13.10.06

Perché non ho finito di leggere Anime alla deriva di Richard Mason

di giulio mozzi

Questa non è una recensione, ma la semplice spiegazione di perché e percome non ho finito di leggere Anime alla deriva di Richard Mason (Einaudi Tascabili, pp. 344, lire 17.500). L’inizio è magnifico:

Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio. O almeno questo è quanto ritiene la polizia, e io interpreto la parte del vedovo affranto con entusiasmo e con successo. Vivere con Sarah mi ha insegnato a ingannare me stesso, e l’ho trovato io, come lei, un eccellente modo per imparare a ingannare gli altri. Naturalmente io so che lei non ha fatto niente del genere. Mia moglie era troppo equilibrata, troppo ancorata al presente per pensare di farsi del male. È mia opinione che non si sia mai preoccupata di quello che aveva fatto. Era incapace di provare rimorso. Sono stato io a ucciderla. E non per i motivi che potreste immaginare. Il nostro non era affatto un matrimonio infelice, anzi. […]

Per colpa di questo inizio ho comperato il libro. Mi ha ricordato gli inizi dei romanzi di John Le Carrè (solitamente splendidi, anche quelli dei romanzi brutti). E poi c’era tutto: James Farrel, bel marito omicida e mentitore nonché personaggio-narratore brioso e umoristico; Sarah, moglie perfetta nonostante la sua crudeltà (meglio: grazie alla sua crudeltà); un avvenimento tremendo tenuto nascosto per tanti anni; una falsità profondamente incistata nella vita di una coppia felice, un bel porgere la storia al pubblico con il voi, come se fossimo a teatro…
Il problema è che tutto questo regge per trentotto righe e mezza. Poi casca l’asino. Sentite:

Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e nonpenso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa mia opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? I dubbi mi tormentano; le antiche ferite si riaprono. La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito.

L’asino casca, per l’esattezza, alle parole «O no?». «Ma come», mi vien da dire all’autore, «mi metti in scena questo bellissimo personaggio pieno di menzogne e di brio, e dopo trentotto righe e mezza senti già il bisogno di correggerlo, di incrinare il suo brio, di riparare le sue menzogne? Gli fai dire la verità? Ma perché? Adesso so che c’è una storia vera e una menzogna – ci ero già arrivato da me, grazie, non sono mica scemo – e che anziché raccontarmi la menzogna – stuzzicandomi a sgamarlo e a scoprire la verità – questo personaggio mi spiattellerà tutta la verità, noiosissima com’è…».

Già: perché non c’è peggior personaggio-narratore del personaggio-narratore che dice la pura e semplice verità. Dapprincipio smisi di leggere il libro a pagina 38. Ormai la faccenda era chiara: c’era il nostro uomo, James, e c’era una ragazza fascinosa e nevrotica, di nome Ella, evidentemente non sposabile. La storia poteva essere una sola: Sarah, la perfetta e crudele moglie intravista nel «Prologo», faceva fuori Ella per sposarsi James. Tutto chiaro. A quel punto non sapevo ancora che Sarah era cugina di Ella; che Ella aveva rubato un fidanzato a Sarah; che Ella pianterà questo fidanzato per James. Ma questi sono solo particolari, ingranaggi della narrazione, trucchi – sì, trucchi – per fornire ogni personaggio di una motivazione decente. «Mi hai rubato un fidanzato, io ti rubo il tuo». Poteva anche essere una questione di soldi, per dire, e non cambiava niente.
Ma che tutto fosse troppo chiaro, deve averlo capito anche Mason (o il suo editor). «C’è bisogno di qualcosa per tener su il mistero», si sarà detto. E infatti, venticinque righe dopo quel rovinoso «O no?» («Oh no!», mi viene da fargli eco), ecco che ci mette una pezza:

Ho scelto lunedì pomeriggio per frugare nella sua [di Sarah] scrivania perché mia moglie [Sarah, appunto] era fuori a sorvegliare i lavori di ampliamento della biglietteria. E per puro caso ho trovato il cassetto in cui l’ha conservata per tutti questi anni.

La pezza è il pronome «l’». Che cosa ha conservato Sarah, «per tutti questi anni», nel cassetto della scrivania? Ebbene, la seconda pagina del romanzo, nonché il «Prologo», si concludono senza dircelo. Il lettore diligente, che abbia voglia di leggersi tutto il libro, lo scoprirà solo a pagina 323:

Lunedì pomeriggio [Sarah] era fuori a sorvegliare i lavori di ampliamento della biglietteria, così scelsi quel momento per andare a frugare nella sua scrivania. E assolutamente per caso ho trovato il cassetto in cui l’ha conservata per tutti questi anni. Un cassetto minuscolo, nascosto in una voluta, che si apriva grazie a una molla segreta. Era una strana chiave: pesante, grossa, ma fatta di un acciaio lucente troppo moderno per quel disegno; era tagliata per una serratura antica. […]

A pagina 330 James chiederà conto di quella chiave alla moglie Sarah; nelle pagine seguenti Sarah racconterà una storia che ci porterà a reinterpretare tutto ciò che ci era stato raccontato fino a quel punto; e a pagina 344, ultima del libro, finalmente James ammazzerà Sarah.

Dire «la» trovai a pagina 4, e spiegare che quel «la» è una chiave a pagina 323, significa chiedere davvero molto al lettore: non in termini di partecipazione, ma di indulgenza. Credere di creare mistero e tensione semplicemente omettendo informazioni è un modo puerile di agire: lo fanno (quasi) tutti gli allievi dei miei corsi di scrittura, ma si prendono subito la carne e vengono radicalmente invitati a lasciar perdere questi trucchetti.

Immaginate di essere al cinema. Belli comodi. Vedete James che apre il cassetto segreto della scrivania della moglie, che nota qualcosa di strano, che intasca un oggetto senza che si capisca cos’è. Due ore dopo capite cos’è – una chiave –, poi per ulteriori dieci minuti vi si spiega come perché quella chiave fa diventare la storia che avete vista tutta un’altra storia. In realtà non c’è nessun mistero: semplicemente, la chiave non è stata inquadrata.

Quindi Richard Mason (che è un bel ragazzo «di buon carattere, di buona lingua e di buoni sentimenti», come dice una frase di Natalia Aspesi riportata nella quarta di copertina; ma ciò non fa automaticamente di lui un genio del romanzo, come peraltro sostenevano varie recensioni uscite l’anno scorso, in occasione dell’edizione cartonata) pretende che noi sopportiamo una storia siffatta. Noi, cresciuti a suon di telefilm del tenente Colombo, dove per prima cosa ci veniva mostrato come avveniva il delitto e chi era il colpevole; e poi, dopo la sigla, cominciavano le indagini. Benché fossimo sicuri che Colombo ce l’avrebbe fatta, la tensione non mancava.

Per questo non ho finito Anime alla deriva: a pagina 4 mi sono cascate le braccia, ho retto fino a pagina 38, e quando mi è sembrato di aver capito tutto sono andato in fondo per vedere se avevo capito giusto. Ci avevo azzeccato quasi: Sarah non aveva esattamente ammazzato la cugina Ella, si era limitata ad ammazzarne il padre e a farla condannare per l’omicidio; Ella poi, dimostrando una squisita sensibilità narrativa, si era tolta di mezzo impiccandosi in carcere.

Ma, la chiave? Be’, la chiave è un oggetto che fa intuire a James come si siano svolte effettivamente le cose. Quando James chiede spiegazioni a Sarah – le mette la chiave sotto il naso, a pagina 330, dicendo: «Che cos’è questa?» –, Sarah si mette a spiegare tutto per filo e per segno, come nei peggiori gialli. Il guaio è che il lettore non può non chiedersi come mai, se quella chiave era così compromettente, perché Sarah la conservava in un cassetto – quasi segreto, vabbè – della scrivania. Ecco cosa dice Sarah a James, pagina 338:

«Sì, l’ho tenuta per ricordo». «Capisco». «Una schiocchezza, lo so, ma è stato un errore che non ho potuto evitare».

Niente di più. Una donna commette un omicidio, ne fa incolpare la sorella, sposa un uomo già fidanzato alla sorella, e poi per trenta e passa anni si tiene, in un cassetto della scrivania, un oggetto che prova la sua colpevolezza: questo è risolto facendole dire «una sciocchezza», «un errore che non ho potuto evitare»? Ma andiamo! Perché non poteva essere evitato quell’errore? Sì, certo, Sarah è una donna dominatrice, forse la attirava l’idea di tenere alla portata di tutti la prova di ogni sua colpa – ma è anche una donna calcolatrice, perdiana!, una che sa il fatto suo, una che pianifica, una che non ha nessuna voglia di finire i propri giorni in galera (o ammazzata dal marito, come nel caso).

Detta così, quella frase significa che Mason non sapeva come cavarsela. Aveva bisogno di un indizio che mettesse in moto i sospetti di James. Non è stato capace di metterlo lì con naturalezza. Ha cercato di mascherarlo esponendolo esageratamente – con questo enorme iato tra pagina 4 e pagina 323. Mah…

In conclusione. Non ho finito Anime alla deriva. Da pagina 38 sono saltato alle ultime, ho rintracciato il punto dove il racconto riprendeva il filo lasciato artificiosamente sospeso a pagina 4, ho letto da lì fino in fondo: ma disattentamente, perché i meccanismo ormai svelati non sono particolarmente interessanti.
E questo è il libro che, come dice la quarta di copertina, «è diventato un best seller internazionale»? Mah…

Dalla quarta di copertina:

Richard Mason ci racconta, attraverso un abile scavo psicologico, storie di vite cui è stata negata la possibilità di realizzarsi pienamente, perché a tutti è mancato il coraggio della verità, perché tutti hanno tradito – e perché il destino è un signore cinico e severo che non risparmia nessuno.

Proposito per il futuro: non leggere più libri nella cui quarta di copertina – o nel cui risvolto – compaia la parola «abile».

[questo articolo era già stato pubblicato in vibrisse n. 41 - quando vibrisse era una cosa che si spediva via email. gm]

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Pubblicato da giuliomozzi il 13.10.06 00:40

COMMENTI

Mi sono sempre chiesto come mai, a parte alcune parodie eccellenti, non escono, a fronte di tanta "bravura", questo tipo di letture-stroncature anche per la "roba" nostrana. Quasi che il circo mediatico degli editori-press-agent-critici alla D'Orrico, temano di essere smentiti nella loro accanita declamazione di "capolavoro" ad ogni piè sospinto. Già, perchè ?

da cletus il 13.10.06 08:53

Ehi, ma questo è revival! Il revival non vale!

da Marco il 13.10.06 09:25

Cletus: perchè non ne vale la pena.

ps: mozzi, bravo!

da Uno che passava di qua il 13.10.06 09:38

guarda, sono arrivata al secondo capoverso largo e già concordo
continuo

da evacarriego il 14.10.06 00:19

io il libro l'ho letto alcuni anni fa e, confesso, pur non ritenendolo un capolavoro, mi è piaciuto, mi ha coinvolto, anche se l'ho assimilato a un buon feulleiton, tanto che in seguito ho letto anche il secondo libro di Mason, Noi. Tecnica simile e uguale risultato. ciao

da anna il 29.10.06 12:35

Ho letto questo libro un pò di tempo fa..a dire il vero non ricordavo nemmeno bene la trama, questo post mi ha rinfrescato la memoria..ricordo però che lo trovai una lettura gradevole ed anche io fui stregata dalla prima pagina del romanzo :)

da Dea il 15.01.07 13:36

boh. io il libro l'ho letto tempo fa. in inglese. e mi era piaciuto molto, tanto che l'ho consigliato a diverse amiche. sicuramente la trama non è unica e originale, ma a me era piaciuto proprio il modo in cui era scritto.

da tet il 30.05.07 20:26

Sicuramente Mason sa scrivere. E forse io sono un lettore troppo smaliziato. In fin dei conti, capire come sono fatti i libri è esattamente il mio mestiere.

da giuliomozzi il 14.06.07 12:52




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