Pugni di Pietro Grossi
di Mauro Baldrati
Confesso – ma non me ne vanto – di essere prevenuto nei confronti dei romanzi scritti dai giovani per i giovani. Essere prevenuti è un limite, è una chiusura mentale; ma quelle scritture spesso sopra le righe, quelle adolescenti porno così xtreme, quell’attenzione sempre vigile verso i fatti d’attualità, verso la fascia di consumatori under-30 mi rendono sospettoso e mi impediscono di affrontare il testo con serenità. Per questo è stato bello vedere queste resistenze – questi sospetti – sciogliersi immediatamente durante la lettura di Pugni di Pietro Grossi, scrittore fiorentino di 28 anni che “per il momento vive e lavora a Milano.” Sono tre racconti lunghi che non sembrano scritti da uno jeune homme della sua età, ma da un uomo adulto e duro, che parla a uomini adulti e duri, anche se i protagonisti sono ragazzi come lui.
Questo si sente soprattutto nel secondo racconto, Cavalli, una storia di uomini e cavalli ambientata in un tempo che non è il nostro, forse siamo alla fine dell’Ottocento, o nei primi del Novecento; sono uomini toscani di poche parole, forse dei butteri maremmani, ruvidi e spicci, uomini che comunicano con silenzi e facce dure cotte dal sole, con la sigaretta senza filtro all’angolo della bocca. Due fratelli, Daniel e Natan, ricevono in regalo dal padre, un uomo molto poco incline a slanci di affettività, due cavalli. Le loro storie, le loro vite, i rapporti con gli animali prenderanno strade diverse: Natan vuole esplorare il mondo e la città, Daniel resta nella sua terra per allevare cavalli e costruirsi un futuro. Le difficoltà e le cattiverie del mondo li metteranno alla prova e li chiameranno a misurarsi con le responsabilità dell’età adulta.
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, è ambientato nel mondo del pugilato dilettante. Il Ballerino è uno stilista del combattimento, sembra Sugar Ray Robinson. E’ una leggenda vivente, anche se non ha mai sostenuto un solo incontro, perché la madre glielo proibisce. La Capra invece è un picchiatore, è sordo, e combatte con cocciutaggine, come Rocky Marciano. La sfida tra i due è inevitabile, è una sfida che s’ha da fare perché, come hanno scritto quasi tutte le recensioni che hanno accolto questo libro molto favorevolmente (l’autore è stato anche un uomo-glamour di Max), è una sfida con la vita, col tempo che avanza e si porta via l’adolescenza. E qui, se Cavalli è un racconto che si può definire perfetto, vi è una sbavatura: questa riflessione sull’incontro come metafora della vita è addirittura nel testo: “La Capra era d’un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi”. Ora è quanto meno singolare che uno scrittore inserisca esplicitamente una metafora del suo testo nel testo stesso, sembra un’ingenuità o, al contrario, un eccesso di furbizia. Ma è l’unica, piccola incrinatura, ed è perdonabile, perché il racconto è potente, tracciato con una scrittura scarna, dura, come le facce cotte dal sole dei butteri, e il mondo della boxe è rappresentato con vera maestria.
Il terzo racconto, La scimmia, è forse il più debole, soprattutto per i dialoghi, che sono chiacchiericci, eccessivi e inverosimili e lo fanno cadere in alcuni punti in un flusso narrativo poco credibile. Ma siamo avanti nella lettura, e abbiamo assaporato i molti pregi che riscattano gran parte dei difetti: così sono memorabili i camei della madre del protagonista, il loro comunicare assurdo che non riesce ad accorciare la distanza incommensurabile che li separa, e la madre sperduta, smarrita dell’amico del cuore che, da un giorno all’altro, si è messo a fare la scimmia, a grugnire, a mangiare accovacciato, in una rinuncia totale, violenta, del tempo e della realtà.
Pubblicato da Mauro Baldrati il 29.08.06 09:26