Caos calmo di Sandro Veronesi
di Cletus
Ho ricevuto in dono questo libro per San Valentino (insieme ad un altro libro già recensito qui in bottega).
E' rimasto, per mesi, in lista d'attesa. Ultimamente, non so spiegarmi come, m'ha ripreso il piacere di leggere. Anche roba lunga. Anche romanzi di tre-quattrocento pagine. Non credo sia solo maggiore disponibilità di tempo, o almeno, non voglio pensare sia solo questo. Forse è come un allenarsi. Riprendere a leggere, anche cose lunghe, serve a fare fiato. A scrollarsi di dosso quell'apatia che ti porta a leggere "solo" cose brevi, racconti, appunti, articoli.
Fra l'altro, la lettura di questo testo non ha preteso alcuno sforzo. Scorre che è una bellezza. La narrazione in prima persona, l'assunzione di responsabilità di chi lo ha scritto, se ben utilizzata, produce di questi effetti: ti invoglia ad ascoltare.
E cosi inizi e ti spari, senza accorgertene quasi settanta pagine in qualche ora, pigramente disteso sulla sdraio in giardino a prenderti l'ultimo sole dell'estate. E la voce di Veronesi è credibile. Anche troppo. Giusto un paio di cadute di tono. Una citazione, molto ben incastonata peraltro, di una lettera di reclamo al servizio clienti (da antologia), che lessi sul corrsera, di un tizio che si incazzava con la ditta produttrice di un computer perché gli si era rotto il porta lattine. Dopo un fitto scambio di email-telefonate alla fine si è capito alludeva al piano, estraibile, del lettore dei cd. L'altra uno "strepitoso" posizionato davanti ad un piatto di spaghetti, che forse come aggettivo ho trovato un po troppo abusato. Quisquilie, la storia è davvero originale, e l'impianto (l'autore sostiene di averci lavorato su quattro anni, e si vede) è forte e lo finisci con una certa soddisfazione.
Sono contento che in Italia ci sia gente che scrive cosi. Che è capace di trasferire su carta, dentro una narrazione, tanti addentellati, come un acquerello della vita che ci circonda. Forse circonda di più un "certo" tipo di gente, forse è un po troppo indugiante sui tic e i vezzi di una "certa" società, e a volte, invero, la tentazione sociologica sembra prendere il sopravvento rispetto all'angolazione, invece, tutta umana, di scavo dei comportamenti, delle reazioni, degli uomini, delle donne, a prescindere dal loro 740. Ma è un vago sospetto, che non invalida, più di tanto, un gran bel romanzo.
La storia per grandi linee è quella di un uomo, professionista affermato, di buona famiglia, al quale, mentre salva da morte certa una donna da annegamento, muore la moglie per un aneurisma. Rimasto solo con la figlia comincia a sostare nel parcheggio sotto la sua scuola, tutti i giorni, per settimane, mesi. E' la storia di una solitudine, della solitudine che però non indugia su se stessa, ma anzi, attraverso la comparsa, come su di un palcoscenico immaginario, di tanti altri personaggi con diversi gradi di importanza nella sua vita, aiutano quest'uomo a ritrovare piano piano se stesso, ad accettarsi, nei suoi slanci d'altruismo, come nelle proprie bassezze, nel confronto con gli altri, sereno, nel viversi nel "caos calmo" gli accadimenti, di lavoro, affettivi, famigliari, che la vita, imperterrita, continua a fargli accadere. Un ottimo lavoro, non banale, anzi.
Ho ripreso e stampato, alla fine del libro, un suo intervento disponibile online, sul sito di minimum-fax. L'avevo letto anni fa e lo trovai un tantino spocchioso, quell'aria, per intenderci, che hanno i capitani dei marines, cosi bene immortalati in tanta filmografia, che col tono grave, a plotone schierato, prima dell'imbarco per il fronte, cinicamente pronosticano in un numero contenuto nelle dita di una mano, quelli che avranno la fortuna di ritornare. E' un paragone forte, d'accordo, ma chi crede può andarselo a leggere, rileggendolo non mi è sembrato cosi brutto, perentorio e carico di cinismo come la prima volta.
Altri lettori ?
Pubblicato da Cletus il 06.09.06 14:13
Caos calmo è un libro ben scritto e dotato di una solida struttura, sono d’accordo con Cletus. La cura che Veronesi applica alla descrizione di certi particolari (sui quali impiega un efficace procedimento induttivo che il lettore assapora pagina dopo pagina) e gli aneddoti che arricchiscono lo scorrere della narrazione danno, inoltre, un valore aggiunto. Ma, del resto, tutto questo è il minimo che ci si possa attendere dall’ottimo scrittore quale è.
C’è un dettaglio non irrilevante che, nella mia personalissima visione, indebolisce la forza di questo romanzo. C’è questo inizio stimolante, questi due adulti (tra cui il protagonista-voce narrante) che giocano a fare i ragazzi su una spiaggia toscana, due uomini realizzati e consapevoli di un successo che non lascia spazio al rimpianto. E poi il salvataggio (vorticoso e coinvolgente) e la morte improvvisa della moglie del protagonista. E la sua decisione, quasi per scherzo, di passare le proprie giornate davanti alla scuola di sua figlia, lui vedovo, lei orfana per metà. La processione dei colleghi, a quel punto, segretarie, dirigenti come lui, e poi su fino ai presidenti, gli dei che scendono sull’asfalto di un parcheggio per conferire, confessarsi, proporre, tradire. Ed è qui, nel momento preciso in cui il comportamento da perdente si ribalta in campione del gran rifiuto che la mia personale sospensione dell’incredulità ha vacillato. E il paragone, a quel punto, con Il barone rampante di Calvino è stato naturale. Cosimo Piovasco di Rondò sale sugli alberi e Pietro Paladini si rifugia nella sua auto parcheggiata: entrambi assurgono (secondo i rispettivi contesti) ad eroi. Ma ne I nostri antenati (forse è inutile dirlo ma lo scrivo solo per completezza di ragionamento) l’universo metaforico e fiabesco non è elemento trascurabile e quella scrittura….
A Caos calmo, invece, manca la ‘leggerezza’ che Veronesi dimostrava ne La forza del passato, manca quel senso del grottesco che in quel romanzo permetteva di sostenere anche le svolte più inverosimili. Qui, al contrario, fin dall’inizio, la voce si fa così vicina al lettore, così confidenziale e sincera, da far vacillare, all’apice della perseveranza di Paladini, il rapporto di fiducia ch’era stato così sapientemente costruito dal narratore. Sta tutta qui, secondo me, la debolezza di questo libro, forse addirittura una regressione alle fragilità de Gli Sfiorati.
da Fabio il 08.09.06 18:50
è proprio ne Gli sfiorati che ho letto le pagine più belle di Veronesi.
e con piacere ritrovato quei sentimenti deboli, fragili, in Caos calmo, tenuti a bada per non sapere nulla del dolore che l'avrebbe invaso, forse.
molto bello, con qualche punto duro, qualche momento strong che tutto sommato si perdona facilmente.
lo stile dello scrittore io credo che si modifichi con l'età.
da pispa il 09.09.06 08:20
Ho letto gli Sfiorati quando è uscito, (mi sembra il 90, ma potrei sbagliarmi) io studiavo all'università, leggevo soprattutto scrittori americani e non avevo simpatia per quelli italiani. Gli Sfiorati mi fece riconciliare con la categoria. Mi è sembrò un libro emozionante, e una storia costruita come il meccanismo di un orologio, o come un cherchio che si chiude perfettamente, e così ancora lo ricordo. Dopo mi prccurai anche il primo libro di Veronesi, quello che era uscito per Theoria. Non sono riuscita, invece, a leggere nient'altro di tutto quello che ha scritto dopo, (tranne gli articoli raccolti in Supergiovane) per paura di rimanere delusa. Forse proverò con Caos Calmo.
da teresa il 09.09.06 10:04
"Venite venite B52" è un altro libro di Veronesi, carino, da leggere.
nei suoi romanzi parla spesso di rapporti tra padri e figli, questo è scanzonato, bello.
anche "Da dove parte questo treno allegro" non è male, ma ingrana dopo un po', secondo me naturalmente, e vale la pena. leggero.
ho letto che ha scritto "No man lands" o mi sbaglio? perché il film mi è piaciuto molto, immagino che anche il libro, se c'è, valga la pena.
da pispa il 09.09.06 12:58
ho riletto il mio commento, scusate gli errori...
sono dislessica, è ufficiale :)
da teresa il 09.09.06 13:51
no, mi correggo.
Veronesi ha scritto la pièce teatrale di "No man's land" tratta dalla sceneggiatura originale del film, di altro autore.
scusate.
da pispa il 09.09.06 23:12
Stranezze della vita. E della letteratura. A me Gli sfiorati ha fatto l'effetto opposto. Dopo averlo letto ho smesso, per anni, di leggere romanzi italiani.
Ora non saprei riferirne, in dettaglio, le ragioni, è passato troppo tempo. Né posso verificarle facilmente, giacché ho frapposto più di mille chilometri fra me e quel libro.
Sono andato a cercare nell'archivio di it.cultura.libri scoprendo che anche lì ne scrissi in modo davvero feroce: l'ho giudicato perfino più brutto di Macno di De Carlo.
Ciao,
ezio
da ezio il 10.09.06 13:12
La critica (trafiletto tratto dal Corrsera dell'8 luglio scorso, pagine della Cultura)
L'Osservatore boccia Veronesi: "Troppo sesso in quel romanzo". "Troppe pagine voyeuristiche", troppe "squallide descrizioni di performance sessuali", insomma troppo sesso nelle pagine di Veronesi: l'accusa arriva dalle pagine dell'Osservatore Romano, che, ieri, ha messo sotto accusa il "leit-motiv" del sesso che caratterizzerebbe il romanzo vincitore dello Strega, quello stesso sesso che "è diventato oggi, il passaporto per vendere e far leggere un libro" e che confermerebbe "come l'odierna letteratura italiana sia ormai caratterizzata da un appiattimento sui toni bassi, frutto di una sostanziale povertà creativa". Non si tratta, comunque, di una condanna senza appello: "Diciamo questo convinti - scrive il critico Licinio Galati - che Caos Calmo opportunamente sfoltito avrebbe avuto qualche titolo per poter essere letto con ben altra attenzione". Viene da chiedersi, quale libro abbiano letto.
da cletus il 10.09.06 16:27
Riporto qui la chiusura della recensione di Antonella Cilento apparsa su L'INDICE, dove si illustrano (molto meglio di quanto avrei potuto fare) le debolezze di questo libro (quelle che, secondo me, lo avvicinano più a una certa tendenza dispersiva degli Sfiorati che a quel concentrato di tensione e curiosità che La forza del passato è in grado di indurre)
"Ma allora, mi chiedo, cosa manca a questo libro per essere all'altezza di uno dei romanzi di McEwan o di Amis? Me lo domando con rimpianto, perché questo libro aveva (ha) dentro tutte le potenzialità e la densità e le ambizioni per essere un grande romanzo, e io sono stata una lettrice felice, fino a un certo punto. E l'unica risposta che riesco a darmi è che in questo caos calmo manca il ritmo, la frenesia si disperde, l'ossessione diventa ragionativa, la narrazione indulge alla chiacchiera e per questa perdita d'equilibrio la storia naufraga prima di averci fatto soffrire, fino in fondo, per il drammatico mistero della morte che cade nella nostra vita senza ragioni e sull'assenza di senso che traspare dalle relazioni che Pietro intreccia.
Non si dimentica Caos calmo per alcune sue pagine, ma purtroppo non si arriva a vedere l'insieme. Del resto, questo è il rischio, raramente corso in Italia, di tentare un romanzo sulla complessità."
il pezzo completo è qui
http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=JJJ70Z27OI7JJ
da Fabio il 11.09.06 10:54
Ehi, avevo quasi ultimato anch'io una recensione di questo libro. Mi hai preceduto, cletus. Capita.
Un saluto.
da Mauro Baldrati il 11.09.06 12:01
Caos calmo. Un romanzo che contiene una verità metafisica. Quando un uomo si ferma, prova a sgomberare il campo dagli equivoci dell’abitudine e a fare una cosa sola, che sia quella giusta per lui, come stare ogni mattina e per l’intero giorno fuori dalla scuola elementare in attesa della figlia, quando un uomo si toglie in questo modo dallo sperpero incessante e immemore del fiume di Eraclito, ecco che diventa egli stesso un centro di gravità: gli altri sono attratti dalla sua immobilità, e confessandogli i propri dolori trovano pace, ma anche riversano su di lui le loro aspettative, gli affidano i loro sogni. E’ così che può nascere un mondo.
da Valter Binaghi il 11.09.06 12:36
Lo vado a restituire alla mel, sperando di cavarci parte della spesa. Davvero, non mi è piaciuto per nulla. Tutti quei personaggi piatti, ma non piatti abbastanza da farmi credere che siano maschere o personaggi di una parabola. Quella figlia vista solo di striscio, e saccente, dio. Quella scrittura messa su con mestiere, apposta per poter essere facilmente sceneggiata. Quella pretesa di parlare della surrealtà del reale. L'incredibile fatto che, per mostrare il proprio argomento - cioè l'opaca attesa del lutto, ciò che veramente mi interessava quando ho sentito parlare del libro, ciò che veramente mi ha deciso a comprarlo - impieghi forse 20 o 40 pagine su 400. La spocchia dei ringraziamenti finali.
da No il 11.09.06 13:35
che dire? a me non è piaciuto. almeno, non condivido i cori che lo ricoprono di complimenti - che reputo esagerati. per dire, non è un libro che regalerei a qualcuno e ho fatto fatica a finirlo (ho proprio lasciato lì, per qualche settimana, le ultime cento pagine). e dire che all'inizio mi era piaciuto molto: l'attacco, le prime pagine, il "pretesto" per dare il via alla narrazione sono molto belli. poi però tutto questo si perde e il libro risulta troppo costruito, "artificiale", a cominciare dai personaggi. uno su tutti: il collega che decide di mollare il lavoro e darsi alla cooperazione internazionale: non vi sembra costruito un po' troppo su luoghi comuni? saludos a todos, davide
da davide il 11.09.06 15:15
Ognuno, questo è fuori discussione, è libero di interpretare in base ai propri insindacabili canoni, un testo e valutarne, se c'è, lo spessore o al contrario bollarlo per le stesse insindacabili idiosincrasie. Stop. Ciò detto, anche se ammetto di averlo seguito raramente, ricordo un prezioso consiglio elargito dal buon Andrea Camilleri, in sede di amabile chiacchierata (lezione): (immaginate il testo che segue in corsivo, vado a braccio, ma il succo è questo):i libri che non ci sono piaciuti, so di dire un'enormità per molti di voi, ma andrebbero riletti, per capire DOVE e IN COSA, non ci sono piaciuti. Ho sempre considerato questa "dritta" nel senso buono. Come una sorta di processo omeopatico. Leggo, assorbo, capisco cosa non va e se possibile, su quanto vado scrivendo, evito di ripetere, ricadere, negli stessi errori. Stop.
Il testo si presta, qui in bottega, ad altre ri-letture. Queste note che ho scritte a caldo, risentono del piacere che m'ha procurato. A prescindere dalle strizzatine d'occhio resta uno fra i lavori più discussi (in tutti i sensi) pubblicati ultimamente (strega o non strega). Il bello della bottega è proprio la pluralità di voci, di giudizi. E la sequenza dei commenti, è qui, impietosa, a dimostrarlo.
da cletus il 11.09.06 21:17
comunque l'Osservatore Romano ha scritto una cazzata bestiale.
no nc'è troppo sesso, c'è una scena di sesso un po' forte, sarò distratta ma altre non ne ricordo.
e meno male che non ha parlato di preservativi!
se no il Papa ne avrebbe parlato all'Angelus?
oh santo cielo.
da pispa il 12.09.06 09:39
Mi sono occupato anch'io di "Caos calmo" nel mio blog (post del 13 settembre: "Cose sovranamente inutili").
da Lucio Angelini il 13.09.06 09:03
Altri lettori prima di me hanno citato 'Gli sfiorati': è il libro italiano che ho amato di più in assoluto, e ritengo Veronesi lo scrittore italiano migliore di questi anni.
Caos calmo mi è piaciuto molto.C'è però un acosa che non mi ha convinta.
Il protagonista del romanzo è un top manager:non trovo la voce narrante corrispondente al linguaggio ealla psicologia di un manager.Mi sembrava che il personaggio protagonista fosse sempre comunque un alter ego di Veronesi.
da laura il 23.09.06 13:26
Il titolo è perfetto per questo bizzarro andirivieni, in un parcheggio davanti a una scuola, di personaggi ai quali cerchi di dare un significato e che invece passano e vanno senza che possano dare una svolta concreta alla storia. Ed è perfetta per questa storia la parola che ho trovato nella recensione al romanzo sul sito degli architetti di Roma (?): entropia. Diamine, ho pensato, è vero: questo romanzo racconta un po’ di quel lento e impercettibile aumento dell’entropia che avviene inesorabile a spese del nostro universo ordinato e strutturato e a spese del significato secondo il quale le molecole sembrano disporsi.
Volevo anche dire, sentendomi molto acuta e colta, che Caos Calmo comincia come L’amore fatale di Ian McEwan e prosegue come se fossimo in un romanzo di Ian McEwan, ma mi è bastato aprire la prima recensione nell’ordine che mi propone Google per sapere che questa cosa l’ha già detta qualcun altro (Antonella Cilento).
L’ambiente sociale della storia forse è veramente troppo alto? Certo non ci si sente proprio bene quando gli unici personaggi nei quali ritrovarsi sono le povere mamme di Gorgonzola descritte in maniera impietosa: non badano alla linea, vestono sciatto, non sono abbronzate anzi hanno addosso l’inconfondibile marchio della periferia; beh, Veronesi, se metto insieme questa con quella in cui dichiari che tutte le post quarantenni dovrebbero vestirsi con il tailleurino, ho un prurito alla lingua che mi verrebbe da mandarti a quel paese. Per fortuna ti riscatti un po’ poiché, anche se dai per tutto il libro della “culona” a una donna, decidi anche che proprio quel particolare anatomico si faccia simbolo e protagonista.
Ma a parte gli scherzi, non sono più così sicura che la scelta di un ambiente alto-borghese di moda e televisione sia così poco rappresentativo di una fascia enorme di lettori: a guardarsi intorno, le persone, quelle comuni, quelle al supermercato sotto casa, sembrano vivere immersi sopra le loro possibilità nella vita che viene raccontata ininterrottamente dalla pubblicità alla televisione al locale trendy sotto e poi di nuovo dalla pubblicità al negozietto in franchising che sembra venderti l’appartenenza a un universo piuttosto che uno straccio di maglietta.
D’altra parte, se quello che vediamo dipanarsi fra le pagine è sindrome di Peter Pan, incapacità di elaborazione del lutto, disordine silenzioso, mancanza di senso nei rapporti fra le persone, l’ambiente doveva essere quello di uno che vive a via Durini 3 piuttosto che a Corvetto.
Anche se a via Durini 3 praticamente non ci andiamo; perché la scelta di Milano vale, mi sembra, solo come antitesi del ritorno a Roma, della perdita di Roma; perché la Milano come la vediamo noi che ci viviamo tutti i giorni in questo libro proprio non c’è.
A me il libro è piaciuto molto; la verità è che io continuo a vivere, proprio così continuo a vivere da qualche anno, fusioni in ufficio e sono grata per aver trovato nel romanzo alcune profonde riflessioni, alcune piccole verità. Serve solo a sentirsi un po’ meglio, forse. Serve a una fugace gratificazione, una specie di carezza sulla testa che ti dica che quella rabbia che si alterna allo scoramento è un sentimento legittimo, se ha trovato posto in un romanzo di moda.
Romanzo di moda, un pochino: ogni tanto ti sembra che stia lì, appiccicato con il post it, un riferimento troppo contingente, un episodio troppo piccino, una fatterello che c’entra poco, come è uso in molti romanzi di nostri contemporanei.
MI sento però di dire che, diversamente da alcune osservazioni lette, la scelta di mandare il collega genio e trombato dalla fusione a fare il missionario non è così superficiale quanto potrebbe sembrare. Bisogna viverlo lo sgretolamento delle certezze professionali alle quali hai sacrificato quasi tutto. Bisogna viverlo quel vuoto improvviso, sapendo che sei troppo vecchio per cercare di reinventarti di essere qualcosa di diverso da un funzionario che non serve più a nessuno. E la prima idea cui ti aggrappi, lo giuro, è quella di voler essere il più utile possibile a dispetto di una macchina impersonale che ti rende inutile di colpo. Il più utile. Fino al gesto romantico.
da ilse il 22.05.07 11:59
da cletus il 29.05.07 18:13