Emile Zola, L'assommoir (1877)
lettura breve
di Giorgio Morale
Mi è capitato tra le mani L’assommoir di Emile Zola e l’ho riletto tutto d’un fiato in pochi giorni. Non per una particolare affinità: la tematica di Zola è limitata, il suo mondo – il mondo dei suoi personaggi – gretto, anche se tanta di quella grettezza ci appartiene.
Ciò che mi ha sorpreso è il peso che hanno in Zola aspetti fisiologici e patologici dell’agire umano, nel suo caso motivati da una precisa ideologia positivista. Sotto questo aspetto io lo additerei come uno dei maestri di tanti scrittori d’oggi. I nervi sono in certa letteratura quello che i muscoli sono in certo cinema.
Ma Zola è narratore potente. Le sue pagine sono impastate di materia. Come poche “cantano i trasporti… dei sensi”. Ci si sente l’odore e il gusto dei sughi che attraversa le pareti, la nausea contagiosa della sporcizia e dei vomiti, il martellare del lavoro nelle officine, l’acidità dell’alcool che torce le budella, il calore che dà alla testa, il freddo che prosciuga.
Si susseguono scene mitiche, che esaltano una vera e propria epica quotidiana: il litigio al lavatoio tra Gervaise e Virginie a suon di sculacciate; il matrimonio di Virginie e Coupeau, con gli invitati che bighellonano per il Louvre per ingannare l’attesa del pranzo; l’atmosfera palpabilmente sensuale che il caldo della stagione e del lavoro crea nella stireria di Gervaise, che induce le lavoranti a scoprirsi; le varie scene di ubriachezza che scandiscono la degradazione di Coupeau prima, Gervaise dopo; il vagare notturno di Gervaise per Parigi, alla ricerca di qualcuno a cui prostituirsi per avere di che placare i morsi della fame; la morte di Gervaise nel suo giaciglio, sola, intirizzita e affamata.
La tragedia è incombente già dalla prima pagina. Il romanzo si apre con un’assenza: Gervaise, vittima predestinata, aspetta l’amante Lantier che non arriva.
E’ un mondo senza speranza, per il cui riscatto può poco qualche personaggio positivo, come, qui, l’onesto fabbro Goujet. L’ottimismo positivista si riduce a una petizione di principio: l’auspicio di Goujet che in un futuro imprecisato la macchina possa consentire la liberazione dell’umanità dalla fatica. Una sola frase in tutto il libro.
Eppure, pur nella schematicità dei suoi assunti, in gran parte ideologicamente predeterminati, si sente in quest’opera che mi pare modernissima una necessità e una potenza che manca a tanti epigoni, a tanti esteti della miseria e della patologia.
Pubblicato da Giorgio Morale il 17.11.06 23:21