Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. La prima lettura a staffetta. (12)
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Parlare, Ezio, come tu fai, di Horcynus Orca come di un libro di spettri mi sembra illuminare alcuni aspetti dell’opera. Anch’io in più brani dicevo di aver avuto l’impressione di leggere un delirio, un sogno a occhi aperti. E dirò più avanti che la Sicilia trovata da ‘Ndrja pare una terra dei morti. Insomma, questa lettura a più voci rende evidente come un grande libro abbisogni di più lettori – e forse nemmeno la somma delle letture potrà esaurirlo. Ma andiamo avanti col testo…
“Venne marte e marte veramente fu per l’orcaferone”. Così comincia l’ultima parte del libro, con una prolessi che ci immette nell’atteso epico scontro finale.
A dire il vero, bisognerebbe, più propriamente, parlare di attesa delusa. D’Arrigo riprende la tradizione, ma per rovesciarla. A dare il colpo mortale all’orca non è l’uomo, non è l’eroe, ‘Ndrja non c’entra: sono le fere. Esse scodano l’orca (d’ora in poi scritta con l’iniziale minuscola) basandosi sulla loro “genialità di mente accoppiata alla più barbara scelleratezza” e rivelandosi veramente come l’equivalente ferino dell’uomo civilizzato (l’uomo intelligente e “occhialuto” di cui parla Svevo nella pagina finale della Coscienza?). Per l’animalone inizia una lenta agonia – anche se morendo continua a dare la morte, con le “fauci che si aprivano e chiudevano pestando, sputando, inghiottendo, eruttando ossa e sangue”.
Insopportabile, alla lettura, il dramma dell’orca: “scodata e immortale, era il peggio che le potesse capitare”, ridotta a “un gigantesco, nero, miserrimo rottame… orrendo, ridicolo e contempo pietoso a vedersi”. L’uccisione del mostro non segna un ristabilimento dell’ordine, come nella mitologia antica e nelle leggende medievali. Ma sentiamo che quanto avviene ci riguarda. E’ come la morte di una parte intima di noi. Una menomazione irreparabile, una castrazione che ci riduce muti e impotenti. E fa dell’orca, lo vedremo fra poco, una figura di ‘Ndrja.
Mi ritrovo anch’io, come i pellisquadre e come ‘Ndrja, a guardare questa agonia come se fosse un cataclisma psichico, con “qualcosa che non si poteva dire, qualcosa di oscuro e indefinibile, come una sensazione fisica esaltante e contempo malinconica, un barbaro senso di ebbrezza, di allegria, e contempo d’incontenibile, traboccante nostalgia per qualcosa che non avrebbero mai saputo dire, ma che doveva fatalmente essere qualcosa di diverso e di contrario a quella esaltazione fisica, a quella ebbrezza e allegria, qualcosa di simile alla vita di fronte a qualcosa di simile alla morte… anche se pareva esserci qualcosa di vizioso in questo… era quell’alito di mare, tremendo, oscuro, rigurgitante di fatalità e di catastrofe che sentivano e ogni volta, nel momento che lo sentivano, speravano, si desideravano con tutto l’animo di non sentirlo più… e contempo, col cuore strano, spaurato, stranamente spaurato, come fosse più forte di loro, speravano, si desideravano con tutto l’animo, di risentirlo ancora, di poterlo risentire perlomeno ancora una volta”.
Se ‘Ndrja ha la statura di un eroe epico, è per altro. E’ perché “qua, ora, sullo scill’e cariddi… ogni fatto, ogni persona, ogni cosa, ogni vista e ogni pensiero per ogni vista, era come se lo riguardasse di persona, come se lo chiamasse col suo nome e cognome, lo chiamasse responsabile, corresponsabile, a tutto quello che succedeva”. Prima Ulisse in viaggio, poi Mosè che passa le acque, poi Cristo resuscitato dalla guerra, poi Achab che non combatte nemmeno la sua battaglia, poi Renzo Tramaglino in cerca di una identità certa, adesso ‘Ndrja è un nuovo Amleto, che tornando a Cariddi trova il mondo sottosopra (lo scopre davvero solo adesso, come la guerra abbia lasciato “macerie a terra e solitudine a mare”) e si sente chiamato a rimetterlo in sesto.
Parallelamente al dramma dell’orca si consuma quello dei cariddoti di vedetta dallo sperone sulla scogliera. ‘Ndrja s’accorge che essi, che avevano fama di essere tutti d’un pezzo, “con la guerra, s’abbassarono i pantaloni”. Essi, che non ne avevano mai voluto sapere di pescebestino, verdoni, fere, adesso invece, a vedere l’orca in agonia, segretamente smaniano “di mettere le mani sopra a quelle tonnellate di carne bestina”. E lo farebbero, se solo trovassero il modo di trascinare a riva l’orcaferone, e nel desiderarlo è “come scappassero da dentro se stessi”. Però nessuno ha il coraggio di dirlo a parole.
E’ ‘Ndrja che lo fa: “Che peccato, però… se st’animalone… si scatafascia qua davanti, finisce magari che ci fete sotto il naso e noi, grandi babbigni che non siamo altro, non ce ne approfittiamo”. E’ il via a una nuova discussione: con don Luigi, custode delle tradizioni, che ricorda ai pellisquadre il bell’onesto del loro mestieruzzo”; mentre il signor Cama, razionalista e pratico, sostiene che ciò che conta è che “c’è una fortuna là, c’è una miniera di roba: perché l’orca… quella peste nera… è tutta buona dalla testa ai piedi… o si mangia o si scangia con moneta… pelle, lardo, carne e ossa”, per trarne olio, pettini, pugnali, frecce, zoccoli, forchette, coltelli. Si stabilisce un nuovo parallelo tra orca e comunità, quando anche il mostro si vede degradare nel giudizio del signor Cama, che lo definisce non più Orca vera, ma pseudorca.
* * *
Arriva uno zatterone inglese che sbarca lo scagnozzo Sanciolo, mentre il Maltese omosessuale, timoroso della manovra, rimane su: vengono per concludere il reclutamento di 'Ndrja per la regata. Mentre gli inglesi s’accorgono dell’orca e s’allontanano per dare un’occhiata, Sanciolo, per fare capire che “non venne per vendere, bensì per accattare, per regalare anzi”, tira fuori il biglietto da mille destinato a ‘Ndrja e lo esibisce ai presenti. ‘Ndrja da una parte ne è disgustato, e sbalordito della “piccolezza e meschinità di quel pezzettino di carta, che non faceva godere né occhio né spirito”; dall’altra vorrebbe essere utile ai pellisquadre: infatti solo lui potrebbe ottenere attraverso il Maltese che gli inglesi trainino l’orca fino alla marina.
Ma i modi volgari dello scagnozzo lo disgustano. Per far cessare il battibecco tra ‘Ndrja e Sanciolo, don Luigi fa l’occhiolino a ‘Ndrja: e a ‘Ndrja crolla il mondo. Questo occhiolino, questo espediente trucchigno, ruffianesco, scellerato gli fa l’effetto “come se la terra gli si muovesse sotto i piedi”, gli sembra “di avere le vertigini e di oscillare”. Capisce che la sua stessa idea di chiedere al Maltese di far arenare l’orcaferone è venuta a don Luigi e ne rimane “ribellato in sangue”. E’ un’idea “naturale per lui” pensa, che è “solo uno sbarbatello”, ma contronatura per il vecchio pellesquadra. Tanto che don Luigi, lui testaricca, marmoreo, dall’agire franco netto leale spartano, “al solo venirci in contatto, anche solo in pensiero”, s’altera e sembra “un nuotatore che alla disperata, già preso d’asfissia, non appena getta la testa fuori… storce la bocca tutt’aperta per pigliare una gran boccata d’aria”. ‘Ndrja gli vede in faccia, tutti d’un colpo, “gli anni giusti… la vecchiaia”. Il vecchio pellesquadra suda, balbetta, segno che a incarognirsi ci soffre anche lui, mentre ‘Ndrja si ripete “Non è giusto, non è giusto”. E’ un brutto segno, vuol dire che il mondo s’è veramente rivoltato, perché “il pesce, di là comincia a puzzare, dalla testa”.
Anche il padre Caitanello appare imbambinito, e gli altri pellisquadre “inselvaggiti dal non fare, alterati… immammalucchiti ”. ‘Ndrja si sente l’unico “pazzo savio o savio pazzo”. Per tredici pagine D’Arrigo parla dell’occhiolino, per trentacinque del checchiare di don Luigi, per sei ‘Ndrja si ripete “non è giusto” – e tra queste c’è tutta una pagina di sinonimi per dire la falsità di don Luigi, in una lingua insieme colta e popolare che sfida in virtuosismo analoghe pagine di Porta e Belli. Finché ‘Ndrja per bloccare l’incarognamento di don Luigi afferra Sanciolo per il collarino del giubbotto e gli spinge le dita contro la gola. Don Luigi capisce e rimane “senza spirito e come disamorato”.
Per resuscitare l’antico spirito di don Luigi e dei pellisquadre da questa sorta di morte civile ‘Ndrja ha un’ultima risorsa: assicurare che con le mille lire che guadagnerà con la regata farà costruire una nuova barca. D’Arrigo dà voce al sentimento di ‘Ndrja in un bell’intermezzo lirico dedicato alla barca (“Oh, la barca, che si può dire che gli fa da culla e bara al pellisquadra”) che mi ricorda quello dedicato da Gogol alla trojka ne Le anime morte. Ma ai pellisquadre, fatti tutti “vermi di terra” e contagiati dall’idea del guadagno da trarre dalla carogna dell’orca, la barca ormai non li intriga più. Anche don Luigi non reagisce. ‘Ndrja è sconsolato: “Il punto quello è, se uno si alterò o no, se è quello che fu sempre o se non è più quello: in meglio o in peggio, resta il fatto che si alterò… e questo… meglio, non può proprio essere”. E in più si sente in colpa perché l’idea prima riguardo all’arenamento dell’orca l’aveva avuta lui, ‘Ndrja in persona.
* * *
Mentre lo zatterone con a bordo il Maltese prende la via del ritorno, ogni occhiata dei pellisquadre a ‘Ndrja assume “tutt’un’aria ruffianesca, compiaciuta compiacente”, e quando il Maltese sbarca le battute si fanno proprio sporche, sboccate, infami, scellerate, tutte a incoraggiare il fottisterio tra ‘Ndrja e il Maltese: “’Ndrjuzza ci rimette per caso?” dicono. “L’importante è salvare la patria”, cioè a dire fare arenare l’orca. Ma siamo sicuri che si tratti di salvare la patria e non l’“affare”? A ‘Ndrja pare di non poter cambiare nulla e che tutto sia già successo. Ma ciò che più lo lascia pensieroso, “avvisaglia del peggio”, è la frase che sente mormorare a don Luigi: “Si fece lontana la barca, ‘Ndrja”. Prima gli pare un “commentario della rovina”; poi le parole gli arrivano stonate, mute, sorde; poi gli sembrano esprimere il risentimento di don Luigi nei suoi confronti; infine l’arenamento dell’orcaferone gli pare “meno di uno sputo nel mare”, segno forse che lui stesso, ‘Ndrja, s’è “mezzo persuaso a fargli arenare l’orcagna”.
A ‘Ndrja soprappensiero sembra che “barca” suoni come “bara”. Rivede la sua storia recente, ripensa al passaggio dello Stretto sulla barca di Ciccina Circé, e ha “l’impressione di essere morto e vivere da vivo il suo traghettamento per mano di donna verso la morte, verso dove vivono i morti”. E io che leggo ho le vertigini. La Sicilia diventa l’isola dei morti; Ciccina Circé, che ha affermato la vita contro la morte, un passaggio verso la morte essa stessa; Horcynus Orca la storia di un nostos impossibile, una Divina Commedia all’incontrario.
‘Ndrja “se ne risentiva dentro talmente un senso funereo, talmente nel senso di quell’immalinconimento che era come se il suo animo si separasse a quel punto, in quel giorno, a quell’ora, in quel momento, non da una parte della vita, ma da tutta intera la sua vita, perché era come se la sua vita si svagasse di tutto, tutta in una volta, e nell’attimo stesso, per il fatto stesso che si smagava, la perdeva”. “Il mare si seccò” pensa ‘Ndrja “la carcassorca l’appestò… anche se ancora non mi vedono, morii fatalmente pure io col duemari”. Persiste la sensazione di essere lui all’origine del degrado. La morte volontaria di don Ferdinando Currò gli pare una previsione del destino suo e della sua comunità. La parola “arca”, come adesso suona la “barca” che continua a mormorare don Luigi, diventa non l’arca che salva la vita, ma quella che salva dalla vita, da questa specie di vita.
Ma con la mente ancora al significato delle parole di don Luigi, in un silenzioso monologo interiore di sessanta pagine fitte fitte da inserire nella migliore tradizione novecentesca e che mi lasciano senza fiato, ‘Ndrja arriva a pensare che don Luigi abbia voluto fargli un onore, invitarlo a “decidere cosa è bene e cosa è male per gli altri… decidere che il male, alla finfine, è scegliere la morte contro la vita”. D’altra parte, finché non era entrato in scena don Luigi, e poi gli altri pellisquadre, quella, di far arenare l’orcaferone, lui l’aveva ritenuta un gran trovata: e “la sua incazzatoria nasceva anche da questo… questo che significava: o che lui era tornato di guerra più ingenuo o che era tornato più alterato di loro”.
L’unica cosa certa che gli resta è la barca che pensa di ordinare coi soldi della regata. Con la barca in mente va incontro al Maltese, a cui chiede di far arenare l’orcaferone: il che viene fatto prima che finisca il giorno. L’orca è già morta: e anche i pellisquadre, come me, rimangono delusi. Dalla morte dell’orca ci si sarebbe aspettati un impressionamento maggiore, che facesse “tremare terra e cielo”, non una morte così ordinaria. Eppure fa impressione lo stesso, col mare che vi mareggia dentro, facendovi flusso e riflusso e facendola sembrare viva. “Eccola là, la famosa orca che dava morte: goccia di pioggia tornata all’acquasale, polvere tornata alla polvere dell’immensità marina… Se non era immortalità, quella, era certamente qualcosa che le rassomigliava assalissimo, qualcosa di meglio forse della vera: perché, certe volte, è più comodo avere la fama di essere qualcosa che essere quel qualcosa”.
Pubblicato da Giorgio Morale il 08.09.06 12:49