10.09.06

Intervista ad Andrea Bergamini, su "Paradiso Amaro" di Afrika

di Federico

Paradiso AmaroParadiso amaro” di Afrika è un libro che sussurra.
Ti chiede docilmente di prenderti cura di lui. Ti si siede in braccio, ti seduce, per farti stare dalla sua parte. Quando l’ho terminato ero estremamente emozionato, direi quasi nervoso, perché avevo fretta di parlarne con qualcuno, avevo fretta di regalarlo, di prestarlo.
Leggerlo significa accettare una missione, arruolarsi nell’esercito pacifico di lettori che credono nella Letteratura, e nell’eternità di certe pagine.
Io ve ne devo parlare. Io vi devo dire di leggerlo, perché in questi tempi di guerre dovete allargare il vostro spirito, dovete essere pronti a contenere l’orrore senza smettere di sperare. Dovete saper riconoscere l’amore in tutto quello che muore. Non è facile, ma bisogna sporcarsi gli occhi, ingolfarsi il cuore per essere nel tempo.
Questo romanzo non è nostalgico, non è un documento. Non è un romanzo che vi spaventerà. Non vi colpirà allo stomaco con la sua crudeltà. Non cercherà di spiegarvi la follia umana.
Lavorerà per sottrazione: annienterà il vostro immaginario, non vi permetterà di cercare un colpevole, vi sgriderà quando vorrete piangere.
Vi denuderà. Vi lascerà avvolti in una coperta calda, che è la vostra compassione, che vi peserà addosso tanto sarà incontrollabile la voglia di scaldarci dentro le persone che amate.
In una vineria di Roma, ho incontrato Andrea Bergamini, l’editore che ha il merito di aver importato questo libro miracoloso e di averlo tradotto e pubblicato.

BDL: Dove hai trovato “Paradiso Perduto”?

A.B.: Quattro anni fa, prima di cominciare l’esperienza Playground, il direttore artistico del British Council, Brendan Griggs, di ritorno da un viaggio a Londra mi regalò “Bitter Eden” di Tatamkhulu Afrika e mi disse: “Andrea, se fossi in te, darei un’occhiata a questo libro”. Presi in mano il libro, lessi la quarta di copertina e ne fui attratto immediatamente, anche per ragioni biografiche. Infatti, mio nonno materno è stato in un campo di prigionia per soldati in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi sono cresciuto ascoltando i suoi racconti di guerra. In altri termini, ho avuto subito, rispetto alla storia e a quello che vi si raccontava, una disponibilità particolare. Questa disponibilità mi è stata molto utile, perché la lingua di Afrika è un inglese molto ricco, ostico per chi non è madrelingua, e quindi avrebbe potuto indurmi a una rinuncia precoce e, oggi posso dirlo, disgraziata. Però più proseguivo nella lettura e più, pur nella difficoltà della lingua, non riuscivo a staccarmi. Mi sembrava di vivere un’esperienza straordinaria, che si accompagnava a vere proprie sensazioni fisiche.
Io amo molto le narrazioni legate a quel periodo della nostra storia. L’ultima grande guerra in Occidente fra eserciti di cittadini è per me un tema molto presente e coinvolgente. Forse perché racconta una dimensione estrema della vita, così estrema da essere molto più rivelatrice sugli individui di quanto non riesca a essere il quotidiano. E in fondo il tema dell’individuo è il grande tema, credo, per chi ama la letteratura. Perciò penso che scrittori come Afrika, sono innanzitutto un privilegio a cui non dovremmo rinunciare. Sono uomini di talento che hanno vissuto situazioni che ci auguriamo di non vivere, ma utili a comprendere come l’uomo reagisca e agisca nell’inferno. Nella guerra l’uomo dà il meglio e il peggio di sé. Fra gli orrori della guerra, per esempio, si è assistito a momenti di solidarietà, di generosità estremi e inimmaginabili. Anche l’amore e l’amicizia maschile conoscono devozioni che fuori dalla guerra sarebbero impensabili. Trovo straordinario e vero il passaggio del libro di Afrika in cui Tom (l’io narrante e protagonista del romanzo, ndb) è sfinito dalla marcia, e si getta per terra, facendo capire alla guardia tedesca di voler essere ucciso. Danny (il compagno di cui si innamora, ndb) se lo carica sulle spalle e gli dice “Taci, stronzo, sei tutto quello che mi rimane.” E in questa affermazione di Tom è presente una devozione e allo stesso tempo una libertà che è data solo in circostanze eccezionali. In Occidente la guerra è un’esperienza che un uomo non conosce mai o una sola volta nella vita. Perciò le persone o la persona che vivono insieme a te quell’esperienza acquisiscono un carattere di unicità e di insostituibilità.
Tra l’altro mi colpisce come, assolutamente in controtendenza rispetto a tutti i libri che ho letto su quell’esperienza, Paradiso Amaro riesca a essere un romanzo realista pur attraverso una lingua poetica, ricca di immagini, che invece di nascondere la realtà, di addolcirla, la rivela. A volte le metafore abbelliscono, ingentiliscono la realtà, in Afrika, invece, hanno il potere di restituirla con una potenza raddoppiata.

BDL: Afrika propone una scrittura simbolica. I momenti di migliore poesia si inseriscono sempre in situazioni concrete (deiezioni, spappolamenti). Il risultato è un equilibrio perfetto. Afrika non contempla la possibilità di un tono orrorifico, si limita ad un tono nostalgico, e secondo me questo è un elemento di novità per un libro di guerra.
In tempi di Brokeback Mountain, in cui il machismo è uno stereotipo utile al suo rovesciamento, Afrika è più moderno perché descrive da una parte gli omosessuali (una categoria un po’ isterica, che cerca forsennatamente di esprimersi attraverso l’arte), dall’altra gli eterosessuali (che possono tuttalpiù concepire l’uomo come surrogato), e poi i due protagonisti al di fuori delle categorie, come se volesse sottrarli alle stereotipie. Poi c’è Douglas, un personaggio che a me ha subito fatto pensare a Didone. Sei d’accordo?

A.B.: La trovo un’interpretazione molto suggestiva. Credo, però, che la divisione che hai delineato sia il punto di partenza del romanzo. Progressivamente questa stessa divisione verrà “aggredita” e abbandonata. La figura del regista, ad esempio, omosessuale dichiarato nel campo, nel corso del romanzo assume sempre più caratteri “virili” ed interessanti. Non è l’isterica macchietta descritta da Tom nelle sue teorizzazioni spicce e piene di pregiudizi. Sarà infatti il regista a invitare Tom ad assumersi le proprie responsabilità, ad affrontare la situazione, quando Douglas sarà in difficoltà. Non è sentimentale e melodrammatico, così come veniva normalmente descritto l’omosessuale dell’epoca, ma la persona solida, ragionevole che mette Tom di fronte alla realtà delle cose. Quindi io credo che in realtà Afrika, in questo processo di crescente consapevolezza rispetto ai propri sentimenti, coinvolge tutti i protagonisti. Mi sembra che in Afrika ci sia la volontà di ammettere e quindi di esplicitare come egli abbia imparato da uomini come il regista, la checca appunto, ed in qualche misura anche da Douglas. Douglas, in fondo, non è un personaggio brutalmente assimilabile al prototipo della checca. Senza svelare nulla, possiamo dire che l’ossessività di Douglas non ha solo la sgradevolezza della nevrosi, ma anche l’onestà di chi ha avuto il coraggio di esprimere il proprio amore e di non camuffarlo. Il tuo riferimento a Didone mi sembra molto suggestivo. E ho trovato molto interessante anche la scelta di Afrika di inserire con un felicissimo espediente narrativo un riferimento, che non sveliamo, al teatro di Shakespeare (Macbeth), ossia il riferimento ad un teatro classico, dai sentimenti forti, che mescola il tragico e la commedia, cioè i generi, riallacciandosi alla scelta di Afrika di una lingua ibrida, che miscela poesia e prosa, mondo alto e “pisciate”.

BDL: E’ un amore che non si consuma.

A.B.: Non si consuma, ma non per un difetto di coraggio, mi sembra. All’inizio del romanzo l’autore parla della propria moglie. Per descriverla usa aggettivi non offensivi, ma di certo non del tutto affettuosi. E’ chiaro, però, che Afrika vuol dichiarare che con il matrimonio, dopo la guerra, ha fatto la scelta della medietà. Non è una scelta che Afrika considera particolarmente dolorosa o sbagliata, però, improvvisamente, il ricordo di quell’amore così intenso lo sconvolge. E’ come se Afrika avesse un conto aperto con la passione e a questo proposito non è casuale che Douglas lo ossessioni, perché Douglas per amore addirittura impazzisce.

BDL: Douglas mi ha scatenato dei sentimenti molto contrastanti. E’ come una zanzara.

A.B: Perché incarna una tipologia di persona che ci è capitato di incontrare spesso. Anzi, forse la verità è che almeno una volta nella nostra vita è capitato anche a noi di somigliare a Douglas, ovvero di essere ossessivi, assoluti nella passione. E’ per questa ragione che ci irritiamo davanti a Douglas: quante volte ci è capitato di essere disposti a farci umiliare per amore, proprio come Douglas o di non accettare disperatamente il rifiuto dell’altro?

BDL: Afrika rovescia l’equazione classica dei film americani: libertà=felicità.

A.B.: Infatti. Forse uno dei momenti più veri del romanzo è quando Danny riceve la lettera dalla moglie, che gli fa capire di non potere più aspettarlo oltre, perché banalmente la carne è debole. E lui è disperato, perché capisce che sua moglie si aspetta una brillantezza di prestazioni che dopo quell’esperienza, per Danny, è quasi impensabile. Dice infatti: “noi non siamo più niente, non ci funziona più niente”. In fondo tu aspiri alla libertà, e poi sei terrorizzato dalla libertà perché ti rendi conto che quel mondo non ti appartiene più. Ti rendi conto di non essere più lo stesso uomo che era partito per la guerra.
In questo Afrika sfata un mito. Nei campi per prigionieri, durissimi, dolorosi, a volte quegli uomini, piegati e umiliati dalla prigionia, erano terrorizzati dalla libertà. Mio nonno non avrebbe mai avuto il coraggio di affermarlo. E’ anche per questo che trovo straordinario Afrika.

BDL: E poi una sessualità al contrario: in corpi che deperiscono.

A.B.: Sono d’accordo, è un’ottima osservazione.

BDL: C’è un simbolismo della sessualità, intesa come viene intesa. Una sessualità che può quasi paragonarsi ad una buona azione.
Rispetto ai film americani, che ci hanno abituato a prigionieri muscolosi, la cui virilità non viene mai meno, qui Afrika lavora per sottrazione. Sottrae il corpo dalla fantasia del lettore, gli toglie uno strumento.

A.B.: E’ spietato. Sono corpi che repellono, che disgustano. Sono corpi che deperiscono, che puzzano, che scoreggiano, corpi che ospitano pidocchi. E tutto questo nella lingua di Afrika si avverte e si vede. Alla traduttrice, Monica Pavani, le ho chiesto perché secondo lei questo libro mi avesse così colpito e lei mi ha risposto: “Perché ha una caratteristica che è solo dei grandi romanzi: tu vedi esattamente quello che ti sta raccontando. Lo vedi in modo chiarissimo.”
Usa spesso delle metafore, che però rimandano con esattezza alla realtà che racconta.

BDL: Già. Una sessualità per sottrazione. Di solito avviene al contrario: una sessualità per addizione. E’ bellissimo.

A.B.: Sì. E’ sofferenza pura, anche perché il desiderio si accompagna sempre con la consapevolezza dei propri corpi che deperiscono. Prima avevano un’immagine di sé come uomini forti e la sessualità ne era in qualche modo l’espressione. Ora quella stessa sessualità si esprime in corpi affamati, deboli.

BDL: La traduzione, secondo me, ha reso benissimo il suono. La ciclicità del suono. Il silenzio è utilizzato sempre in momenti topici del racconto. Ogni volta con connotazioni diverse (“stoico e profondo”, “senza eguali”), alternandolo a suoni sgradevoli. Ipersensibilizza l’orecchio del lettore. I suoni, in questo modo, non passano mai inosservati.

A.B.: Difatti… Un momento centrale è la scena dell’usignolo. Clamoroso. Di una bellezza quel momento… (gli occhi si illuminano, NDB).

BDL: E’ un libro che si presta alla lettura ad alta voce.

A.B.: Sono d’accordo, infatti ho inviato il libro ad attori nella speranza che lo adottino e possano, magari, farne delle letture pubbliche.

BDL: Le pistole. Gli oggetti, come pegni della memoria, sono dei topoi dei libri o film sull’olocausto. Sono fondamentali perché ricorrono, e quindi ci aiutano a pensare al tempo come a qualcosa che scorre, che non resta fermo, creando un’atmosfera sospesa. Mi viene in mente, ad esempio, la bambina con il cappottino rosso di Schindler’s list. La novità di Afrika sta però nel rovesciare l’uso che dell’oggetto si fa. Se il cappottino rosso era essenziale alla bambina di Schindler’s list per non morire di freddo, qui le pistole si rivelano inutili, non vengono utilizzate. In tempo di guerra, al posto di due fedi, due pistole gemelle…

A.B.: Faccio una piccola premessa. Posso essere più o meno d’accordo con la tua lettura, ma trovo che da parte tua ci sia uno sforzo ed un’attenzione per il libro che mi entusiasmano, e mi entusiasmano perché mi ricordano che è un libro per cui vale la pena sforzarsi. Abbiamo a che fare, come fai notare tu, con un autore molto raffinato, straordinariamente raffinato. Da editore, che deve comunicare, che cerca di “sentire insieme” con un pubblico possibilmente numeroso, tendo ad avere un approccio al libro quasi immediato (Che mi dice? Mi commuove? Mi appassiona? Mi fa riflettere? Parla di me? La scrittura è originale o pretenziosa?) però, la tua lettura, la tuo opera di scavo è legittima perché Afrika è un poeta colto.

BDL: Il teatro ha un ruolo salvifico. L’arte in tempo di guerra può salvarti la vita. E’ questo il messaggio. Anche qui, Afrika si serve di uno dei suoi rovesciamenti: rovescia il concetto della “maschera”. Richiamando il teatro classico, ti fa credere che la maschera sia un mezzo di inganno. Poi però scopriamo che, al contrario, ha una funzione di svelamento nelle guerre tra i vari “io” del protagonista…

A.B.: Sì, tra l’altro sono le guerre vissute dall’autore. L’autore stesso non viveva del tutto serenamente i suoi desideri omosessuali. Ne approfitto per dire che Afrika è stata una figura interessante e particolare. Ha militato nell’ala militare dell’African National Congress, era amico personale di Nelson Mandela, un uomo che ha rinunciato alla letteratura per cinquant’anni, pur essendo assolutamente dotato, visto che a diciassette anni il suo esordio letterario aveva avuto grande successo. Era una di queste figure un po’ appartate, un intellettuale che aveva rinunciato alle lettere per dedicarsi alla lotta politica, facendo i lavori più umili e disparati. Poi, magicamente, a settant’anni riprende in mano la penna e diventa uno dei più grandi poeti di lingua inglese.

BDL: Di narrativa, Afrika ha scritto un altro libro, Broken Earth,a diciassette anni. L’hai letto?

A.B.: No, ho letto, il suo secondo romanzo “The innocent man”. Ho come l’impressione che questo suo ultimo libro (Paradiso Amaro) sia stato quello che per Roth rappresenta la trilogia. Il suo libro “perfetto”.

BDL: Come ti aspetti che venga accolto?

A.B.: E’ un libro che secondo me può durare, nel senso che è di una qualità così alta da non dovere temere il tempo.Non mi spaventa se non avrà subito milioni di lettori. Intanto, noi della Playground, ci siamo dati un anno di lavoro costante e ostinato per riuscire a promuoverlo.
Sono contento che sia piaciuto a Panzeri che ha scritto una recensione entusiastica per “L’avvenire”. Posso solo dire che è un libro raro.

BDL: Secondo me questo sarebbe un libro perfetto per trarne un film.

A.B.: Sì, e potrebbe entusiasmare più di “Brokeback Mountain”.
Il problema di Afrika è la sua provenienza, il Sudafrica. Quanti scrittori sudafricani sono conosciuti nel mondo? Coetzee e Gordimer. Due, basta. E’ il problema delle letterature cosiddette marginali. Però siamo qui per insistere. Credo ne valga la pena.

BDL: Ci sono scene memorabili. Penso ad esempio alla scena della disinfestazione dei prigionieri dai pidocchi.

A.B.: Sì. Mi ha molto commosso, perché me la raccontava sempre anche mio nonno. Mi diceva, ovviamente in dialetto mantovano: “Sai che facevamo tutte le sere? Ci tiravamo via i pidocchi”.

BDL: Oppure la scena in cui viene annunciata la fine della guerra…

A.B.: Bellissima!

BDL: Oppure quando Douglas si confronta con Tom nello stanzino. Ho pensato ad una resa dei conti finale, un po’ come Dorian Gray con il suo specchio. Non è un caso che la cicatrice che ne deriva apra e chiuda il romanzo.

A.B.: Ne approfitto per ricordare che “Paradiso Amaro” non è un libro di memorie in senso tradizionale. Abbiamo a che fare con un romanzo sapientemente costruito. Non c’è dubbio. Si fonda sull’esperienza concreta di Afrika, ma è un romanzo meditato.

BDL: Mi ha stupito il tono della narrazione. Non un tono che vuole terrorizzarci, o scatenarci una nausea. Non ci viene voglia di chiudere il libro e di lasciar perdere. Questa storia devi leggerla fino in fondo perché è un libro che ha una speranza…

A.B.: Me lo ha scritto anche Gilberto Severini. Nel dirmi che aveva amato il libro ha osservato che “come tutta la buona letteratura, è pieno di speranza”.

BDL: Utilizzando il simbolismo, secondo me Afrika vuole consegnarci gli strumenti per sopravvivere all’orrore, non vuole solo assicurarsi che non si ripeta.

A.B.: Sì, “Paradiso Amaro” è un libro che nel raccontarci quell’esperienza ci aiuta e ci consegna degli strumenti di interpretazione. Ovviamente non è banale pedagogia. Disprezza e condanna la guerra, ma non dimentica che anche in quelle circostanze estreme e drammatiche ha saputo vivere, ha conosciuto individui capaci di solidarietà. Non c’è solo il brivido dell’orrore, c’è anche l’idea che in momenti drammatici l’uomo può e deve non rinunciare alla propria umanità. E questo dà speranza.

BDL: Afrika riesce a farti vedere le cose, descrivendo i particolari in apparenza più insignificanti. Penso ad esempio alla scena della marcia, in cui ci descrive i piedi di Danny, il rumore dei passi che cambia: prima nella neve e poi sul duro e asciutto.

A.B.: Afrika ha un’ipersensibilità e a una consapevolezza più ricca di ciò che viviamo. Io trovo che sia un autore capace di aprire prospettive, come notavi tu, e non di messaggio (anche!), ma addirittura in termini di percezione della realtà.

BDL: Se volessimo trovare un limite di Afrika, relativissimo, questo è il nome. Cacofonico.

A.B.: Si tratta di uno pseudonimo e paradossalmente rimanda a una realtà africana apparentemente molto lontana dalla vicenda raccontata in “Paradiso Amaro”.

BDL: Quali saranno le prossime uscite della Playground?

A.B.: A Settembre esce “La dolcezza” di Christophe Honoré, un autore e regista francese. La storia toccante di una passione fra due dodicenni con sviluppi drammatici che non anticipo. Poi a ottobre il primo romanzo italiano della collana “High School”. L’autore è Davide Martini, un esordiente. Un libro fresco e ben scritto che racconta una storia d’amore fra due ragazzi in un liceo del Centro Italia.
E poi “Mysterious Skin”, a novembre, da cui è stato tratto il bel film di Gregg Araki. L’autore è Scott Heim ed è un libro molto ispirato, con una scrittura solida, sempre nel solco del’epos del ceto medio. Un libro che affronta senza pregiudizi il tema del desiderio nei bambini e negli adolescenti.
Sempre a novembre ci sarà poi una sorpresa che per adesso non anticipo.

BDL: Siamo un’accolita di lettori e lettrici. Hai qualche esperienza di lettura da consigliarci?

A.B.: Ah, io non faccio molta distinzione tra lettori e critici. Dico sul serio, non è una dichiarazione di democraticismo astratto. E’ una mia convinzione profonda.
Innanzitutto penso che ci sia molto talento in giro, e quando ti imbatti in un talento non hai mai perso tempo. L’errore, magari, è quello di scambiare il talento con il genio, e quindi un bel libro con un capolavoro.
Venga dalla appassionata lettura del penultimo romanzo della Joyce Carol Oates, davvero una grande autrice. Ne approfitto per dire, da piccolo editore, che non è vero che solo noi piccoli pubblichiamo bei libri, mentre le grandi case editrice hanno un occhio esclusivamente commerciale. Mondadori pubblica ancora dei bellissimi libri, l’Einaudi pure. Questa retorica sulla piccola editoria a volte mi infastidisce.
Forse uno dei libri che ho amato di più negli ultimi mesi è “Come mio fratello” di Uwe Timm. Anche questo libro è edito dalla Mondadori.
Posso dire che fra gli italiani mi piace molto Erri De Luca. Quest’anno mi ha molto emozionato “Scemo di Guerra” di Celestini.
Come dicevo, penso che ci sia molto talento in giro e che quindi si pubblicano molti libri interessanti. Ho letto, della collana Minimum Fax Classics, “Il nipote” di James Purdy e l’ho amato moltissimo. Trovo che Gilberto Severini sia uno dei più grandi autori italiani. Il suo “Ragazzo Prodigio”, edito da Pequod, è un bellissimo libro.

BDL: Il libro più bello che hai pubblicato?

A.B.: “Paradiso amaro” di Afrika e “Cioccolata calda” di Rachid O. Di “Paradiso Amaro” abbiamo parlato fino ad ora. Di “Cioccolata Calda” ci tengo sempre a ricordare che è il solo libro di cui ho acquistato i diritti leggendone solo due pagine, ed esattamente le prime pagine in cui il protagonista parla di suo padre. Mi ricordo che avevo in mano l’edizione francese della Gallimard e alla seconda pagina lessi: “Io non so che cosa voglia fare nella vita, so solo che voglio riuscire ad amare mio padre nella stessa misura in cui lui ha amato me” (allarga le braccia, NDB). Capii subito che avevo per le mani un autore speciale.

Paradiso Amaro - Tatamkhulu Afrika - Playground, 2006 - Traduzione di Monica Pavani - 13 Euro

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Pubblicato da Federico il 10.09.06 21:46

COMMENTI

Bellissima intervista, appassionante la chiacchierata sul libro. Non si può non rimanere incuriositi, tanto da correre in libreria appena possibile... Per la cronaca però, Bergamini fra gli autori sudafricani dimentica un nome famoso, quello di Wilbur Smith, che pur essendo nato in un altro stato africano, in Sudafrica è cresciuto, ha studiato, e ne ha fatto la sua vera patria. Certo, è uno di quegli autori un po' snobbati, ma è indubbio che è di grande vendite, e che tutti i suoi romanzi sanno far respirare molto bene la magia dell'Africa.
Detto ciò, complimenti ancora per la bella intervista e per la curiosità che hai saputo mettermi addosso. Magari fra un po' ne riparleremo, di questo libro.

da ramona il 11.09.06 08:48