Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. La prima lettura a staffetta. (10)
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La notte delle due parolette di Caitanello si dilata, ci mette a dura prova, Caitanello cantastorie ci racconta dell'arrivo delle fere, del Grampo Grigio, della tragedia della famiglia Castorina. E ascoltiamo tutto, insieme a Ndrja tenuto sveglio con un boccone di cervello di fera.
Finisce finalmente di parlare Caitanello e Ndrja va alla Recchia, quel pezzo di mare in cui lui e gli altri muccusi giocavano all'incantamento delle sirene e dei marinai.
La memoria recupera altre e ben diverse sirene, tre tipi di donna che conducono Ndrja e gli altri suoi amici allo svezzamento sessuale, prima una turista bionda annoiata dalla sua vita di agi, poi un donnone dello stesso colore della tela grezza della sua barca e poi loro, quelle femminote che avevamo già conosciuto in quel bosco di bergamotti che ci aveva permesso d'entrare in questo mondo postbellico di fuga e di morte.
Finisce anche la seconda parte con Caitanello vecchio e stanco, che desidera sopra ogni cosa quella stretta di mano che la guerra ha rimpiazzato con il saluto militare.
Nella terza parte arriva l'Orca, l'orca orcinusa, colei che è Morte e dà la morte, essere nero e immenso che arriva nel mare dei cariddoti.
Si piazza lì, con la sua ferita incacrenita che olezza di quelle stessa morìa che già dilaga per i pellisquadre se il mare non sarà più fonte di vita e di cibo.
L'orca scende al fondo, si inabissa e ad ogni emersione con lei risale la cicirella, la neonata anguilla, la stessa che l'ittiologo di Messina cercava da una vita, Luigi Orioles, il bosso, e il Delegato di spiaggia, il signor Cama si affronatano proprio sulla valenza da dare all'arrivo dell'Orca orcinusa.
Perfino i pellisquadra che mai e poi mai avrebbero detto qualcosa di buono nei confronti dell'orcinusa mutano idea gustando quei fili d'argento che sono la cicirella, dolce, appena cucinata sazia quelle pance sempre più vuota.
E finalmente Ndrja rincontra Marosa, la figlia di Don Luigi, fattasi donna e con le minne dure come quei mezzi limoni che i muccusi si mettevano al petto per simulare di essere le sirene lì, alla Recchia, in quell'estate incastrata nel passato.
Marosa bacia Ndrja, l'ha aspettato come una nuova Penelope, con un voto nuovo ed adeguato, ricamava ogni specie di pesce, tutta la fauna ittica e ogni volta che finiva una razza prometteva che mai e poi mai l'avrebbe più mangiata se Dio gli faceva la grazia di ridargli il suo Ndrja.
Da pari e pari con Dio Marosa, che ha il nome della spuma selvaggia del mare, tiene testa alle avversità, ama Ndrja da una vita e ora che lui è tornato il padre, il bosso Luigi Orioles, lo spedisce a vedere se nel resto dell'Isola la vita a ripreso a scorrere, se ci sono di nuovo barche, se qualcuno ha ripreso a pescare, se qualcun altro dei figli è tornato, quegli stessi figli che il Duce si comprò con quelle duemila lire che dava per ogni nascituro. Duemila lire per un figlio, folli furono quelli che ne sfornarono dodici, dodici per rimpolpare l'esercito del fascio.
Ndrja accetta, parte di nuovo, incontra il Maltese e le donne che aspettano il ritorno dei loro uomini con accanto l'ingrandimento fotografico della foto d'ordinanza, una scena corale che ci lascia spiazzati.
Le fere sono ancora lì, le straniere sono andate via, sono rimaste solo loro, le abitué, le solite che muoiono col rutto d'indigestione. Prima fanno la corte all'Orca e al suo spruzzo che è un gigantesco simbolo fallico contro cui si stricano vogliose, sia maschi che femmine.
La sproporzione fa recuperare il ricordo del cariddoto "scicchigno" che aveva la verga tanto grossa che, per non sventrare la sposina, si inventò lo stratagemma delle ciambelle, se ne mise sette sul membro e l'andava togliendo una per notte, per frenare la passione e abituare la femmina alle sue dimensioni.
Ma le fere maligne sono, di quella cattiveria di cristiani che già abbiamo avuto modo di conoscere mentre scodavano il verdone.
Hanno già deciso, compiranno un'impresa che è già storia al solo ipotizzarla: scoderanno l'orca, la destineranno a conoscere quella morte che lei sola dava.
I muccusi collaborano alla fine dell'orcinusa, trovano una buatta, un barile di pane tedesco e quel vino fatto con la polverina, fanno il pane spugnato e lo gettano in mare, le fere inebriate dal vino iniziano a fare sberleffi al titano che ha invaso le loro sponde.
Poi i riatteri, coloro che campano lucrando sulle disgrazie e sul lavoro altrui arrivano, vedono l'orca e già pensano di sflettarla e venderla a tanto al chilo, per raggiungere il loro obiettivo si fanno accompagnare da un cecchino che pratica l'abominio della pesca con la buatta, con bombe realizzate con le latte. Una pesca selvaggia che rovina il mare e il pescato.
DumDum il cecchino non sbaglia il colpo, la buatta prende in pieno l'orca proprio nella ferita del fianco che si riapre, l'odore del sangue richiama i netturbini del mare quelle sarde e alici che mai il gigante ha nemmeno preso in consiederazione, lo divorano dove la carne è ferita e tenera.
Le fere ne approfittano, una da un lato e una dall'altro come vecchi boscaioli coi denti a seghetto tagliano il gigantesco osso della coda, la morte è già stata decisa quando la loro crudeltà riesce a tagliare la gigantesca coda dell'orca orcinusa, ridotta a un gigantesco monumento al nulla. L'essere eterno che non ha contemplato la fine si lascia andare alla deriva e noi con lei.
Siamo a pagina 778, l'epilogo è sempre più vicino.
Pubblicato da Tonino Pintacuda il 08.08.06 22:24