I PEANUTS di Charlie Schulz

di Ramona
Questo libro non è un romanzo unico. Questo libro contiene più romanzi. Si tratta, in effetti, di un volumone che peserà un paio di chili, ha la copertina di cartone duro. Sembra proprio una cosa seria. E secondo me lo è. Ma stiamo parlando di fumetti. E che fumetti!…
Ho ordinato il volumone tramite una rivista tipo club per gli editori. Non avevo fatto caso alle dimensioni, mi aspettavo qualcosa di più leggero. A dire il vero non mi sono affatto soffermata sulle sue caratteristiche. L’ho visto e l’ho ordinato. E’ stato un acquisto compulsivo, guidato dall’istinto.
Ed ecco, il volumone così sorprendentemente ingombrante ora è qui fra le mie mani. Me lo coccolo, lo sfoglio, lo leggo, mi diverto e mi commuovo. Diciamo che forse l’ho acquistato proprio con quello scopo segreto, trascorrere cioè qualche ora di puro divertimento. I fumetti, del resto, nascono proprio con l’intento di regalare attimi scacciapensieri.
Tuttavia i Peanuts non sono solo pura evasione. Chi li conosce lo sa.
I Peanuts nascono dalla fantasia, da qualche complesso d’inferiorità e dal genio di Mr. Charlie Schulz, intorno agli anni 50, e sopravvivono indenni agli eventi mondiali fino al 2000 circa, fino cioè alla morte dell’autore. Ma non sono morti con lui, tutt’altro. Essi vivono, da allora, di vita eterna.
Cosa sono? O meglio, chi sono questi Peanuts? Sfido a trovare qualcuno che non li conosca almeno per sentito nominare… Qualcuno che non abbia mai visto una striscia, un cartone animato, che non abbia mai avuto un diario, un quaderno o una maglietta con uno di loro. Io stessa una maglietta con Snoopy ce l’ho da almeno vent’anni, sempre bella, sempre nuova, sempre attuale. Il simpatico bracchetto sul cotone color arancio ha un’aria sognante e dichiara, nella sua nuvoletta: “I love this place!”. Ovunque sia, nella realtà, questo posto da lui amato.
I Peanuts sono famosi e internazionali come Topolino.
E pensare che sono solo dei bambini disegnati. Protagonisti assoluti di fumetti che ormai sono la storia del fumetto stesso. Bambini un po’ particolari, a dire il vero, così teneri che neanche quelli veri, così caratteristici da prestare il loro nome a milioni di gadget, associazioni, oggettistica, qualsiasi cosa. Generazioni di ragazzi hanno preso in prestito quei nomi per appellarsi scherzosamente. Quanti di noi avranno soprannominato un amico Woodstock, o Charlie Brown…Forse mancherà qualche scuola ad essi intestata, ma magari un asilo nido che si chiama Snoopy, o Linus, da qualche parte esisterà.
La casa editrice Baldini Castoldi ha riunito le storie a fumetti dei Peanuts, nate come strisce, suddividendole in decenni. Ogni libro un decennio. Io mi sono impossessata degli anni ’80, forse perché sono i miei anni verdi. Quelli in cui ti senti conteso, lacerato, dubbioso: da una parte c’è l’età adulta che ti aspetta, con tutti i suoi problemi, dall’altra un’adolescenza che non ti decidi ad abbandonare, perché è una condizione che ti protegge. Insomma, gli anni ’80 sono gli anni dei miei vent’anni… Gli anni in cui finivo le superiori. Ed è a scuola che ho conosciuto i Peanuts, comprando i diari e i quaderni con le loro storie. E’ stato subito amore.
Vi presento i piccoli protagonisti di questo amore, che ancora dura nel tempo. Vi dirò perché me ne sono innamorata. Non è un segreto. In molti di loro c’è un po’ di me. In ognuno di essi, in effetti, c’è un po’ di tutti noi. In loro riscopriamo le nostre debolezze, i sogni, le domande inespresse, i dubbi feroci, la cattiveria dell’ingenuità, l’amore innocente. C’è così tanta umanità in quei piccoli che non sembra possibile che siano “solo” fumetti.
Questi bambini disegnati con pochi semplici tratti, sono solo bambini, ma hanno la capacità di pensare e ragionare come adulti. Per questo forse piacciono a grandi e piccini.
Il libro, chiamiamolo pure così, non è un romanzo unico, come si diceva, ma contiene tante storie, e lo sto ancora leggendo. Perché è impossibile portarselo a letto, o in qualsiasi altro posto. E’ scomodissimo. Lo tengo lì, vicino al divano. E quando sono stanca, malinconica, quando perfino l’aria mi opprime e il tempo incalza, quando la tv è desolatamente triste e vuota, io mi prendo la mia boccata d’ossigeno. E i miei piccoli mi fanno compagnia, accettano le mie risate e l’umido dei miei occhi.
Ecco Charlie Brown. Il bambino dalla testa rotonda. Lo sportivo mancato (come me!!), colui che perde tutte le partite di baseball con la sua squadra scalcinata. Un po’ saggio e un po’ depresso, afflitto da problemi esistenziali di così grande portata da richiedere invano i consigli terapeutici di una fantomatica analista: Lucy, bambina anch’essa, opportunista e bisbetica, dalla risposta salace. Eppure Charlie Brown ha anche un cuore che batte per una coetanea, la ragazzina dai capelli rossi. Amore impossibile e non si sa realmente perché. Povero Charlie. Timido e profondo. Tenero e sfigato. Charlie, i tuoi dubbi, talvolta, sono i miei. Come quando affermi “Sì, ho davvero paura di essere felice… ogni volta che sono felice succede qualcosa di brutto..”
Il cane di Charlie Brown è Snoopy. Bracchetto, sì, forse. Cane pensante e comunicante. Pilota d’aerei con la fantasia, perché basta il tetto di una cuccia per sognare di abbattere il Barone Rosso. Oh, a me serve molto meno, per sognare l’impossibile… E come non riconoscersi quando veste i panni dell’aspirante scrittore? Suo è il celebre incipit “Era una notte buia e tempestosa…”. Sue le decine di lettere inviate a editori che rifiutano regolarmente i suoi scritti strampalati, provocando nell’animale deluso fantastiche risposte come questa: “Signori, mi riferisco alla vostra recente lettera di rifiuto. Ritengo che ci sia stato un malinteso. Quel che desideravo da voi era la pubblicazione del mio racconto e 50.000 dollari. Non l’avevate capito?”. Straordinario Snoopy, mascotte di tutti gli scrittori! Amico di un uccellino, Woodstock, che parla con le aste…
Uno le aste, uno i pensieri: com’è facile intendersi quando c’è amicizia, comprensione e feeling. Questi due c’insegnano qualcosa.
Non dimentichiamo poi Linus. Fratello minore di Lucy, da lei bistrattato, piccolo, eppure così saggio. Aggrappato perennemente a una coperta e col pollice in bocca. L’immagine della tenerezza di un cucciolo. L’insicurezza aggrappata a un niente: la coperta come ancora di salvataggio, a significare che basta poco, pochissimo, per trovare il coraggio di vivere. E non è proprio così? Non ci aggrappiamo anche noi a qualsiasi cosa, la più inconsistente, per recuperare la fiducia in noi stessi? E non è altrettanto inconsistente ma necessario il bisogno di credere ad un Grande Cocomero, un Qualcuno che sta al di sopra e decide per tutti noi?
E poi Schroeder, genio musicale, Piperita Patty, autentica somara a scuola, e tutti gli altri.
Indimenticabili pargoli. Non sappiamo quanti anni abbiano e quale scuola frequentino. Vivono in un mondo di bambini, dove gli adulti non compaiono mai. Alternano la paura dell’interrogazione tipica di tutti gli scolari (così uguale alla paura degli adulti nei confronti di qualsiasi prova…) a domande e considerazioni astratte che non avranno mai risposte (LINUS: “Cosa fai qui Charlie Brown?” C.B.: Niente di speciale. Ho pensato di stare qui per vedere il mondo che passa. Non passa mai.”) .
In un parola, i Peanuts siamo noi.
Non lo sto leggendo questo libro. Me lo sto gustando. Un po’ per volta, come si fa con tutte le cose buone.
Pubblicato da Ramona il 04.10.06 10:42