31.10.06

Thomas Hardy, L'amata

lettura breve
di Giorgio Morale

C’è un giovane poco accorto che vive all’insegna del dispendio e si lascia sfuggire le occasioni e le persone con cui potrebbe essere felice.
La storia all’inizio si svolge linearmente, elencando gli amori del giovane, e la magia di Hardy stenta a innescarsi. Appare quando le relazioni a due diventano intense e ricche di sfaccettature e lo spazio asseconda il sentire dei personaggi.
Si procede di disincontro in disincontro, anche se, come se la terra fosse troppo piccola, le persone finiscono sempre per rincontrarsi. Il senso di grande spazio attorno a loro è creato dalla solitudine che li circonda.

Poi il giovane incontra una delle persone amate e perse in passato: pare che l’incontro sia il loro destino e che adesso si realizzi. Però, andando avanti, mi viene il dubbio, che presto diventa certezza, che, così come non si è realizzato per due volte, non si realizzi nemmeno adesso. L’incontro cioè avviene, ma la modalità non è più quella, gioiosa, che sarebbe potuta essere.
Il destino è il disincontro, ci dice Hardy. Ciò che doveva essere un tempo, e non è stato, non può essere recuperato. L’incontro è un appuntamento a cui si arriva in luoghi e tempi diversi. La consapevolezza è una conquista tardiva. Solo lo spazio, a volte, mantiene e custodisce una fedeltà, lo spazio natio, contrapposto a quello dispersivo e caotico della città.
La vicenda de L’amata è rigida, schematica come un teorema, ma proprio per questo mostra in maniera più evidente certe linee di forza del pensiero di Hardy, che registra umori e inquietudini tra 800 e 900. E ancora di più risalta, a tratti, quella capacità della sua scrittura di avvolgere il lettore con un accumulo impressionistico di sensazioni ed emozioni capaci di trasmettere la vita più intima dei luoghi e delle persone.

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Pubblicato da Giorgio Morale il 31.10.06 22:30

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