L'invention du quotidien (Michel de Certeau, Luce Giard, Pierre Mayol)
Ma: forse non e' il massimo, parlare di un'opera avendone letto solo il secondo volume. D'altra parte posso dire di aver fatto il possibile per leggere anche il primo, e che solo quei pasticcioni di alapage.com, che evidentemente promettono piu' di quanto sappiano mantenere, me l'hanno finora impedito (ma io resto in speranzosa attesa). Comunque, L'invention du quotidien (L'invenzione del quotidiano, nel senso di vita quotidiana - non di giornale) di Michel de Certeau, Luce Giard e Pierre Mayol mi sembra, per la meta' che ne ho letta, un libro interessante e istruttivo (l'edizione oggi in commercio, in due volumi, nella collana economica Folio di Gallimard, e' stata aggiornata e integrata da Luce Giard e Pierre Mayol, ed e' preferibile all'edizione originale del 1980).
Il primo volume (quello che non ho ancora letto) e' riservato a un grande saggio di Michel de Certeau intitolato Arts de faire (Arti del fare). Si dice che sia assai bello, ma mi riservo di raccontarvene quando potro'. Dico solo una cosa, tanto per fare un inquadramento. Michel de Certeau era un sociologo, un esperto di letteratura mistica del Cinque-Seicento, e un gesuita. Lo sfondo di tutto il suo lavoro sociologico sulla vita quotidiana, come ho imparato leggendo la prefazione di Luce Giard a questo secondo volume de L'invention du quotidien, e' questo: da buon cristiano, e avendo difronte un maestro della sociologia determistica (se cosi' si puo' chiamarla) come Pierre Bourdieu, Certeau voleva difendere l'inventiva nella vita quotidiana, la capcita' del singolo o della comunita' di sfuggire alle deeterminazioni storico-economico-sociali per inventare una vita quotidiana non totalmente reificata (di questa polemica c'e' una sostanziosa traccia alle pp. 256-258 del secondo volume, nel saggio di Luce Giard: dove la posizione di Bourdieu viene senza giri di parole definita "dogmatica").
Ovviamente una posizione come questa va argomentata, e presumo che il secondo volume de L'invention du quotidien, intitolato Habiter, cuisiner (Abitare, cucinare), abbia anche la funzione di confortarela visione generale di Certeau. L'opera maggiore di Bourdieu, La distinction, me la sto leggendo nei momenti liberi qui a Pechino (dove sono ora); e poi, come si dice, mi faro' un'opinione (benche' i miei pregiudizi positivi nei confronti dei gesuiti siano noti... Pero' un allievo di Bourdieu, Marco D'Eramo, ha scritto un libro che mi ha affascinato, Il maiale e il grattacielo {Feltrinelli, anche nei tascabili}, un bellissimo saggio su Chicago... Quindi al momento non so per chi tenere...).
Al dunque. Habiter, cuisiner consiste di due grossi saggi: Habiter, di Pierre Mayol, e Faire-la-cuisine (Far da mangiare) di Luce Giard. Il saggio di Mayol e' dedicato alla vita quotidiana (all'abitare) in un quartiere di Lyon, la Croix-Rousse. Inizia con un capitoletto teorico, nel quale Mayol esplicita le "chiavi" che ha adoperate per comprendere il quartiere. La chiave maggiore e' quella della convenienza: la legge non scritta del quartiere, in base alla quale ciascun residente regola i suoi comportamenti al fine di raggiungere dei benefici simbolici; "La convenance est... au niveau des comportements, un compromis par lequel chacun, renoncant a' l'anarchie del pulsions individuelles, donne des acomptes a' la vie collective, dans le but d'en retirer des benefices syumboliques necessairement differes dans le temps" (p. 17
: "La convenienza e', a livello dei comportamenti, un compromesso grazie al quale ciascuno, rinunciando all'anarchia delle pulsioni individuali, concede degli acconti alla vita collettiva, con lo scopo di incassare dei benefici simbolici necessariamente differiti nel tempo"; nelle citazioni in francese non sono in grado di mettere accenti ecc. perche' la tastiera cinese che sto adoperando non me lo permette).
Ma, si domanda Mayol, che cosa e' esattamente un quartiere? La prima definizione e', diciamo cosi', materiale: "Le quartier apparait comme le domaine dans lequel le rapport espace/temps est le plus favorable pour un usager qui s'y deplace a pied a partire dalla sua abitazione" (p. 20: "Il quartiere sembra essere l'area nella quale il rapporto spazio/tempo e' il piu' favorevole per un residente che vi si sposti a piedi partendo dalla sua abitazione"). La seconda e', diciamo cosi', comportamentista: "Le quartier peut etre considere comme la privatisation progressive de l'espace public" (p. 20 sg.: "Il quartiere puo' essere considerato come la privatizzazione prograssiva dello spazio pubblico"), ed e' una definizione interessante: il quartiere e', potremmo dire anche, quella zona nella quale la vita privata (quella che si svolge tra le quattro mura di casa, all'interno delle relazioni familiari) confina con lo spazio pubblico, si prolunga (p. 21) nello spazio pubblico. Quando siamo in giro per il nostro quartiere (per compere, per spasso, per prendere un aperitivo, per lavoro ecc.) non siamo piu' nel nostro privato, ma siamo comunque in uno spazio pubblico che, a forza di abitarci, di frequentarlo, di avere relazioni con altri ecc., abbiamo in una certa misura privatizzato.
Il capitolo successivo del saggio di Mayol e' dedicato tutto alla grande chiave interpretativa, la convenienza.
La pratique du quartier est une convention collective tacite, non ecrite, mais lisible par tous les usagers a travers les codes du langage et du comportement; toute soumission a ces codes, comme toute transgression, est immediatement l'objet de commentaires: une norme existe, elle est meme assez pesante pour jouer le jeu de l-exclusion sociale en face des "excentriques", ceux qui "ne sont/font pas comme nous". A l'inverse, elle est la manifestation d'un contrat qui a une contrepartie positive: rendre possible sur un meme territoire la coexistence de partenaires, a priori "non lies": un contrat, donc une "contrainte" qui oblige chacun, pour que la vie du "collectif public" qu'est le quartier soit possible pour tous. [...] Le corps est le support de tous les messages gestuels qui articulent cette conformite: il est un tableau noir ou s'ecrivent - et donc se rendent lisibles - le respect des codes ou l'ecart, par rapport au systeme des comportements. (La pratica del quartiere e' una convenzione collettiva tacita, non scritta ma leggibile da tutti attraverso i codici del linguaggio e del comportamento; ogni sottomissione a questi codici, come ogni trasgressione, e' immediatamente oggetto di commenti: una norma c'e', ed e' abbastanza forte da permettere di mettere in atto l'esclusione sociale degli "eccentrici" e di qulli che "non sono/fanno come noi". Simmetricamente, questa norma e' la manifestazione di un contratto che ha una contropartita positiva: rendere posssibile la coesistenza in un medesimo territorio di partner a priori "non legati" [da parentela]; un contratto, dunque una "costrizione" che obbliga ciascuno, affinche' la vita di quel "collettivo pubblico" che e' il quartiere sia possibile per tutti. [...] Il corpo e' il supporto di tutti i messaggi gestuali che articolano questa conformita: e' una lavagna dove si scrivono - e quindi si rendono leggibili - il rispetto dei codici, o lo scarto, rispetto al sistema dei comportamenti) [pp. 26-27].
Il comportamento, in somma, viene trattato come un "linguaggio" con il quale ciascuna persona nel quartiere "discorre" continuamente con le altre; e ogni "discorso" - che avra' il suo oggetto specifico, volta per volta - e' anche un "metadiscorso" che definisce e ridefinisce la posizione del singolo rispetto al "sistema dei comportamenti", ossia alla "legge" del quartiere. La faccenda e' suggestiva (provate ad andare a spasso per un luogo sconosciuto, come e' per me Pechino in questi giorni, avendo queste cose in mente; e vi rendete conto di come questa "chiave interpretativa" sia potente), tuttavia ha il difetto (cosa ordinaria nelle scienze sociali) di essere in realta' piu' una tesi da dimostrare che uno strumento usabile per la descrizione/interpretazione. Non voglio negarne il valore; si tratterebbe piuttosto, e non ho idea di come si possa fare, di provare a delimitarlo. Mayol non sembra porsi molto il problema (ha tutta la cultura strutturalistica alle spalle, come potrebbe porselo?).
La parte affascinante del saggio di Mayol comincia ora. Avendo intervistato (e, immagino, pedinato) circa un centinaio di persone rsidenti a Lyon nel quartiere della Croix-Rousse, Mayol sceglie di descrivere la relazione col quartiere di un unico gruppo familiare. Un sintetico capitolo di taglio quantitativo ci introduce nel quartiere e nell'abitazione della famiglia R. Poi cominciamo a seguire le storie di negozi e magazzini, di percorsi all'interno del quartiere, di luoghi maschili (certi caffe') e femminili (certi negozi'), di tempi rigorosamente definiti (l'aperitivo in certi giorni a certe ore, in altri giorni ad altre ore; il mercato la domenica), di relazioni specifiche con certi personaggi del quartiere (il signor Robert, ad esempio, titolare di un negozio di alimentari che e' riuscito a restare "come una volta" pur diventando "tutto diverso), e cosi' via. Con annotazioni sorprendenti, ad esempio, sul controllo sociale esercitato sul consumo di vino e di pane (gli alimenti fondamentali: il pane, senza il quale non si puo' fare un pasto, che si risparmia, che e' un delitto sprecare ecc.; il vino, che esiste solo per il piacere, lo spreco, addirittura l'ostentazione ecc., pp. 122-143, tra le piu' belle ). Se Balzac avesse avuto bisogno di "negri" per le osservazioni sul campo, onde ambientare piu' realisticamente i suoi romanzi, Mayol sarebbe stato perfetto.
Il secondo saggio, Faire-la-cuisine, di Luce Giard, e' abbastanza curioso. Giard lo presenta come il frutto di una decina di interviste approfondite a donne di eta' compresa tra i venti e i quarantacinque anni (piu' o meno), e spende qualche pagina decisamente sopra le righe a celebrare il "coro di voci di donne" (p. 225) raccolto durante il lavoro sul campo; dopodiche' fornisce un'eccellente sintesi quantitativa sull'alimentazione in Francia alla fine degli anni Settanta (pp. 240-313) e allega senza alcun commento (e io ne avrei sentito il bisogno, di un commento) la trascrizione di una delle interviste.
Il volume e' completato da altri ammenicoli, tra i quali alcune pagine veramente belle di Certeau intitolate Les revenants de la ville (Fantasmi urbani, pp. 189-204) sulle politiche (e le ideologie, e le mitologie) del restauro e del riuso degli edifici urbani.
Finito questo rendiconto sommario, un paio di cose vanno dette:
- questo testo (che, se non ho capito male, e' comunque un testo "importante" nella storia della sociologia urbana e nella storia dell'impiego di metodi etnografici (interviste, osservazione partecipata ecc.) in sociologia, mi e' sembrato tanto interessante per cio' che racconta (e dico apposta: "racconta"), e tanto suggestivo per i modelli interpretativi che propone (e dico apposta: "suggestivo") quanto deludente dal punto di vista epistemologico. Ci sarebbero da fare delle domande. Cio' che un libro di questa specie racconta, e' vero? E in che modo e' vero? Che specie di verita' si trova in un libro come questo? E' possibile falsificare cio' che un libro come questo racconta? Esiste la possibilita' di replicare (in altri luoghi, su altre pratiche di vita quotidiana ecc.) il lavoro di ricerca descritto in questo libro? E' possibile in questo ambito di studi avere dei modelli interpretativi che non siano puramente suggestivi? E' possibile includere il ricercatore (il suo orizzonte di senso comune, il suo bagaglio di indispensabili pregiudizi, le sue rappresentazioni del mondo, le rappresentazioni del mondo del gruppo sociale al quale egli appartiene ecc.) in descrizioni come quelle che ho trovate in questo libro?
Del quale consiglio la lettura a chiunque sia interessato a studiare e conoscere la vita quotidiana, perche' mi e' parso un libro ottimo, utile, che fa pensare, problematico, eccetera eccetera.
Alla possibile domanda: "Che cosa se ne fa un narratore come te di letture di questo genere?", rispondo: "E che cosa volete che legga, un narratore? Libri di letteratura? La letteratura lui la fa (magari male, eh!), mica la legge. Lui legge il mondo".
Pubblicato da giuliomozzi il 25.09.06 04:46