04.09.06

Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. La prima lettura a staffetta. (11)

di Ezio Tarantino

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Horcynus Orca
Arrivato quasi alla fine mi volto indietro, scorro gli appunti presi durante la lettura.
Verso la metà mi sono fatto la convinzione che Horcynus Orca sia un libro di spettri. Non so se il paragone, certamente più espressionista che letterale, con Shining fosse sostenibile; l’episodio di Ciccina Circè, mi ha fatto pensare più a cose come Il sesto senso.
Che Ciccina Circè non esista è un’impressione che si attacca alle pagine come il vento umido di scirocco.

‘Ndrja deve passare lo stretto, lo Scill’e cariddi, ma non sa come fare. Un vecchio balordo gli ha suggerito di aspettare l’arrivo delle femminote, di circuirne una e salire su una delle loro scialuppe: sono tanto furbe, le femminote, da portarsele addirittura in casa, e le nascondono sotto il letto.
Purtroppo ‘Ndrja scopre che le barche nascoste sotto il letto non sono che scialuppe gonfiabili di cui c’è poco da fidarsi.
Ma ecco apparire nel buio una figura scura, di cui non verrà mai descritto il viso, di cui non sapremo mai se sia brutta o bella: ci bastano gli occhi luminosi, le trecce lunghe (perché hanno un ruolo importante durante la traversata) e la voce scura. ‘Ndrja, disteso sulla rena, con corpi di delfini morti al fianco, finge di dormire, o forse il suo risveglio è un’illusione. Si accorge della sua presenza, si alza, va con lei.

Dal nulla appare Ciccina “maga” Circè, offrendosi con modi spicci di portare il soldato dall’altra parte di questo Stige attraversato da bastardelli, correnti benigne che aiutano i naviganti, remando da marinaia esperta, forte, ruvida e misteriosa, aiutata da un campanellino fissato a prua per attirare le fere (o delfini) che con il loro agitarsi tengono lontani - dice - i corpi dei soldati morti nelle battaglie della guerra; poi una volta arrivati dall'altra parte, e dopo aver rimpianto per tutta la durata del viaggio il suo amato, scomparso “Baffettuzzi” ama ‘Ndrja velocemente accogliendolo nel suo "largo petto mammelluto, e questo allora sembrò aprirsi al taglio del suo fianco, rientrare profondamente e dilagargli intorno, in un biancore di schiuma, come l'ondata che viene a infrangersi contro uno scoglio e speronata, gli si apre intorno schiumeggiando e sembra allora che se lo risucchi e incorpori. Se la sentiva spandere ed espandere intorno alla spalla, lungo il fianco e sotto il gomito: molle, spaziosa e fluttuante, che sciacquava sotto il corpetto allacciato alla vita, come si fosse partorita quello stesso giorno e fosse ancora gonfia e traboccante di latte. Intanto, però, s'imbeveva dell'odore d'olio d'oliva delle sue trecce, un odore forte e trasudante come le avesse calate dentro una giara.".
Quindi scompare, risucchiata dall’oscurità dello Stretto. Di lei non sapremo più nulla. Ha assolto al suo compito.

Arrivato a casa è ‘Ndrja ad essere scambiato per uno spettro, dalla mamma della sua giovane fidanzata, Marosa Orioles, che si aggira per la spiaggia ispirata da un sentire misterioso e urgente. ‘Ndrja si nasconde o non può comunque essere visto? E il viso di Ciccina era protetto dall’oscurità o era solo sognato e quindi dalle fattezze irriferibili?
‘Ndrja finalmente ritrova il padre, Caitanello. Ma che padre? Un uomo che parla con i morti, che evoca la Morte (Nasodicane) per liberare la sua adorata Acitana, la moglie morta di parto mentre lui era per mare. Con la quale continua il suo ininterrotto discorso amoroso, i suoi vezzeggiativi, le loro rappresentazioni tragediate di Granvisire e Masignora, cambiamenti di identità, giochi di immedesimazioni, scambi di ruolo, colloqui notturni per sconfiggere la carestia di pesci e di parole che attacca il marinaio disperato afflitto dalla fame.

‘Ndrja ha pena e vergogna per il padre. Già da bambino si era fatto carico di essere lui l’anima razionale della famiglia; ma ora, avvolto nell’odore forte di aceto marinato con cui si cerca di addolcire la fetida carne di fera, vede solo un uomo vecchio e folle.
Che non lo riconosce. O da cui non può essere riconosciuto? Sempre che il vecchio Caitanello sia vivo, o non sia anche lui ombra, come quei vecchi pescatori che salirono sulla barchetta che era stata culla e poi bara del loro ultimo viaggio.

Il dialogo fra Caitanello e ‘Ndrja, registra una sofferenza muta, trascinata in un rinvio dell’agnitio quasi comico (e il riconoscimento, nella tradizione, spesso lo è). Il figlio, come resuscitato, torna al padre e questi non lo riconosce. Riconosce il fantasma della moglie, la bella Acitana, ma non il figlio, che è lì in carne e ossa.
In carne e ossa?
Dovrà toccarne con le sue vecchie mani tutto il corpo, nella penombra della notte, per essere sicuro che si tratta proprio di suo figlio. Dovrà palpeggiare il viso, il petto, l’affarecinese (ci siamo capiti?) per poterne alla fine essere sicuro.

Ma poi si fa giorno. Le ombre prendono forma, i vivi diventano spettatori della drammatica scena della morte dell’Orca, la Morte della morte dei mari, o meglio - al punto dove sono arrivato - la sua straziante agonia.
(ma prima c’è ancora il tempo per uno spaghetti-western alla Sergio Leone, nella estenuante lunghissima, trascinata sequenza della trattativa fra il servo Sanciolo e la comunità di pellisquadra cariddoti, tutta risolta in iperreali primissimi piani: la bocca di Luigi Orioles che biascica sillabe senza riuscire, senza potere andare avanti; i suoi polpastrelli che tamburellano sulla spalla di ‘Ndrja un alfabeto Morse di sottintesi, di "putacaso", di detto-non-detto; sullo sguardo di ‘Ndrja e il suo reiterato “non è giusto… non è giusto”…
Ma non corriamo. A te, Giorgio, la penna.)

Pubblicato da Ezio il 04.09.06 14:45

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