17.07.06

L'opera galleggiante, di John Barth

john_barth_opera_galleggian.jpgL’opera galleggiante di John Barth sono due libri. Il primo va dall’inizio fino a pagina 277; il secondo da qui fino alla fine, 50 pagine dopo.
Il primo libro parla di un avvocato di mezza età, francamente indisponente, cinico, apatico, che una mattina di una calda giornata di giugno trascorsa nell’umidità soffocante di Cambridge, Maryland, fra vecchi scatarranti pensionati, la moglie del proprio migliore amico come amante, il cigolio delle barche ormeggiate nella darsena, ha deciso di suicidarsi.
Bisogna aspettare pagina 277 per capire il perché.

Di Todd Andrews sappiamo tutto o quasi. Sappiamo del suo nichilismo, della sua propensione a bere, di alcuni guai fisici alla prostata piuttosto invalidanti, dei suoi amori, della sua propensione all’incoerenza nelle scelte e nei comportamenti (che lo fa essere, talvolta assolutamente coerente, altrimenti l’incoerenza diverrebbe un’ulteriore forma di coerenza), e del fatto che anche suo padre, avvocato come lui, si sia suicidato, qualche anno prima.
Il nichilismo di Todd Andrews non è, come quasi sempre accade, una tensione apodittica verso il nulla. Piuttosto, un modo di vedere meglio, di vedere troppo. O diversamente. Dice a un certo punto: “Ecco quello che volevo dire, perché lo ritengo discretamente importante (anzi, che diamine, urgentemente importante) per la comprensione dell’intera storia: molto spesso le cose che sono evidenti ad altre persone non sono neanche visibili per me.” E conclude, poche righe dopo: “D’altra parte, le cose che per me sono chiare a volte sono incomprensibili per gli altri, ed è un fatto che fornisce l’occasione per questo capitolo, se non per l’intero libro”.
Da queste battute si può avere un’idea dello stile di Barth. Il quale gioca con il romanzo e i suoi lettori tematizzando gli uni e gli altri (caro lettore a questo punto della storia ti starai chiedendo… ma questo lo dirò tra due capitoli…). Per questa ragione è stato definito uno scrittore per scrittori. Non saprei. Non definirei “sperimentale” la lingua e lo stile di Barth. La distanza ironica che frappone fra sé, il testo e il lettore è un’operazione certo straniante, ma dalle discendenze tutt’altro che sperimentali (ricorda la letteratura avventurosa ottocentesca); e dalle conseguenze limitate (non può far scuola per definizione: la ripetizione suonerebbe mancanza di originalità e d’altra parte il depauperamento della capacità ipnotico-allusiva di un romanzo-romanzo, messa a confronto con la didascalica messa in scena dei meccanismi di scrittura non potrà mai, in nessun caso, uscirne con una condanna definitiva).

Cos’è l’opera galleggiante? Barth ce lo spiega subito, alle prime pagine: “Mi è sempre parsa una magnifica idea costruire uno showboat su cui rappresentare una commedia ininterrottamente. Il battello non sarebbe ormeggiato, ma andrebbe su e giù con la marea, e il pubblico sarebbe seduto sulle due sponde. Potrebbe afferrare quella parte di trama che il caso vuole si svolga mentre il bastimento passa, e poi dovrebbe aspettare il riflusso della marea per vederne un’altra parte, se per caso fosse seduto ancora il qual posto. Per colmare le lacune, gli spettatori dovrebbero servirsi della propria immaginazione… Per lo più non capirebbero affatto qualche vi si svolge, o crederebbero di capirlo, mentre in verità non ne saprebbero niente… non c’è bisogno di spiegare che molte volte la vita è così: i nostri amici ci passano davanti come sulla corrente di un fiume, e noi restiamo coinvolti nella loro vita: poi passano oltre e noi dobbiamo fidarci di qualche chiacchiera per sentito dire o perderli completamente di vista…”

La vita ne risulta un affare piuttosto incomprensibile, del tutto legata al caso, e senza nessuna chance di poter essere decifrata. Questo sta benissimo a Todd. Almeno fino a pagina 277. Arrivato a quel punto, quasi alla fine, Todd ci rivela il suo segreto.
Oltre al fatto di volersi suicidarsi e al fatto che anche suo padre lo aveva fatto, il lettore era già stato informato che a Todd sarebbe piaciuto terminare una non meglio identificata, monumentale “Indagine”. A pagina 277 Todd Andrews ce ne svela finalmente i contenuti e in questo modo, indirettamente, i motivi del suicidio. “Il titolo completo […] sarà: Indagine sulle circostanze che circondano l’autodistruzione di Thomas T. Andrews, di Cambridge, Maryland, il giorno di Candelora del 1930 (e più specialmente sulle cause di essa). E’ semplicemente un tentativo di capire perché mio padre si è impiccato. Niente più”.

Todd non si fa illusioni: ricostruire premesse, cause, motivazioni, non sarebbe stata cosa semplice. Ma anche quando fosse riuscito nell’intento, questa non sarebbe che una parte di una ricerca più vasta. Altre carte, altri faldoni, raccolti all’interno di capienti cassette della frutta, attenderebbero di essere analizzate nel tentativo di istruire il “capitolo più importante”, che “potrebbe intitolarsi Un’indagine sulla vita di Thomas T. Andrews (1867-1930), di Cambridge, Maryland, con speciale riguardo ai rapporti col figlio Todd Andrews (1900-)”.

Il suicidio del padre era stato fin qui raccontato con il consueto cinico distacco. Un dolore rimosso, un’anomalia in una vita bizzarra vissuta senza nulla concedere agli affetti.
Con una sola, fredda frase diventa una lacerazione. Anche in questo caso non potrà esserci nessuna speranza di venire a capo di niente. “Nulla ha valore intrinseco”, si ripete Todd, e dunque nulla potrà portare ad apprezzabili risultati. A nulla vale l’impresa (“non v’è fuoco fatuo così elusivo quanto la causa di qualsivoglia atto umano”).
L’Indagine però resta lì, come una domanda che non potrà avere risposta; una lettera mai spedita (da cui in effetti trae origine). La nostalgia, abilmente mascherata, per il proprio papà.
Lucidamente consapevole di essere ostaggio del proprio cuore, dei sentimenti, delle proprie contraffazioni, consapevole che razionalizzare la propria desolazione non porta comunque a nulla non gli resta che il suicidio: la ripetizione del gesto del padre chiuderebbe il cerchio di un’incomprensibile, quanto inevitabile fuga.
Quello che gli occorre è una fine teatrale: salire a bordo dello spettacolo della vita per farlo saltare in aria, e trionfare nel nulla.
Non rivelerò se il caso, stavolta, gli darà una mano.

John Barth, L'opera galleggiante. Roma, Minimum fax, 2003. € 9,50
(qui uno "speciale" di Giuseppe Genna su John Barth)

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Pubblicato da Ezio il 17.07.06 16:32

COMMENTI

Un libro difficilmente catalogabile.
Di quelli che secondo me fa bene leggere.
Sono contento che tu ne abbia scritto qui.

da Roberto Tossani il 17.07.06 17:22

Ezio, si tratta di un libro che ho letto con enorme piacere e che mi ha lasciato una tristezza indicibile. Il protagonista principale di questo libro ha una stretta parentela con il protagonista principale dell'altro libro di Barth pubblicato dalla MF, La Fine della Strada. Entrambi mi hanno spaventato per il distacco che hanno nel interagire con il mondo circostante. Una cosa che mi è parecchio distante.
Gianluigi

da Gianluigi Bodi il 18.07.06 20:10

Se qualcuno fosse interessato, posso prestare di John Barth:
Il coltivatore del Maryland, Rizzoli (due volumi).
Fine della strada, Rizzoli.
La casa dell'allegria, Longanesi.
Giles ragazzo-capra, Rizzoli.

da giuliomozzi il 23.07.06 14:39

Giulio, una volta digerito il ragazzo capra potrei chiederti un prestito :-)
Gianluigi

da Gianluigi Bodi il 25.07.06 09:09