15.07.06

La morte cambia: cambiamo la morte

di Roberto Tossani

Torino, 12 giugno 2000

Ciao Giulio.
Quando sono arrivato a metà del tuo Il culto dei morti nell'Italia contemporanea ho pensato che non avrei mai voluto che mia figlia lo leggesse.

In quel momento stavo malissimo. Già dalla prima sezione del poema-oratorio continuavo a percepire quel non-odore che mi assale quando per strada mi trovo di fronte, improvvisamente, ad un incidente stradale. E' un non-odore inavvertibile, pesantissimo, che mi stringe lo stomaco in un pugno di ghiaccio. Alcuni dicono che è la puzza della paura. Per me, invece, è il non-odore che contraddistingue l'incontro con la morte. Non la morte stessa, o i morti, o la causa della morte. Soltanto l'incontro con lei, quando lei è lì: e si vede.
Qualcuno potrebbe dire: "Bella forza, è un libro dedicato al culto dei morti...". Ma il problema è più complesso. Intanto c'è sempre la corporalità degli spazi bianchi che separano le tue parole, anche se qui sei meno nudo che in Il male naturale: il tuo corpo c'è sempre, e qui come non mai con tutto il bianco della pagina che accompagna l'andare a capo dei versi. Ad ogni pagina che sfogliavo una curva. Dietro la curva il non-odore, il tuo corpo disteso sul foglio, nudo, ma coperto pietosamente da un telo. L'incontro con la morte che attanagliava il mio di corpo. Altra pagina. Altra curva. Altro tuo corpo nudo coperto da un telo, disteso sul bianco dell'asfalto-carta. Il non-odore. L'incontro con il ghiaccio del mio intestino. Fine della pagina. E ancora avanti.

Quando sono arrivato a pagina 50, a metà del libro, alla fine della sezione Il nome della persona amata che hai scritto con Caliceti, non ce la facevo più. Stavo male. Non volevo che mia figlia leggesse mai quel libro. In compenso avrei voluto avere te lì di fronte, magari con Caliceti visto che quella sezione del poema-oratorio l'avevi scritta con lui, e così, con tutta calma, picchiarvi sistematicamente per un'ora, tanto da restituirvi corporalmente il male che mi stavate causando.
Non ne faccio una questione di qualità estetica, di valore letterario (che per me, lo sai, significano rapporto complementare e indissolubile fra contenuto-forma-struttura-linguaggio). In questo caso non potrei che sottoscrivere in pieno ciò che ha già affermato Aldo Nove: "Il culto dei morti nell'Italia contemporanea è uno dei più bei libri di poesia italiana del Secondo dopoguerra che abbia letto". Io sto parlando di dolore, che insiste ad essere una costante della tua scrittura: perché se Il male naturale mi aveva ferito con un coltello da cucina, e Fantasmi e fughe mi aveva divertito seminandomi di piccole bruciature, qui mi stavi torturando con scientifica ed appassionata determinazione, cercando di non farmi svenire mai.

Poi non so che cosa sia successo. La parabola dolorosissima e discendente si è arrestata. Lentamente siamo risaliti. Il non-odore via via l'ho percepito sempre meno. Il tuo corpo sulla pagina-asfalto ora era seduto. Poi in piedi che si reggeva la testa. Infine vicino all'autoambulanza che scherzava col personale sanitario.
Sono tornato a respirare.
La prima volta con la sezione dedicata a Sarajevo, e in particolare con la preghierina (pp. 62-64).
Poi certamente grazie alla sezione Divino!, la cui prima parte dedicata a Eros Alesi mi ha fatto godere, semplicemente. Tu sai quanto io abbia amato i frammenti di Alesi, e risentirlo vivo attraverso la tua scrittura è stato bellissimo. In un libro dedicato al culto dei morti tu ne hai resuscitato uno per qualche minuto (e in quei tre fogli per l'eternità). D'altra parte, come scrivi tu al tu divino (p. 70):
"Tu che sei il dio del principio e della fine: tu che per te il tempo è solo una vacanza dall'eternità: tu che non si è mai capito cosa combinassi prima di creare il mondo e il tempo: tu che non si è mai capito perché dopo aver fatto il mondo e il tempo dovresti disfarli e ripristinare l'eternità".
Adesso che il dolore della tortura si è attutito e non incontro più la morte, penso con piacere anche alla sezione Uccisioni rituali di animali, e altri riti (pp. 27-33) e addirittura alla sezione che segna l'apice della parabola, quei versi scritti con Caliceti che io continuo a pensare oscenamente e vigliaccamente terribili.

Poi altro. Poi quasi tutto. Vorrei che i cosiddetti giovani d'oggi leggessero il tuo poema-oratorio, per loro potrebbe diventare addirittura un "cult book" (= "Un culto per i giovani italiani Il Culto dei Morti nell'Italia Contemporanea"...con un titolo di giornale così mi farei un sacco di pippe per ore ed ore).
Vorrei davvero che tutti quelli che avranno quarant'anni tra il 2010 e il 2020 leggessero ora il tuo libro, anche se sono convinto che loro non sentiranno quel non-odore che ho avvertito io, non staranno così male come sono stato io. Credo che noi quarantenni abbiamo una percezione della morte diversa dai venti-trentenni. Per loro penso sia meno evento, quasi fossero tornati ai tempi dei nostri nonni (quando si moriva di più, era più facile morire: più abitudine). Loro ci sono arrivati dalla parte opposta, credo, il fato-destino-provvidenza ha compiuto uno strano giro. Non credo siano più insensibili, ma certo riescono a parlare della morte con non-chalance, quasi tranquilli. Io sono fuggito quando l'interminabile agonia di Alfredino (p. 7) è stata data in tivù per ore, io ero ossessionato dal non-odore e dallo strazio. I ventenni, oggi, guarderebbero la scena soffrendo un po', mangiando qualcosa, soffrendo ancora, inviando qualche sms dove: "Cazzo, che merda", continuando un po' a soffrire, andando a letto che è quasi mattina.

LA MORTE CAMBIA: CAMBIAMO LA MORTE.
Ecco un bello slogan per una campagna pubblicità-progresso. Ecco perché vorrei che mia figlia, quando sarà più grande, non leggesse Il culto dei morti. Non perché le farà troppo male. Non perché le farà troppo poco male. Semplicemente perché tanto non riuscirebbe a capirlo, perché la morte è così tanto cambiata da aver reso inutile qualsiasi culto dei morti. Semplice utopia, Giulio.
"Sono troppo stanco,
la morte è una stanchezza
che non può finire".
(p. 68)

A presto.
Un abbraccio.

GIULIO MOZZI, Il culto dei morti nell'Italia contemporanea, Poema-oratorio, Einaudi, maggio 2000, pagine 102, € 8,26

Pubblicato da Roberto Tossani il 15.07.06 07:51

COMMENTI

Roberto grazie per questa lettura. E non perché sia un testo che io abbia letto, ma per la sensazione di cui parli all'inizio. Quel non odore di fronte ai fatti tragici, alla morte improvvisa e non.
Di Mozzi ho letto Dentro il giardino, e avrei intenzione di leggere anche Sotto i cieli d'Italia. Ora, grazie alla tua lettera/recensione so cosa non leggere. Per tanti motivi, soprattutto per paura, angoscia e immedesimazione. Se un linbro, sia di narrativa che poema oratorio, regala queste sensazioni forti vuol dire che è riuscito nel proprio intento. Ma in certe situazioni di vita, in determinati momenti, fa troppo male. Personalmente mi è successo di recente: avevo letto quest'inverno Caos Calmo - che tra l'altro ha vinto il premio Strega di cui su vibrisse non c'è alcuna segnalazione- rimanendone felicemente colpito. Dopo aver sentito un'intervista a Veronesi, il quale affermava di essersi ispirato ad un altro testo per riuscire a descrivere il dolore con leggerezza, ho acquistato quel testo.
L'ho appena terminato, si tratta di Un dolce Domani di Russell Banks. Ed ho provato la stesso terrore che leggo nelle tue prime righe, compresa la ferma intenzione di non farlo mai leggere alle mie figlie.
Ma siccome sono un testardo e anche se ogni pagina era una coltellata nella schiena, sono arrivato alla fine. E guarda caso, le ultime pagine mi hanno risollevato il morale, mi hanno riaperto gli occhi. Come è successo a te.

da matteo il 15.07.06 11:57

Quando uno scrittore riesce a far provare sensazioni estreme, quasi condizionanti, non può che essere un grande. Così come quando riesce a descrivere ciò che anche tu provi e non sai esprimere. Anch'io ho letto "Questo è il giardino", poco tempo fa, e ne ho parlato sul mio blog. Ho avvertito una condivisione unica, ho visto alcuni dei miei pensieri lì, sulla pagina che io non sarei stata capace di scrivere. Non ho ancora letto altro, di Mozzi, solo perchè non l'ho trovato, ma non stento a credere che sia magicamente in grado di mettere, per così dire, in difficoltà il lettore, tanto lo coinvolge. E' bello sentirsi in difficoltà in questo modo. Dà il giusto senso a quanto stai leggendo.
Condivido anche quanto dici tu sulla morte: i giovani oggi ne hanno una concezione diversa dalla nostra. Fortunatamente (?!) per loro. All'epoca di Alfredino ero poco più di una ragazzina, ma mi rifiutai di partecipare alla sagra mediatica. Per quello che mi riguarda, vorrei non avere più niente a che fare con la morte e la sofferenza. Ma non posso. Per me la morte non è senza odore: ha l'odore aspro di medicinali e di ospedali e di umori malsani. Un gran brutto odore.

da ramona il 15.07.06 14:14

messiè Tossanì, mi ha convinto, nonostante o sopra tutto per il suo disagio.
E anche perchè ho appena letto la recensione di Giulio Mozzi su "Porci con le ali" e ello usa le parole come affilatissimi rasoi.
Inoltre, la morte è estremamente effascinante e variegata ( basti pensare a un età così semplice come il paleolitico e alle due concezioni già estremamente diverse di morte dei protosardi, che sepellivano i morti sottoterra - la casa delle fate - o sopraterra - i dolmen)
E comunque, non smetterei mai di parlare di cimiteri.

da evacarriego il 16.07.06 11:01

Roberto, prepàrati. Ho quasi terminato il poemetto nuovo. S'intitola: "Amore e morte in una città di provincia".

da giuliomozzi il 19.07.06 09:31

Ossignur :D

da Roberto Tossani il 19.07.06 09:59

a)sono troppo stanco.
la morte è una stanchezza
che non può finire.

in opposizione a:

b)sono troppo stanco.
la vita è una stanchezza
che può finire.

in a ci si vincola ad oltranza alla provvidenziale eternità.
in b al suicidio provvidenziante.

in a) dunque c'è una forte critica all'eterno riposo?
da rifletterci su.

1) l'eternità è una stanchezza infinita
2) l'eternità non è riposante
3)l'eternità non he salvezza, nè assenza, ma fatica.
4) restare eterni affatica
5) cerchèerò di non metterò Dio in mezzo a tutto questo.
6)se la morte è una stanchezza che non finisce, quanto abbiamo lavorato in vita per meritarci quello e quando non dovremo lavorare per attenuare poi quelLa fatica?
7)riposiamoci in vita allora

sono solo considerazioni. niente di che.
tra l'altro avevo letto alcune linee del signor mozzi nel suo abbandonatissimo etc e vi avevo lasciato un commento abbastanza pensato, che è stato ignorato. diciamo che almeno un crepa sarebbe stato d'uopo ma leve fit, quod bene fertur, onus.:-)
(mi scuso per generici refusi eventuali)
un saluto
paola


6)la condizione stanca

da cara polvere il 20.07.06 16:46

Non ho capito dov'è questo commento.

da giuliomozzi il 20.07.06 17:00

non importa ma grazie lo stesso della risposta.
paola

da cara polvere il 21.07.06 14:27

ho provato a quardare nell'"altrogiulio" ma non mi trovo.
pazienza.
grazie per la risposta.
paola

da cara polvere il 21.07.06 14:45

Ah, era dunque lì il commento. Ma quel sito lì è praticamente inutilizzabile. Adesso hanno anche fatto saltare tutti gli "a capo". Io non ho più una chiave valida per entrarci (cioè: Clarence mi ha sbattuto fuori, un paio d'anni fa, senza nemmeno dire "permesso").

da giuliomozzi il 24.07.06 17:42

Ho vent'anni, Il culto dei morti nell'Italia contemporanea è sul mio comodino da un paio di mesi. Avevo letto le prime due sezioni, poi ho messo da parte il libro: non perché non mi fosse piaciuto, ma perché ero in periodo di esami e preferivo un po' di prosa rilassante. I versi mi avevano coinvolto, mi piacevano la struttura e la cadenza, anche se il "non odore" l'avevo percepito più come un retrogusto, che come un afrore. Nelle ultime settimane, però, l'idea della morte è entrata prepotentemente nella mia vita, e per qualche paranoia, o qualche legittima preoccupazione, mi sono ritrovato in poco tempo informatissimo sull'oncologia(provo fastidio anche ora, nello scriverlo, perché ho delle immagini fisse che in questi giorni mi hanno perseguitato e che solo da poco sto riuscendo a razionalizzare). Sicuramente ora non ce la farei a continuare la lettura del Culto dei morti. Tutto questo per dire che la percezione della morte di noi giovani non ha nulla di diverso da quella di un quarantenne, a mio parere: tutto dipende dalle circostanze biografiche, io sono caduto in questa crisi da una settimana, qualcun altro l'avrà avuta a quindici anni, qualche fortunato magari non ce l'avrà mai. Credo che questo rapporto "malato" con la morte sia tipico della società occidentale, e che non ci siano variazioni apprezzabili tra una generazione e l'altra, almeno fin quando certi modelli e stili di vita continueranno a vigere.

da Michele il 10.08.07 17:25




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