Istanbul, di Orhan Pamuk
di Lorenzo Ireni
Il libro reca in copertina una fotografia in bianco e nero. Un uomo cammina solo, le mani in tasca, tra due file di lampioni accesi. I grigi suggeriscono una sera autunnale: il cielo è frazionato dai fili del tram, il selciato, tagliato dalle rotaie, sembra luccicare di pioviggine. Sullo sfondo, la cupola e due dei sei minareti della Moschea Blu.
Descrivo questa fotografia perché è una buon riassunto del corpo del libro, che ha per tema principale la tristezza: la città è il supporto di questo sentimento, l'armatura che lo sorregge e lo dispiega nei suoi vari aspetti, che lo drizza nella luce, facendone un mosaico di sfumature e ombre. Istanbul è una città di assenze e mutilazioni: orfana di due imperi, il bizantino e l'ottomano, della sua popolazione armena, disfatta a più riprese, e dei Greci, quasi tutti emigrati dopo i rovinosi disordini del 1955.
Scrive Pamuk (p.235):
La Istanbul della mia infanzia e gioventù era un posto dove la struttura cosmopolita della città scompariva velocemente. Gaunier osserva, come molti altri viaggiatori, che nel 1852, cent'anni prima della mia nascita, nelle strade di Istanbul si parlava contemporaneamente il turco, il greco, l'armeno, l'italiano, il francese e l'inglese [...]. Ma la continuazione della conquista anche dopo la fondazione della Repubblica turca, l'intensificarsi della "turchizzazione" di Istanbul e una sorta di pulizia etnica che lo stato fece in città decretarono la scomparsa di tutte queste lingue.
Il libro è corredato di numerose fotografie d'archivio, oltre a quelle di proprietà della famiglia dell'autore; tutte in bianco e nero. E anche questa assenza di colore diventa uno specchio della città e del suo guardarsi alle spalle e tacere del presente, così come la prosa di Pamuk discorre pianamente, quasi dimessa, eppure ferma, senza groppi alla gola né volontà di commuovere: perché la malinconia è scritta nelle strade, nelle rovine grandiose, nella disperata ricerca di modernità che ha gonfiato a dismisura la piccola capitale levantina fino a sfigurarla. Infatti (p.312-313):
Nei momenti in cui mi cresce dentro un odio nei confronti di me stesso e della città, tutte le insegne per le vie, tutte le lettere variopinte e multiformi di quei signori che si dibattono a grandi caratteri per far sentire il loro nome, il loro lavoro, il loro mestiere e il loro successo alla folla cittadina, provocano in me una rabbia più per me stesso che per loro. Tutti quei professori, dottori, chirurghi, consulenti finanziari, avvocati iscritti all'albo, allegri venditori di döner, droghieri Vita e minimarket Mar Nero, e tutti quei nomi di banche, compagnie assicurative, detergenti e giornali, tutti quei manifesti pubblicitari di film, sigarette, jeans e gassose, le insegne delle scommesse calcistiche o della Lotteria Nazionale, dell'acqua potabile e del metano, scritte orgogliosamente a caratteri cubitali, mi dicono che l'intera Istanbul è triste e confusa come me [...]. Sdraiato sul letto penso che siano la folla, la situazione degradante e la sporcizia della città a rendermi così infelice. Il fatto che a Istanbul tutto sia rimasto a metà, sconfitto, ha trasformato la città in un luogo pieno di difetti. Istanbul non vive assolutamente il processo di occidentalizzazione cui accennano i manifesti pubblicitari sui muri, e i nomi dei negozi, delle riviste e delle società ricavati per la maggior parte dall'inglese e dal francese: ne parla soltanto. Ma non vive neanche la tradizione cui fanno riferimento le moschee e i molti minareti, le preghiere e la storia. Tutto è a metà, insufficiente e lacunoso.
È la sofferenza degli emarginati: solo che non riguarda in particolare i mendicanti, i vecchi, i miserabili, ma tutti. Ogni luogo si è fatto margine, la luce punta altrove, sempre altrove, il cerchio illuminato è minuscolo, favoloso e remoto (p.302):
Erano certo belle e affascinanti le vite delle persone felici negli Stati Uniti che avevo appena visto nel film di Hollywood, o quelle d'Europa; al resto dell'umanità, che formava la maggior parte del mondo dove ero incluso anch'io, toccavano invece esistenze accidentali, insignificanti e trascurate, a cui nessuno avrebbe fatto attenzione, in luoghi malandati, miseri, anonimi, vecchi, degradati e mediocri, e io cominciavo ad abituarmi all'idea che andavo pian piano verso una realtà simile. A Istanbul, poiché solo i ricchi potevano vivere una vita occidentale, in ambienti che comunque mi sembravano insopportabilmente ipocriti e senz'anima, amavo sempre di più le strade secondarie e le immagini tristi della città [...].
In queste pagine ripiegate e dolenti, talvolta segnate dall'amarezza, spicca l'umorismo con cui l'autore ricorda, fra gli uomini di cultura che scrissero della città, Ahmet Rasim e Ali Effendi, e altri scrittori di rubriche, come Rasim stesso si era ironicamente definito; il capitolo sedicesimo offre una scelta spesso divertente delle osservazioni e dei consigli che essi rivolgevano alla popolazione in tempi in cui sarebbe stato molto rischioso occuparsi di politica:
Si era detto che per abbellire la città i conducenti delle carrozze avrebbero messo un'unica divisa: come sarebbe stato elegante, se questo si fosse realizzato. [1897]
I grandi orologi ai due lati del ponte di Karaköy, come tutti gli orologi pubblici della città, hanno gli ingranaggi che si muovono a caso, e in questo modo torturano gli abitanti di Istanbul, facendo loro credere che sia già partito il battello ancora attaccato al molo, oppure che è ancora lì quello che è partito da parecchio tempo. [1910]
Come tutti sanno, l'amministrazione pensava di eliminare completamente dalla città i cani e gli asini, e la polizia i mendicanti e i vagabondi. Ma questo impegno è stato disatteso; inoltre adesso Istanbul è piena di persone che testimoniano il falso. [1914]
Un motivo che corre lungo tutto il libro è quello del secondo mondo: in principio è il guscio lucente in cui il bambino si rifugia nei momenti difficili, donandogli, secondo le parole dell'autore, una felicità variopinta e una profondità vera; ma l'adulto non è più in grado di attraversare a suo piacimento quella soglia, dovrà inventare altri riti, cercare la stanchezza, l'ebbrezza e il buio (p.359):
Dopo aver camminato per un po' lungo il viale principale, nelle strade secondarie [...] fermandomi ogni tanto a contemplare la luce dei lampioni e delle televisioni riflessa sui marciapiedi bagnati, e a guardare un negozio di robivecchi, una banale drogheria con il frigorifero che fa da vetrina, o la farmacia che mostra ancora il manichino rimasto dalla mia infanzia, mi sarei allora accorto della mia immensa felicità. La rabbia vertiginosa, pura e innocente che sentivo ascoltando mia madre, si sarebbe trasformata in breve [...] in un'ambizione capace di illuminare il mio futuro. E sentire oscillare nella mia testa, leggermente frastornata per la birra e il lungo cammino, le strade sporche, buie e tristi della città, come in un vecchio film che adoro, mi avrebbe reso così contento da desiderare di registrare e nascondere quei momenti meravigliosi - questa era una sensazione assai simile a quella che provavo da bambino quando tenevo in bocca per ore un frutto o una piccola biglia che amavo molto: avrei voluto tornare a casa e, piazzato davanti alla mia scrivania, prendere carta e penna per scrivere qualcosa.
Istanbul
Ed. Einaudi, 2006, 388 pp.
Prezzo: 18,50 euro.
Pubblicato da errore404 il 21.10.06 00:53