Intervista a Massimiliano Governi
di Federico
Massimiliano Governi è autore di un libro poco voluminoso di racconti, edito da Einaudi Stile Libero. E' incredibile come un esserino di carta di queste dimensioni possa forzarti a pensare. Sono racconti che estorcono delle sensazioni. Racconti prepotenti.
L'intervista che segue la realizzai originariamente per il defunto sito pordenonese "L'arte di leggere". Eccovela!
BDL: Governi, ci sono temi (reali e simbolici) che sembrano tenere insieme i racconti di Parassiti. Il protagonista delle storie sembra essere la stessa persona. Un’unità, una continuità voluta o semplicemente accaduta?
MG: Un libro, per me, è come un tuffo nello stagno di Narciso. Ecco il perché dell’immagine di copertina.
BDL: A mio avviso, la sua scrittura ha una grande forza evocativa. Funziona, a questo scopo, un suo atteggiamento “citazionista”. L’Italia che fa da sfondo alle storie nasce dall’interno dei personaggi. Dalle cose che toccano, che guardano in televisione, che comprano. Si passa da Thomas Milian, al Telefunken, passando per Vecchia Romagna Etichetta Nera, Chi non salta bianco è, Michael Jordan. Trovo interessante questa estorsione (uso un termine forte) di nostalgie private dalla memoria del lettore. E’ d’accordo con questa analisi?
MG: Sì, ho esagerato però con queste citazioni. Nelle mie prossime cose che scriverò – sempre che scriverò altre cose - non ce ne sarà nemmeno una. Voglio provare a espellere del tutto il mondo, provare ad affrontare veramente il vuoto, come ha fatto Beckett, o Giacometti nella pittura. Provare a affrontare veramente me stesso.
BDL: La massima espressione di questo “citazionismo” cui facevo riferimento nella domanda precedente è rappresentata dal racconto “Bomber”. Chiunque abbia collezionato le figurine dei calciatori da piccolo ha provato o proverà un gusto perverso nel riconoscere i calciatori incompiuti. Ad un certo punto, il protagonista del racconto, poco prima di arrendersi, sembra spaventato proprio dalla possibilità di scomparire dall’album Panini. Questa paura rappresenta, simbolicamente, una paura più importante, ancestrale, forse. Che ne dice ?
MG: Era un periodo che non riuscivo a mettere due parole in croce. Avevo forse paura di sparire dall’album degli scrittori, quindi di morire. Pochi giorni dopo averlo scritto mi hanno ricoverato al Forlanini, reparto Pneumologia, per un sospetto tumore ai polmoni che poi si è rivelato essere una semplice bronchite.
BDL: Secondo lei, perché il Calcio è così frequentemente utilizzato in letteratura ? Mi vengono in mente l’eccellente romanzo di Garlini (Futbol bailado) oppure il più leggero Febbre a 90 di Hornby. Perché proprio il calcio e perché così centrale nei suoi scritti?
MG: Perché il calcio è uno sport infantile. Riproduce perennemente la scena originaria, la copula dei nostri genitori. L’ha detto Basaglia, non io. Io comunque non mi interesso più di calcio, e non vado allo stadio da due anni, da quando è nato mio figlio e da quando Paolo Di Canio è tornato in Italia.
BDL: I protagonisti dei suoi racconti sembrano essere dominati – con diverse sfumature – da un’ansia da prestazione : sportiva, sentimentale, universitaria, creativa (“Il re del playground”). Perché, secondo lei?
MG: Sì, è vero, ma non lo so perché. Anche nella vita ce l’ho l’ansia da prestazione. Mia moglie può confermare.
BDL: Le ansie della sua generazione sembrano essere, in gran parte, ereditate dai padri. Un tema ricorrente è proprio questo duello – più o meno leale – tra padre e figlio (“Il re del playground” – “Lo strangolino” – “1979”). Da cui sembrano uscire vincitori (anche in quanto vittime) i figli. Aveva ragione Gaber quando affermava che la sua generazione ha perso?
MG: Io ho avuto un padre enorme. Tutti i padri sono enormi. Ma adesso sono diventato padre anch’io, e non so ancora come fare con mio figlio. Per non sbagliarmi l’altro giorno abbiamo strappato insieme tutte le pagine di Parassiti. Mi è sembrato un bel passo. (Mi rendo conto di aver glissato su Gaber, ma sinceramente le sue canzoni non mi sono mai piaciute, tanto meno quella che ha citato lei).
BDL: I suoi racconti ci riportano, in special modo, agli anni settanta e ottanta, senza però accennare alla situazione politica dell’Italia. Una scelta voluta?
MG: Non voglio parlare dell’Italia. Il nostro è un paese che non esiste. L’Italia è il paese del sole, e il sole l’ha solarizzato, l’ha sfocato, non si vede più niente.
BDL: Il racconto “Parassiti” chiude la raccolta e dà il titolo al libro. A mio avviso si tratta di un racconto molto feroce, che contiene un germe polemico nei confronti del mondo della letteratura in Italia. Mi riferisco al personaggio di Giovanni, che cerca di scrivere disperatamente il Grande Romanzo, al quale risponde lei – Massimiliano Governi – con una raccolta ristretta di racconti brevi. Mi riferisco all’aroma allucinogena che emana dalle pagine marcite del Martin Eden di London. A questi libri che hanno un potere consolatorio, che impediscono al dolore di schiacciarci. Alle librerie in noce, contro le quali, sembra logico scagliarsi e accanirsi. Cosa voleva dirci in questo racconto?
MG: Volevo parlare di un aborto. Di un feto che viene ucciso perché sarebbe nato con una paralisi al cervello. E’ chiaro che parlavo di un aborto letterario. Un libro che non è mai venuto alla luce. Perché mi si era bloccato il cervello.
BDL: Sempre su questo tema. In “Il re del playground” e in “Fusi” lei tratta alcuni luoghi comuni sulla scrittura : che chi non riesce a scrivere non è uno scrittore – che l’ispirazione è la conditio sine qua non – che l’autobiografismo può mettere in crisi lo scrittore nella sua vita privata. A questo contrappone un parallelo, a mio avviso, azzeccatissimo, tra i fogli extrastrong appallottolati (segno di fallimento creativo nella scrittura) e la foto del feto poi morto per cause abortive (fallimento della creazione in senso stretto). Sembrerebbe naturale pensare a lei come ad uno scrittore molto esigente con se stesso. Un perfezionista sentimentale. E’ giusto?
MG: Come diceva Tennessee Williams: scrivo per dire la verità. Anch’io scrivo per lo stesso motivo. Ma è durissima, sarebbe meglio liquidare tutto con una bugia.
BDL: In un racconto cita l’affermazione “bisogna scrivere solamente di ciò che si conosce bene”. Nei suoi racconti si parla di clinomania, del rapporto con una psicologa, delle dinamiche familiari (tanto care ai sistemico-relazionali), di Lexotan. E’ un appassionato di psichiatria oppure si è documentato ai fini della scrittura?
MG: Sono stato in analisi 14 anni. Ho smesso a luglio. Ma forse dovrò riprendere. Ho sognato una tigre l’altra notte, come il Re del Playground. Non so se era proprio Shere Kan, ma era comunque una fottuta tigre.
BDL: Nella quarta di copertina, Sandro Veronesi descrive Parassiti come un libro che affronta il male (e su questo siamo d’accordo), pieno di speranza. Io non sono molto d’accordo su quest’ultima affermazione. A mio avviso ciò che emerge dai racconti è un atteggiamento consolatorio, ma di certo non speranzoso. Lei cosa ne pensa?
MG: Sì, non c’è speranza, è vero. Ma Veronesi è un mio amico e non potevo dirglielo.
BDL: Veronesi dice anche che Parassiti ha la forza di un romanzo. Secondo lei – che si è adoperato in entrambe le cose - quale forza ha un romanzo rispetto ad un racconto?
MG: Il romanzo attualmente non ha nessuna forza, secondo me. Va di moda questa narrativa millefoglie, millestrati. Meglio un racconto di dieci pagine di Giovanni Martini. Sentirete parlare di lui prima o poi. E’ quello che nell’ultimo racconto sta a casa con la bandana in testa. Ha smesso di pensare al Grande Romanzo, fortunatamente.
BDL: Ritengo che il racconto “Fusi” sia il migliore della raccolta. E’ difficile da spiegare il perché. Ha una naturalezza ed una verità che lo fanno emergere sugli altri. Ha un fuoco che lo rende indiscutibilmente reale. Qual è secondo lei il racconto più bello di Parassiti, o quello al quale è maggiormente legato? E perché?
MG: Il più bello è "Fusi" perché è il più vero. Dalla prima all’ultima parola, purtroppo.
BDL: Una annotazione stilistica. Lei usa spesso le parentesi (ad esempio, in “1979”). Sembra voler chiarire, precisare sempre qualcosa in più, quasi avesse paura che la fantasia del lettore possa costruire un’immagine distorta della storia che racconta. Eccesso di perfezionismo, insicurezza o scelta consapevole?
MG: Boh.
BDL: Ne “Il re del playground” lei descrive un certo pudore dello scrittore. Si tratta di una bella immagine, quasi d’altri tempi, che riporta all’idea della creazione come ruminazione privata e olitaria.
Il ragazzo sembra perplesso di fronte all’idea di una scrittura che nasca dal confronto, dalle continue verifiche con gli addetti ai lavori. Cosa pensa, ad esempio, delle scuole di scrittura? Sono importanti i “sostenitori”? Si scrive sempre per qualcuno? Il ragazzo, nel racconto, sembra minacciato dai consigli egli “esperti”. Talvolta si rischia di “inquinare”, “contaminare” l’originalità degli esordienti?
MG: Quando qualcuno mi spiega qualcosa, io non ascolto. Ho sempre fatto così, fin da quando ero bambino. Se lo sapesse mio padre, che mi ha spiegato il Louvre quadro per quadro…
BDL: L’universo femminile, in Parassiti, sembra essere rappresentato da donne esigenti, determinate, isteriche, deluse dall’uomo, autosufficienti. Donne che sopravvivono persino alla mutilazione della loro femminilità (“Fusi”). Dobbiamo prendere questa emancipazione come un segno positivo o come un segno negativo?
MG: Fanno bene le donne a essere deluse dagli uomini. Gli uomini cercano madri travestite da donne. Io per primo.
BDL: Se ho il piacere di intervistarla, è grazie ad Internet. Cosa pensa dei blog? Può segnalarcene qualcuno che reputa degno di onsiderazione?
MG: Sì, http://ilfuoconarrativo.splinder.com/, che è quello di Giovanni Martini, e http://pescibanana.splinder.com/, che è il mio, ma non lo sa ancora nessuno.
BDL: Ritornando alla carta. Quali autori, secondo lei, meriterebbero una maggiore considerazione da parte della critica letteraria. Quali i sottovalutati, insomma?
MG: Io certe notti in cui non riesco a dormire e ho alternativamente deliri di potenza e impotenza, penso di essere molto sottovalutato, dai critici e dagli editori. Ieri mattina mi sono svegliato e ho scritto una mail molto dura a Paolo Repetti, l’ho fatta leggere a mia moglie che ha detto che sono un violento. Ma lo scrittore è un violento. Questa frase è di Giordano Tedoldi. Un altro di cui sentirete presto parlare.
BDL: Un’ultima curiosità : è stato lei a scegliere la copertina di Parassiti?
MG: Sì, certo. E’ un omaggio un po’ macabro a un mio amico d’infanzia. Morì nella piscina dell’albergo di Bagno Vignoni. Si chiamava Fabio Chiancianesi.
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Pubblicato da Federico il 08.08.06 10:17