29.08.06

Raymond E. Brown, La morte del Messia

di giuliomozzi

Vita e opere di Raymond E. BrownHo finalmente finito di leggere un libro di 1.814 pagine. L'autore è Raymond E. Brown, insigne biblista (opere disponibili in italiano), e il libro è: La morte del Messia. Un commentario ai Racconti della Passione nei quattro vangeli. In sostanza, 1.814 pagine per commentare una ventina di paginette in tutto.

Il libro è molto bello, lo dico subito. Non ho le competenze per giudicarlo dal punto di vista scientifico; ma so che R. E. Brown è molto apprezzato, e non solo all'interno della comunità ecclesiale, proprio per la qualità scientifica dei suoi lavori.

Per darvi un'idea di che cos'è questo libro, vi riassumo un paragrafo e ve ne ricopio un pezzetto. Siamo alle pagine 686-689 e si sta parlando del canto del gallo: "Prima che il gallo canti, tu mi avrai tradito tre volte", aveva detto Gesù a Pietro, raccontano i vangeli; ed effettivamente, nel corso della notte, mentre Gesù veniva sballottato da un'autorità giudiziaria a un'altra, per tre volte Pietro era stato interrogato da qualcuno con domande del tipo: "Ma non eri anche tu uno di quelli che andavano dietro a quello lì?", e per tre volte aveva detto: "No". Dopo la terza volta, un gallo cantò: e Pietro si rese conto di che cosa aveva fatto.

Nel primo capoverso, Brown affronta il problema delle discordanze tra i testi evangelici: in Marco il gallo canta due volte, negli altri vangeli una volta sola, nella tradizione manoscritta sono evidenti vari tentativi degli scribi di "aggiustare" i testi per armonizzarli, ecc.

Dopodiché, Brown pone una questione: "Gli evangelisti parlano di un reale canto del gallo oppure di un determinato periodo della notte? Vi erano galli a Gerusalemme? Se c'erano, a che ora normalmente cantavano?".

Secondo alcuni autori, spiega Brown, espressioni come "il canto del gallo", "il primo canto del gallo", "il secondo canto del gallo", eccetera, non indicavano necessariamente (all'epoca della redazione dei vangeli) un effettivo canto del gallo, ma erano un modo per indicare un'ora della notte; o, addirittura, come "canto del gallo" si può identificare "il segnale dato da una tromba ricurva o corno" al termine di una "veglia" (di una delle quattro "vigiliae" in cui il computo romano divideva la notte, così come il giorno era diviso in "horae"). In sostanza, si diceva "al canto del gallo" così come noi diciamo "al tocco" per dire "alle 13".

Si tratta quindi di stabilire, tra le altre cose, se a Gerusalemme, a quell'epoca, il tempo notturno fosse calcolato alla romana - o in altri modi. Risposta: sì. Tuttavia, l'espressione "canto del gallo" impiegata in quel senso ricorre nel testo biblico solo in quell'occasione lì.

Ovviamente, se si fa l'ipotesi che "canto del gallo" significasse una certa ora della notte, bisogna fare un'altra ipotesi: e cioè che la tradizone orale che - su questo gli studiosi sono tutti d'accordo - sta alla base dei vangeli impiegasse l'espressione "canto del gallo" in un senso, e che nel momento in cui il racconto orale fu messo per iscritto vi fu un fraintendimento. Non c'è dubbio, infatti, che i quattro vangeli parlino del canto d'un gallo inteso come animale.

La questione se vi fossero galli a Gerusalemme non è peregrina. Sono note norme religiose ebraiche del secondo secolo dopo Cristo che proibiscono l'allevamento di pollame a Gerusalemme (e lo proibisce ai sacerdoti in qualunque luogo d'Israele). Ma queste norme del secondo secolo, erano già in vigore ai tempi di Gesù? Nell'Antico Testamento compaiono, qua e là, dei galli: ma a volte in contesti poco chiari (potrebbe trattarsi di altri uccelli), altre volte in porzioni di testo fortemente influenzate da clima ellenistico ecc.: "I riferimenti ai galli nell'AT sono discutibili", dice Brown.

E la conclusione del paragrafo è questa:

Quand'è che solitamente i galli cantavano in questo tempo dell'anno? Forse rasenta l'umorismo pensare a studiosi seduti di notte nella Gerusalemme del sec. XX per ascoltare il canto dei galli, ma è quel che è stato fatto! Per Lattey ("Note") il canto dei galli è alle prime luci dell'alba, e riporta l'esperienza di M.J. Lagrange, il quale sentì il primo canto del gallo in aprile alle 2.30, e la maggior parte dei canti tra le 3 e le 5 del mattino. Kosmala ("Time") sostiene che il canto regolare del gallo era noto fin dall'antichità e che vi è la prova di tre distinti canti notturni del gallo nel corso dell'anno in Palestina (circa alle 12.30; 1.30 e 2.30), di cui il secondo è tradizionalmente il più importante. W.M. Ramsay (Exp Tim 28 [1916-17] 280) situa il canto del gallo tra le 2 e le 5 del mattino. Malgrado tutto ciò, Cicerone (De divinatione 2,26,56) può giustamente dire: "E qual è il tempo, di notte o di giorno, in cui essi non cantino?". Gli evangelisti pensano alle prime ore del mattino prima dell'alba; non si può precisare niente di più".

Il procedimento di Brown è sempre questo. Passo per passo, minuto per minuto del racconto della Passione, il testo dei vangeli viene messo alla prova sotto ogni punto di vista: quello filologico e testuale (che cosa è scritto esattamente?); quello del significato letterale (che s'intende per "canto del gallo"?; quello dell'attendibilità storica (c'erano galli in Gerusalemme); quello delle fonti storiche parallele (una norma ebraica del II secolo può dare informazioni attendibili sull'epoca di Gesù?); e, per finire, quello della storia dei commenti e delle interpretazioni.

Non so voi, ma per me è meraviglioso scoprire che passi apparentemente ovvii (per me, lettore mediamente colto/incolto) dei vangeli hanno suscitato discussioni accanite, sono stati oggetto di saggi ponderosissimi e di ricerche che hanno impegnato vite intere. Nel testo biblico c'è, per la maggior parte di coloro che lo investigano, la Traccia della Verità: e per me è meraviglioso vedere come questo testo venga letto, riletto, analizzato, guardato in trasparenza, spremuto, nel tentativo inesausto di cogliere questa Traccia. E quel che succede è che, a forza di leggere rileggere analizzare guardare in trasparenza spremere eccetera, da questo testo viene fuori di tutto.

Se mi sono messo a leggere questo sterminato commento al vangeli della Passione, è per ragioni mie. Ma una di queste ragioni può interessare, credo, anche a chi sia disinteressato alla conoscenza religiosa. La lettura della Bibbia, così come nei secoli si è realizzata, come pratica umana comune e come lavoro scientifico, come lavoro filologico e come attività interpretativa, eccetera, credo possa essere assunta come Madre Di Tutte Le Letture. Non solo Modello (nella brutta copia di questo pezzo avevo scritto appunto Modello), ma proprio Madre: si può dire, credo, che la differenza tra le Discipline del Testo (chiamiamole così: retorica, filologia, critica ecc.) in età antica e in età nostra stia tutta nel fatto che per i nostri antichi i testi antichissimi erano sì venerabili, sì portatori di cose belle utili e vere; ma non erano scritti da Dio. Se devo fare un'edizione di Eschilo e c'è una parola illeggibile, posso mettere in quello spazio bianco una parola che mi sembra ci stia bene. Ma se il testo "bucato" è un testo divino? Cambia tutto. La responsabilità è enorme. E magari quel "buco" nel testo è una strategia divina... La tensione di certe Arti verso il diventare Discipline e Scienze, nasce tutta da questa terribile esigenza: editare, comprendere, interpretare la parola di Dio.

Qualche mese fa mi sono letto tutto il commento alla Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust nell'edizione curata da Raboni (ho letto anche il romanzo, sia chiaro; ma questa volta ho voluto leggere specificamente il commento). E mi vien da pensare: se noi, oggi, commentiamo Proust più o meno come per secoli e secoli e ancor oggi si è commentata e si commenta la Bibbia, non posso evitar di pensare che lo facciamo perché pensiamo che vi siano, in Proust, Tracce di Verità. Altrimenti, perché tanta fatica? Perché tanta pretesa scientifica?

Ma se noi leggiamo il romanzo Proust come se fosse la Bibbia, allora affermiamo che il romanzo di Proust è come la Bibbia.

Che cosa ne consegue?

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Pubblicato da giuliomozzi il 29.08.06 08:46

COMMENTI

Sì, credo che la Bibbia sia davvero la Madre di tutte le letture. Cioè, ci sono altri testi, anche più antichi, come i Veda per esempio, molto profondi, pieni zeppi di verità eterne che stimolano riflessioni eterne sull'uomo, la divinità, l'eterno, il mistero, ma sono così sterminati che una vita non è sufficiente per affrontarli. Comunque per me questi grandi commentatori teologi, che in passato sostenevano dispute interminabili sulle interpretazioni di alcuni passi dei Vangeli (come anche i cabalisti ebrei) hanno sempre esercitato un fascino quasi perverso. Certi commenti sulle lettere di S.Paolo, o su certe riflessioni agostiniane (mitico, a questo proposito è il Cardinale Tonini, mio compaesano), mi fanno restare a bocca aperta (poi, confesso, faccio una fatica improba a seguirli da un punto di vista logico, ma mi piace seguire le concatenazione delle parole, che sono tutte calibrate con estrema precisione, perché se uno di loro dice una cosa, quella è la cosa, non vi sono sfaccetature o ambiguità). La Bibbia è la parola divina? In che senso considearla? Ma, sull'edizione CEI di mia figlia si dice che i testi sono stati scritti da uomini, ma "sotto l'ispirazione dello Spirito Santo". Quindi uomini, ispirati. Uomini certamente, perché ho scoperto che alcuni episodi sono presenti in altre scritture precedenti: per esempio il diluvio universale di Noè è nell'epopea del testo sumero di Gilgamesh, scritto quasi mille anni prima. C'è quindi storia, riscritture, elaborazione di miti antichi, insomma, la Madre delle letture.
E Proust come la Bibbia? Non saprei proprio. La Bibbia può avere due letture secondo me: una religiosa, teosofica, e una atea. La Bibbia come grande testo storico e filosofico, un compendio rielaborato di altre storie, di altre religioni, di altri misticismi, filtrato attraverso i secoli dall'uomo. E allora il paragone (che poi non è un paragone, ma un accostamento dialettico) con la Ricerca può non essere poi così blasfemo.

da Baldrus il 29.08.06 12:49

Molto interessante il commentoto al libro di Brown, che non conoscevo.
Credo anche io che dal modo di studiare la Bibbia siano sorte varie discipline di critica del testo, anche prima della rinascita umanistica della filologia.
Certamente l'interprete credente e premoderno della Bibbia non riusciva a collocare storicamente il testo che aveva tra le mani, tuttavia lo leggeva, nonostante le sue ingenuità, ad un livello di consapevolezza critica elevatissimo. Infatti di quei sensi di cui parla Dante e che sono i diversi livelli a cui si può intendere il testo biblico, quello letterale e cronachistico,quello meno verificabile all'evidenza del nostro quotidiano esperire, non era il più importante nè il più necessario. Non era quello più necessario semplicemente perchè, dato per scontato che si potesse, per esempio, essere verificato un certo evento, anche assurdo, la questione era: "Cosa mi vuole dire questa parola a me ora?". Se si va a leggere l'omelia di Origene, il padre di questo modo di leggere il testo biblico, sulla creazione o sul diluvio, ci si rende conto che lui propriamente non parla di eventi o fatti ma di grandi quadri esemplari entro cui leggere dubbi morali, interrogativi cosmologici, forme della realtà psicologica e antropologica. A noi può venire il sospetto che questi nonostante le loro ingenuità, fossero molto meno creduloni e più pragmatici di quanto pensiamo. Nel mondo pagano, con le favole mitiche, non esisteva una vera e propria esegesi o lectio della parola, cioè si davano spiegazioni dei racconti ma questi si prendevano per quello che erano, finzioni, narrazioni. Il lavoro ermeneutico lì lo si svolgeva al livello delle variazioni di trama su canovacci condivisi. Lo stesso Platone si costruisce in proprio i miti e per quanto riguarda quelli forniti dai poeti li usa con molta cautela, oltre che farli oggetto di una demolizione polemica quando deve prendere posizione sul loro contenuto di verità. Per la BIbbia era diverso. Non tanto perchè i fatti della bibbia fossero più credibili o storici, quanto per la natura stessa del fatto raccontato. Nella Bibbia non si fa altro che parlare di messaggi, chiamate, missioni, interrogativi, ricerche. Il meraviglioso è sempre in funzione dell'instaurarsi di un dialogo tra l'uomo e il senso delle cose quale potrebbe essere disposto, voluto o permesso da un essere in qualche modo simile all'uomo. Un essere dotato di compassione e di tutte le altre qualità con la cui assenza o presenza nei fatti che ci capitano, noi ci interroghiamo quotidinamente.

Forse è anche vero che se di qualcosa l'uomo moderno è creatore, questo qualcosa è il Romanzo. Un grande creatore lascia libertà di movimento alle sue creature, perchè è da essa che si sprigiona senso e verità. Sapere se e quanto Albertine avesse tradito Marcel precisamente quel giorno e non un altro, è un compito che mobilità notevoli capacità di lettura investigativa. Ma alla fine ti rendi conto che non è quello che è importante, e che non sta lì la verità...e ancora ti si fissa in mente che l'autore ti stia dicendo qualcosa di molto importante per te, nel tuo ora, quando senti l'amarezza o il turbamento di Marcel o il lento stillicidio di un amore che precipita nell'indifferenza.

da rosario il 02.08.08 11:13




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