Paolo Jedlowski, Storie comuni
di giuliomozzi
Storie comuni di Paolo Jedlowski, sottotitolo: Le narrazioni nella vita quotidiana (Bruno Mondadori, pp. 207) è uno di quei libri che – come diceva quello – quando hai finito di leggerli ti viene voglia di alzare il telefono e chiamare l’autore per fare quattro chiacchiere: non necessariamente attorno all’argomento del libro, ma così in generale, perché ti pare che avere quella persona come amico non sarebbe male, potrebbe migliorare la tua vita.
Io veramente l’ho un po' confusamente, a pezzi e bocconi, in una settimana con troppe cose da fare e con troppi viaggi corti e interrotti. Per leggere bene, mi ci vuole un bel viaggio in treno, almeno un paio d'ore. Fortuna che Storie comuni è diviso in tanti capitoletti brevi, così è più facile mollare e ripigliare il filo.
Poi succede che un pomeriggio finisco di leggere il libro, vado a fare una lezione serale, e quando a mezzanotte riaccendo il telefono portatile ci trovo dentro il messaggino di un amico di Trieste, un ragazzo che si occupa di cinema e che sento se va bene tre volte l’anno. Il messaggino dice: «Se vuoi leggere un libro buono, Storie comuni di Paolo Jedlowski è buono». Allora trovo che è una curiosa coincidenza, e comincio a dire in giro che quel libro è veramente buono, e non lo penso solo io.
Poi succede ancora che il giorno dopo mi arriva un’e-mail da due amici, Chiara e Stefano (conosco un sacco di Stefani), che sono veneziani e urbanisti, il che a me è sempre sembrata un po’ una contraddizione, e comunque in quanto urbanisti leggono pressoché qualunque cosa, e nell’e-mail c’è scritto: «Ti scriviamo per segnalarti un libro recente di Paolo Jedlowski che forse ti interessa. Intitolato Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, è dedicato appunto alle forme del racconto nella vita quotidiana da un punto di vista sociologico. A come e cosa ci si racconta, al posto e al ruolo del racconto nella nostra vita quotidiana. Buona lettura».
Conseguenza di questo è che ora, più che una recensione, mi par di star scrivendo un anello d’una catena di sant’Antonio. Non so se qualche direttore commerciale di casa editrice abbia mai provato a valutare gli effetti economici del passaparola. So che succede ogni tanto, che un libro ti venga suggerito più volte, dalle persone che meno ti aspetteresti e per le ragioni più imprevedibili. E che un libro sulla conversazione ti venga suggerito via sms ed email, scusate, ma è troppo curioso.
Fatto sta che Storie comuni è veramente bello, accessibile, coinvolgente, stimolante.
È bello perché è scritto bene. Comincia così: «Una volta volevo diventare uno scrittore di romanzi». E racconta di una borsa contenente alcuni quaderni di racconti, e del furto di questa borsa che interruppe le ambizioni (o le cambiò). Poi mette una riga bianca, e ripiglia: «Quello che sto per cominciare non è un libro di storie: è una conversazione a proposito delle storie». E la bellezza del libro è, credo, proprio nel tono di conversazione, non frequente nella nostra letteratura saggistica. Sia che racconti conversazioni avvenutegli, sia che discuta di narratologia o di sociologia culturale, Jedlowski ci si offre come un narratore affabile: uno che sta lì, che sentiamo lì presente mentre leggiamo.
È accessibile perché Jedlowski ha scelto di mettersi nell’incrocio di diverse discipline e di usare con estrema cautela l’idioletto di ciascuna. Forse gli specialisti di questa o quella disciplina storceranno il naso, ma il risultato è: grande chiarezza. I lettori comuni, solitamente dilettanti in ogni cosa, apprezzeranno.
È coinvolgente perché è un libro pieno zeppo di conversazioni vive. Jedlowski adopera in parte esempi letterari, ma più volentieri riporta brevi racconti da conversazioni reali: a cena con amici, o con colleghi sociologi nei momenti di pausa dei convegni. C’è un sacco di gente, in questo libro, e si sente l’eco di tante voci.
È stimolante perché produce in chi lo legge, credo inevitabilmente, un’improvvisa attenzione a ciò che avviene nelle conversazioni. A me è successo. È cambiato il mio modo di ascoltare le persone che raccontano, è cambiato il mio modo di offrirmi quando racconto. Mi sono accorto di quanto spesso, in ogni giornata, racconto o ascolto una storia.
L’ho sempre saputo, naturalmente, che siamo immersi nelle storie. Ma adesso lo so di più.
Le domande sono: come sono fatte, e a che cosa servono, le narrazioni nella vita quotidiana. La prima parte del libro («Narrative») è introduttiva ed espone una semplice (cioè: non ipertecnica) ma efficace tipologia delle narrazioni in quanto narrazioni (cioè considerate, diciamo così, come «testi»).
Nella seconda e più corposa parte del libro, intitolata «Occasioni e figure» Jedlowski abbozza invece, con una grande e gradevole quantità di esempi, una tipologia delle narrazioni secondo le occasioni che le generano o favoriscono, ossia secondo la loro funzione (in una relazione, in una comunità, in una situazione più o meno strutturata – dal convegno allo scompartimento di treno –, all’interno di ruoli definiti o in corso di definizione). Questa parte è la più bella: «È quella che ho scritto con più felicità», confessa l’interessato.
La terza parte, breve, s’intitola «Per una sociologia della narrazione» ed è la riscrittura della seconda in linguaggio più propriamente sociologico e in forma più schematicamente sistematica.
Il mio primo pensiero, a libro finito, è stato che io da piccolo volevo fare il sociologo; e poi mi sono ritrovato, per vie anche molto casuali, a fare il narratore di storie (la verità è che per fare il sociologo bisogna studiare un sacco...). Paolo Jedlowski invece voleva fare il narratore, e si è ritrovato sociologo. Ma ho il sospetto che entrambi facciamo lo stesso mestiere. Bisogna proprio che gli telefoni. Non ci saranno mica poi tanti Jedlowski, nell'elenco del telefono!
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Pubblicato da giuliomozzi il 31.08.06 16:07