempre sorridendo – ha appallottolato il foglio e se l’è ficcato in bocca cominciando a masticarlo lentamente. Avevo fatto in tempo a leggere, standoli alle spalle, prima che mi vedesse, solo alcune parole, queste…

Questa scena mi ha ricordato una celebrazione eucaristica - d’altronde Isaia Greco non è un romanzo, ma un’omelia. Ogni volta durante la Messa, per chi ci crede, succede qualcosa di sconvolgente: si celebra la morte e la resurrezione di Cristo. Nel continuo ripetersi dei giorni, tale atto di Grazia perde la sua potenza per diventare una “messinscena”. Il finale tragico, dietro il sorriso, sembra dirci questo: ogni esperienza di Grazia che facciamo è sempre più debole e vana. Come qualcosa di così scontato, che invece di sconvolgerci ci induce al sorriso, all’oblio.

[Gino Tasca su Vibrisse]

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Pubblicato da Demetrio Paolin il 04.12.06 13:04

COMMENTI

Si tende a pensare la Grazia come un dono o un aiuto divino a favore dell'uomo...ma siamo sicuri che sia proprio questo??? e se la grazia fosse semplicemente una rivelazione di per se priva di necassari contenuti positivi???il dono della comprensione del significato recondito delle cose anche nei suoi aspetti più crudeli???...leggerò il libro di Gino Tasca!!! Complimenti per la bella recensione!!!

da samara il 04.12.06 14:06

Grazia come concessione divina di soddisfacimento del desiderio umano di Conoscenza, concessione che può condurre ad una comprensione del senso delle cose non necessariamente tollerabile dalla mente umana. Grazia come anticamera della follia...una tematica da sviluppare!

da Ecate il 04.12.06 14:25

@ samara

chi ha mai detto che la Grazia non sia *azione* di violenza? Io credo, fermamente, che la salvezza è violenta e che non c'è niente di pacificatorio nel salvarsi e nella salvezza.

@ ecate
Io non vedo la grazia come un itinerario - mistico/ascetico - della mente in dio. Io ribalto la prosettiva: dio entra in me; se devo scegliere un immagine è quella di Geremia, dove dio violenta il suo profeta. La tua immagine suona per me troppo *rassicurante*.

d.

da demetrio il 04.12.06 17:27

Demetrio chi ti dice che ci sia una salvezza??? Io intendo la Grazia come Verità (che non è necessariamente foriera di pace), non come Salvezza!!! Come vedi la mia prospettiva è tutt'altro che rassicurante...

da Ecate il 04.12.06 18:08




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